TREKKING ITALIA

Trekking ad anello Camogli – San Fruttoso: viaggio tra storia, natura e tradizioni

Trekking ad anello Camogli – San Fruttoso: viaggio tra storia, natura e tradizioni 1080 722 Sonia Sgarella

Cari viaggiatori e amanti del cammino, non me ne vogliate ma mi sento in dovere di farvi una premessa: se su un cartello da escursionismo troviamo scritto “sentiero molto impegnativo” non è che quel “molto impegnativo” ce l’abbiano messo lì per caso ma anzi, trattasi evidentemente di un monito importante rivolto a tutti quelli che, non avendo le capacità per affrontarlo o semplicemente sopravvalutandosi, potrebbero mettere in serio pericolo sé stessi e chi li accompagna.

Ho letto vari articoli riguardo a questo itinerario, di gente che quasi ci si è ritrovata per sbaglio, senza acqua né la minima idea di dove stesse andando, a camminare con le ballerine. A tal proposito e prima di intraprendere questo percorso, fatevi dunque per favore questa domanda: siete sicuri di essere pronti?

Vi do un paio di indicazioni per rendervene conto e vi suggerisco anche la lettura di quest’altro mio articolo Trekking: i consigli base per il buon escursionismo in Italia

– Lunghezza dell’itinerario: 19 km

– Durata del percorso: almeno 4h30 di cammino effettivo

– Dislivello positivo: 780 metri

tratti esposti o molto sposti da superare con l’ausilio di catene

poche fonti d’acqua lungo il percorso (nessuna lungo il Sentiero delle Batterie)

Se la vostra risposta è no, non preoccupatevi, a San Fruttuoso ci potete arrivare lo stesso passando per un sentiero più semplice.

Se invece la vostra risposta dovesse essere sì, allora preparatevi ad imbarcarvi in un’esperienza spettacolare, di quelle che è sicuro non dimenticherete così facilmente! Vi porto a scoprire uno degli itinerari di trekking più spettacolari della Liguria – e non che io ne abbia percorso molti ma mi fido di chi l’ha descritto così – e sicuramente il modo più adrenalinico per raggiungere l’Abbazia di San Fruttuoso, a cavallo del Promontorio di Portofino e affacciato su un incredibile mare turchese, quello di Golfo Paradiso, che da qui si estende ad ovest verso l’antica Repubblica marinara di Genova.

Camogli - San Fruttuoso Trek

E a proposito di borghi marinari, se non siete mai stati a Camogli, un tempo conosciuta come la “città dei mille bianchi velieri”, vi suggerisco certo di farle visita come conclusione delle vostre fatiche, all’ora del tramonto, quando il sole illumina di arancio le facciate dei suoi palazzi decorati a tromp l’oeil, e l’aria è vivida, così che anche voi possiate rimanere incantati dalla sua bellezza e vitalità.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Ed è proprio dal centro di Camogli, nei pressi della Via San Bartolomeo che potrebbe prendere avvio il vostro percorso – utile qualora doveste arrivare in treno – ma se siete muniti di auto allora tanto vale che facciate come me e vi rechiate un po’ più su, fino alla frazione di San Rocco, dove, proprio nei pressi della chiesa si dividono i sentieri che vi permetteranno di raggiungere il vostro obiettivo. In quanto a parcheggi se ne possono trovare di liberi lungo la strada o, male che vada, nel grande piazzale a pagamento situato al limite della ZTL, la quale consente l’accesso ai soli residenti. Se comunque volete a tutti i costi salire a piedi da Camogli mettete in conto circa 30/40 minuti per percorrere altri 200 metri di dislivello.

Arrivati sul sagrato delle chiesa, dovrete quindi decidere che strada prendere e questo, di nuovo, andrà valutato sulla base delle vostre capacità. Esistono due percorsi per raggiungere San Fruttuoso: uno, più semplice, di livello E (Escursionisti) – il cosiddetto Sentiero delle Pietre Strette che noi abbiamo percorso al ritorno – e uno più impegnativo, di livello EE (Escursionisti Esperti) – quello chiamato Sentiero delle Batterie, più spettacolare ma più pericoloso.

Se la vostra risposta alla mia domanda iniziale è stata no, ovvio che da qui prenderete il primo, risalendo al bivio la Via Galletti. Al ritorno, da San Fruttuoso, potreste anche pensare di imbarcarvi su un battello per fare rientro a Camogli (in tal caso vi conviene lasciare la macchina direttamente in città, sempre che troviate posto).

Se alla domanda invece avete risposto sì, allora continuate sul percorso con vista mare (Via Mortola), che si estende in piano attraversando le località Il Poggio e Mortola, tra le casette colorate, gli ulivi, gli alberi di limoni e, se la stagione è quella giusta, tra le fioriture di mimosa. Ma non crediate che sia tutti così: il paesaggio oltre gli abitati si fa subito più selvaggio, ci si addentra nella macchia mediterranea e ci si perde nell’azzurro di quel mare, le cui viste sono talmente magiche da non farvi rendere neanche conto dello scorrere del tempo.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Sono passati 40 minuti e siamo già arrivati alla località Batterie (246 m.), dove si trovano alcuni appostamenti militari risalenti alla Seconda Guerra Mondiale. Siamo all’altezza di Punta Chiappa, una striscia sottile di roccia puddinga che si estende nel mare per una cinquantina di metri e che segna lo spartiacque tra il Golfo Paradiso e la Riserva Marina di Portofino, nella quale rientra anche la baia di San Fruttuoso. Famosa per le acque cristalline che la lambiscono e l’ottima visibilità, durante i mesi estivi Punta Chiappa si trasforma in una meta gettonata per lo snorkeling e – organizzandosi con gli operatori della zona – per il diving. Sempre partendo da San Rocco si può raggiungere Punta Chiappa in circa 30 minuti percorrendo il sentiero che passa anche per Punta Pidocchio.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Ma ecco che da qui incomincia la parte più adrenalinica, quella che a tratti ma per circa un’ora vi vedrà impegnati su passaggi esposti, a strapiombo sul mare e qualche volta, c’è da dirlo, attaccati saldamente alle catene. Probabilmente se lo avessero chiamato il Sentiero delle Catene piuttosto che delle Batterie la cosa sarebbe suonata un po’ troppo minacciosa ma è vero anche che di queste ce ne sono parecchie e che forse altro nome non poteva essere più appropriato. Non fatevi venire l’ansia comunque, concentratevi e basta. Le catene sono state affisse alla roccia per sicurezza ma la verità è che nella maggior parte dei casi, potreste benissimo farne a meno.

Camogli - San Fruttuoso Trek

C’è però un punto in particolare in cui ringrazierete ci siano, fondamentali soprattutto se la roccia è bagnata e di conseguenza scivolosa. Si chiama il Passo del Bacio e voi vi starete chiedendo: ma un bacio tra chi? Racconta la leggenda di due giovani amanti le cui famiglie non approvavano la loro relazione e che da questo punto, datisi l’ultimo bacio, si lanciarono insieme nel vuoto e si unirono per sempre alle onde del mare. Bene, nei vostri possibili attimi di panico, cercate di non fare la stessa fine! 🙂

Camogli - San Fruttuoso Trek

Doveste superare questo punto indenni comunque il percorso prosegue ancora con una serie di saliscendi su terreno sconnesso e altre catene fino ad un ruscello, oltre il quale incomincia la salita per la sella del promontorio di Punta Torretta, posta a protezione di San Fruttuoso e che già lungo il cammino avrete notato sull’altro lato di Cala dell’Oro. Il sentiero procede a piccoli tornanti dapprima tra la vegetazione più rada e quindi nel bosco a prevalenza di carpini neri per un totale di circa 40 minuti. Da lassù (270 m.) continua poi tutto in discesa per riportarsi al livello del mare.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Ce l’avete fatta! Stupitevi, meravigliatevi, entusiasmatevi! Che la raggiungiate in barca o a piedi, da Camogli o da Portofino, l’Abbazia di San Fruttuoso, che si nasconde nella sua splendida baia dal X secolo, appare agli occhi del viaggiatore come un incredibile miraggio e così sarà soprattutto per voi, che ve la siete conquistata con fatica! In piedi sicuramente già nel 977 e ottenuta dalla famiglia Doria nel XVI secolo, l’Abbazia è oggi di proprietà del FAI e può essere visitata tutto l’anno al prezzo di 7,50 euro. (Info sul sito)

Camogli - San Fruttuoso Trek

Una piccola e graziosa spiaggetta su cui rilassare le stanche membra e rigenerare la mente, che altro avreste potuto desiderare dopo almeno 2h30 di cammino con probabili attimi di tensione? Godetevi questi istanti di meritato riposo e se la stagione lo permette non esitate a buttarvi in mare! Attenzione però: il fatto che a San Fruttuoso arrivino i battelli, soprattutto in alta stagione, potrebbe comportare l’afflusso di orde di turisti e quindi togliere in parte fascino ad un luogo che meriterebbe invece di essere visitato in un’atmosfera pacata. Il mio suggerimento per questo sarebbe quello di andarci per esempio in una bella giornata di marzo, quando ancora le barche arrivano solo da Camogli e con poche corse al giorno e la maggior parte di quelli che incontrerete sono quindi camminatori come voi, pochi ma buoni!

Camogli - San Fruttuoso Trek

Dicevamo prima che da San Fruttuoso potreste anche pensare di rientrare a Camogli in battello ma siccome qua vi racconto di un itinerario ad anello che prevede l’uso delle gambine allora è arrivato il momento di rimettersi in moto. Non credevate mica di aver finito di faticare? Il Sentiero delle Pietre Strette, che abbiamo detto essere più semplice, non prevede tratti esposti e l’utilizzo di catene ma in quanto a dislivello positivo vi darà comunque del filo da torcere. Nella fattispecie stiamo parlando di altri 460 metri in salita! Il sentiero dalla spiaggia risale prima verso la Torre Doria – sì, proprio quella che vedete isolata poco più in alto dell’Abbazia – e quindi si inoltra nel bosco seguendo un bucolico ruscello fino all’Agririfugio Molini. (consultate il sito per info sulle aperture).

Ma a proposito di tradizioni: voi lo sapete cos’è una tonnarella? E’ un sistema di pesca a corde fisse più piccolo e semplice rispetto alla cosiddetta tonnara, ideata inizialmente per la pesca del tonno rosso e di cui in Italia rimangono ormai  pochissimi esempi, tra cui due in Sicilia e due in Sardegna. Della tonnarella di Camogli, l’unica dell’Italia peninsulare, si hanno notizie già dal 1600 e ancora oggi, gestita da una Cooperativa di pescatori locali, costituisce la principale fonte di reddito dell’economia cittadina.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Ogni anno, durante i mesi invernali che precedono la stagione di pesca, risalendo la mulattiera che dalla spiaggia di San Fruttuoso vi porta alla Torre Doria, vi potrebbe capitare di assistere alla preparazione delle reti, le quali vengono calate in mare nel mese di aprile – a 400 metri da Punta Chiappa – e lì vi rimangono fino a settembre per essere issate tre volte al giorno dai pescatori. Si tratta di un metodo di pesca più sostenibile di altri in quanto la maglia larga delle reti permette ai pesci più piccoli di non rimanervi intrappolati e ai pescatori di poter selezionare solo il pesce adatto alla commercializzazione, ributtando il resto, ancora vivo, in mare.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Le corde (dette “cavi”) vengono ancora oggi intrecciate a mano secondo i canoni di un tempo, con strumenti a dir poco arcaici e vengono prodotte con una fibra di cocco importata apparentemente dall’India, la quale è andata a sostituire pian piano l’utilizzo di fibre di canapa e l’erba lisca, che cresce abbondante sul promontorio di Portofino.

Ma proseguiamo oltre e dunque, dove eravamo rimasti? Ah sì, all’Agririfugio Molini (200 m.). Continuiamo sempre in salita per coprire il dislivello rimanente che ci divide dalla località Pietre Strette (460 m.), il punto più alto di questo nostro itinerario, nonché il luogo che prende il nome da quegli imponenti massi rocciosi che lì si trovano, a formare delle pittoresche fessure.

E’ questo il fulcro del promontorio e punto dal quale si passa all’altro versante, quello da cui si vedono Santa Margherita Ligure e Rapallo. Continuiamo in direzione di Gaixella (seguendo quindi anche i cartelli per Portofino Vetta) attraverso il bosco mesofilo che in primavera è ricco di fioriture. Lo sapevate che il Parco di Portofino, istituito nel 1935, conserva oltre 900 specie di flora? Il percorso è agevole, si estende in piano su terreno battuto e all’ombra degli alberi.

Camogli - San Fruttoso Trek

Helleborus Foetidus

In località Gaixella, che raggiungerete in massimo 15 minuti, individuate il bivio che, inizialmente sempre nel bosco, scende fino al piccolo abitato di Galletti e quindi da lì, fino alle spalle della chiesa di San Rocco, esattamente là dove alla mattina avevate deciso che strada prendere. In totale, da San Fruttuoso, saranno passate circa 2 ore. Complimenti, missione compiuta!!! 

Camogli - San Fruttuoso Trek

Che dite adesso, focaccia e birretta? 🙂 Eccome no, via che si riprende la macchina e si scende a Camogli! Non so voi ma io che non c’ero mai stata ne sono rimasta totalmente affascinata: il lungo mare con i palazzi colorati, il porto antico, il Castello della Dragonara, la Basilica di Santa Maria Assunta, Camogli, tenuta al caldo dalle montagne e baciata dal mare.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Lungomare di Camogli

Camogli - San Fruttuoso Trek

Castello della Dragonara

Camogli - San Fruttuoso Trek

Porto antico

Camogli - San Fruttuoso Trek

Basilica di Santa Maria Assunta

E se vi piacciono il pesce e le sagre di paese, tornate a farle visita la seconda domenica del mese di maggio, per vedere come si fanno a friggere tre tonnellate di pesce fresco in una padella di quattro metri di diametro! La Sagra del Pesce nel 2020 si svolgerà domenica 10 maggio.

Un ringraziamento particolare va a Simone, per avermi accompagnato in questa avventura e per avere vissuto insieme a me quei brevi momenti di panico che ci hanno però portato al successo! 🙂

Capanna Margherita: trekking alpinistico al rifugio più alto d’Europa

Capanna Margherita: trekking alpinistico al rifugio più alto d’Europa 1024 684 Sonia Sgarella

Avete presente la Regina Margherita? Ah, che donna la Marghe! Fu la prima Regina d’Italia, moglie di Umberto I e madre di Vittorio Emanuele III, un personaggio che – dicono – sia riuscito a fare tendenza: in politica, tanto per cominciare, creando consenso popolare verso la monarchia più di quanto non abbiano saputo fare gli uomini della sua dinastia; nella moda, supportando il made in Italy e fondando a Burano la scuola dei merletti ma anche – non meno importante – nella cultura, portandola come elemento fondamentale all’interno della corte dei Savoia. Margherita amava le arti e la poesia ed era amata a sua volta da poeti e uomini di cultura che le dedicarono versi e opere elogiative.

Ma Margherita – e questo è quel che forse più ci interessa – fu anche appassionata di montagna e di alpinismo. Udite udite, fu lei la prima donna, – caso raro per i tempi – a scalare il Monterosa e pensare a come poteva essere nel 1893 quando, con gli abiti di lana cotta e senza le funivie che oggi  ne dimezzano il percorso, “accompagnata da un corteo di guide alpine e di gentiluomini”, la Regina d’Italia partecipò in prima persona all’inaugurazione della Capanna che le venne in seguito dedicata, costruita sulla vetta della Punta Gnifetti a 4.554 metri d’altezza.

Margherita, amata dall’aristocrazia ma anche dalle classi più umili, fu quindi di certo una donna con le palle da vendere!

Regina Margherita

Una capanna di legno del valore di neanche 18.000 lire – questo fu quanto – predisposta a valle e trasportata a spalla fino alla vetta, lì dove venne in seguito montata. Un’impresa ambiziosa a quel tempo e che certo lo sarebbe ancora oggi senza elicotteri a disposizione: 4.554 metri ragazzi significa niente popò di meno che il tetto d’Europa, un’altezza considerevole alle nostre latitudini, motivo per il quale la Capanna, ristrutturata e ampliata nel 1980, viene oggi utilizzata, non solo come rifugio, ma anche come stazione meteorologica e laboratorio di ricerca per gli effetti del mal di montagna.

Capanna

Vorrei quindi essere chiara fin da subito riguardo a questo tipo di escursione: raggiungere la Capanna Margherita NON è una passeggiata e questo nonostante il percorso non presenti particolari difficoltà tecniche (va beh, giusto il rischio di finire in un crepaccio, vedete un po’ voi…) Ricordatevi: con le montagne non si scherza affatto e, a meno che non siate degli esperti, l’obbligo è quello di affidarvi ad una guida alpina – o ad un’agenzia che ve ne contratti una – che conosca il percorso, che sappia leggere il territorio e che vi possa oltretutto aiutare a reperire l’attrezzatura utile per affrontare l’impresa. Non preoccupatevi, a tal proposito ho degli ottimi consigli da darvi! (vedi la sezione contatti in fondo all’articolo).

Capanna Margherita

L’ambiente lassù è internazionale, la Capanna Margherita costituisce infatti un’obiettivo e un simbolo per gli amanti della montagna provenienti da tutto il mondo, un luogo a dir poco speciale, un balcone privilegiato sull’arco alpino da cui si può godere di una vista impareggiabile. Fatelo, almeno una volta nella vita andateci e capirete quale esperienza indimenticabile è lì che vi aspetta!

I punti di partenza per poter cominciare l’ascesa prima dell’alba sono due: il Rifugio Mantova, situato a 3.498 metri e il Rifugio Gnifetti, appena duecento metri più in su, alla testata del bacino glaciale del Lys e sul ghiacciaio del Garstlet. Per quanto riguarda le vie d’accesso a questi due stabilimenti beh, dipende da come siete più comodi: via Piemonte, partendo da Alagna, o via Valle d’Aosta, partendo da Gressoney (Gabiet). Da Milano il percorso più conveniente (in termini di vicinanza ma anche in termini di economicità) è quello che sale da Alagna ed è quindi l’itinerario che abbiamo preferito noi, con pernottamento al Rifugio Mantova.

Rifugio Mantova - Capanna Margherira

Rifugio Mantova – www.rifugiomantova.it

Optare per il Rifugio Mantova piuttosto che per il Gnifetti, significa prediligere un’ambiente meno affollato (80 posti letto contro gli oltre 170), ristrutturato da poco per il comfort degli alpinisti e oltretutto leggermente più economico (60€ per la mezza pensione invece che 73€ e quota maggiorata di 10€ per il pernottamento della guida, il cui costo dev’essere diviso tra i partecipanti). Certo è vero, questo significa anche avere duecento metri in più da percorrere la mattina successiva ma tutto sommato credo che non siano quelli a fare la differenza in peggio, anzi: trattandosi di una zona priva di crepacci, quei duecento metri vi daranno la possibilità di testare la vostra condizione fisica; volendo rinunciare, questo vi permetterebbe di tornare indietro da soli senza compromettere la spedizione dell’intero gruppo che segue in cordata (parlo per esperienza diretta).

Rifugio Gnifetti - Capanna Margherita

Rifugio Gnifetti

Rifugio Gnifetti – www.rifugimonterosa.it

La salita – dicevamo – comincia prima dell’alba (sveglia alle ore 3.45, colazione a buffet compresa nel prezzo, vestizione e partenza al più tardi alle 5). A 3.500 metri sarebbe incosciente non prepararsi al freddo ma questo non vuol dire che lo debba fare per forza in maniera estrema: tutto dipende principalmente dal vento e dal mese in cui deciderete di andare. Giugno, luglio, agosto e la prima settimana di settembre sono le uniche possibilità che avrete; come date privilegiate e plausibilmente più favorevoli per le condizioni di solidità del ghiacciaio si tende ad indicare come migliori le prime due settimane di luglio ma, in quanto a temperature, entrambi i mesi di luglio e agosto dovrebbero  essere piuttosto piacevoli.

Ebbene questa è stata la mia esperienza: a fine luglio (26-27), praticamente in assenza di vento e in condizioni di cielo sorprendentemente limpido, io che soffro abbastanza il freddo avevo addosso nient’altro che una maglietta a maniche corte, un pile leggero, pantaloni felpati, cappello invernale, guanti anti vento e giacca cerata non imbottita (per intenderci, quelle da corsa). Al ritorno, tolta la giacca, il cappello e i guanti e aggiunto giusto un cappellino con visiera per il sole, in alcuni punti avevo addirittura caldo. Fondamentali per questo tipo di escursione sono comunque gli scarponi (da neve, in noleggio ad Alagna per 12€ al giorno), gli occhiali da sole (se per neve e ghiaccio tanto meglio), i bastoncini da trekking (io li ho trovati un aiuto indispensabile), una torcia frontale, la protezione solare, ramponi e imbrago (che vi verranno forniti dall’agenzia); acqua, tè caldo (che potrete ordinare al rifugio) e snack sono a vostro piacimento.

Monte Bianco - Capanna Margherita

4.15 ore per salire e 2.15 ore per scendere è quello che ci abbiamo impiegato noi (io e i miei tre prodi compagni d’avventura) partendo dal Rifugio Mantova; mettete in conto, a seconda del vostro passo e di quello dei vostri compagni (a cui sarete legati in cordata), di metterci comunque tra le 4 e le 5 ore. L’inizio è spettacolare, soprattutto se anche voi come me, avrete la fortuna di vedere il sole illuminare d’arancione la cima del Monte Bianco e piano piano rischiarare il cielo dando vita ai colori del ghiacciaio. Crepacci, ponti di neve e seracchi, la prima meta di questa avventura è il Colle Vincent, un bel po’ più su e là oltre il quale la pendenza dovrebbe finalmente cominciare a diminuire.

Capanna Margherita

L’andamento è lento ma costante, le pause brevi – per evitare che il corpo si raffreddi – e solo dove possibile, ovvero superata la zona dei crepacci; in silenzio e con tenacia ognuno cerca di tenere testa alla propria fatica; tutti, dal primo all’ultimo, della propria o di altre cordate, in silenzio condividono le stesse difficoltà e verosimilmente le stesse incredibili emozioni. 

Corno Nero e Cristo delle Vette - Capanna Margherita

Capanna Margherita

A destra, mano a mano che si prosegue verso il Colle del Lys (il secondo traguardo), ecco la Piramide Vincent, la statua del Cristo delle Vette, il Corno Nero e la Punta Parrot; a sinistra la spaventosa quanto perfetta parete del Lyskamm e l’inconfondibile sagoma del Cervino. Lo ammetto, guardando alle imprese degli altri alpinisti che si avventuravano su ogni versante di questo massiccio spettacolare – e pensando quindi a quante altre possibilità di escursioni avrei avito – la prima cosa a cui ho pensato è che lì ci sarei tornata sicuro!

Lyskam - Capanna Margherita

Lyskam - Capanna Margherita

Ma eccola finalmente, la Capanna Margherita è la, la vedi in lontananza, e tu, povero illuso, che pensavi di essere ormai arrivato! Tiri un sospiro di gioia mista a sconforto e ti prepari: da qua ti aspetta una traversata in lieve discesa che ti farà perdere un po’ di quota e quindi l’ultimo strappo in impennata per raggiungere l’obiettivo. Lo so, arrivati a quel punto si è quasi allo stremo delle forze ma pensa a quando sarai lassù e alla soddisfazione che ti aspetta! Non solo, ad aspettarti ci saranno anche pizza fatta in casa – rigorosamente margherita! – e una torta di mele che ti farà dimenticare di tutte le fatiche appena fatte per raggiungerla!

Capanna Margherita

Siete quindi finalmente giunti sul balcone più alto d’Europa, dall’altro lato si aprono a strapiombo delle viste incredibili sulla valle di Alagna e sulla Cresta Signal che costituisce l’altra via d’ascesa alla Capanna Margherita ma molto più difficoltosa. Vedo due alpinisti che si arrampicano sugli speroni di roccia, mi vengono le vertigini per loro ma intanto sogno, con immensa invidia e ammirazione: chissà, forse un giorno…:-) Godetevi il momento e fatene tesoro: quella sensazione ve la porterete dietro per tutta la vita!

Capanna Margherita

Capanna Margherita

Comunque, a meno che non abbiate deciso di rimanere lassù a dormire – cosa possibile – a un certo punto dovrete pur riprendere il cammino in discesa ed è questa forse la parte più bella: leggeri nello spirito per l’impresa appena compiuta, non dovrete adesso fare altro che ammirare il paesaggio con la soddisfazione di chi è riuscito ancora una volta a superare i propri limiti e può adesso guardare con un pizzico di compiacimento agli ultimi ritardatari che ancora si apprestano a raggiungere la cima. Tra le foto scattate al ritorno, con il sole alto e il cielo azzurro davvero non saprei scegliere quali siano le mie preferite e allora ve le metto tutte! 🙂

Capanna Margherita

Capanna Margherita

Capanna Margherita

Capanna Margherita

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Ulteriori info, contatti, costi e ringraziamenti

Per l’organizzazione, come vi anticipavo prima, è fondamentale rivolgersi ad un’agenzia specializzata o direttamente ad una guida alpina che conosca il percorso. A tal proposito, consultate il sito di Lyskamm4000 oppure scrivetemi in privato per il contatto diretto della guida. L’ideale per risparmiare ovviamente sarebbe quello di riuscire a formare un gruppo di 5 persone (il numero massimo consentito di partecipanti per formare una cordata) ma, qualora foste meno, potreste comunque rivolgervi all’agenzia mettendo sul tavolo la possibilità di unirvi a qualche altro loro cliente che sia d’accordo.

Oltre alla quota guida dovrete inoltre mettere in conto: 40 euro a persona per i servizi di funivia da Alagna a Punta Indren; il costo della mezza pensione al Rifugio Mantova o alla Capanna Gnifetti (65 o 75 euro); le spese della guida per funivia e rifugio da dividere tra i partecipanti (25 per la funivia + 35 per il rifugio); i costi di trasferimento da e per Alagna; il pranzo del primo e del secondo giorno, l’acqua e le consumazioni alla Capanna Margherita; l’eventuale noleggio di scarponi (24 euro) e dei bastoncini (16 euro) – costi aggiornati a luglio 2018.

E’ consigliabile pranzare il primo giorno al Passo dei Salati per dare al corpo il tempo di acclimatarsi all’altezza.  N.B: l’ultima risalita da Alagna prima della pausa pranzo è alle 12.15 e nel caso in cui la doveste perdere la successiva sarebbe non prima delle 14.15! Da Punta Indren al Rifugio Mantova ci sono circa 45 minuti di percorso accidentato e in parte bagnato per cui è fondamentale partire già con gli scarponi ai piedi. Portatevi uno zaino che sia capiente abbastanza da poterci mettere tutto quello che vi servirà per la spedizione e in più i ramponi e l’imbrago che vi verranno forniti dall’agenzia qualora non li aveste.

Al rifugio vengono dispensate ciabatte modello Crocs, lenzuola monouso e piumone; i prodotti da bagno sono pressoché inutili (portatevi solo un sapone, spazzolino e dentifricio) e munitevi piuttosto di un thermos se interessati alla questione tè caldo da portare con voi durante l’ascesa. Ricordatevi che a 3.500 metri la digestione risulta più lenta che a quote più basse: cercate di non abbuffarvi e andate a letto presto!

Ringrazio a questo punto tutti i miei compagni di viaggio: Nicola, per aver ripetuto con me un traguardo già raggiunto in Nepal; Carlo, per aver organizzato tutto con grande dedizione e, nonostante ciò, aver saputo rinunciare alla meta senza compromettere l’impresa degli altri; Lorenzo e Mauro, per aver sofferto e gioito insieme. Ringrazio inoltre Malù, della Lyskamm4000, la coordinatrice di un progetto ben riuscito e oltremodo Massimo, una guida preziosa, per la sua umiltà e per averci trasmesso il suo amore per la montagna. Infine ringrazio il mio corpo, per non avermi mollato fino alla fine!:-)

Capanna Margherita

Parco Nazionale delle Cinque Terre: tra trekking, buon vino, cibo e relax

Parco Nazionale delle Cinque Terre: tra trekking, buon vino, cibo e relax 1024 682 Sonia Sgarella

Anni ed anni ad accompagnare escursioni in giornata da Milano alle 5 Terre – si lo so, è roba da matti ma purtroppo è quello che richiedono i tour operator – e mai sono riuscita ad avvicinarmi a quei sentieri di trekking di cui il Parco Nazionale va tanto orgoglioso. 

Ebbene quest’anno non ho voluto pensarci due volte e allora, appena prima dell’inferno estivo – quando i prezzi sono ancora ragionevoli e la natura sprigiona il suo odore inebriante di fiori – mi sono presa qualche giorno per provare a concretizzare l’idea di una vacanza attiva, all’insegna del movimento, del relax in natura e della buona cucina.

5 Terre

Parco Nazionale dal 1999 (il più piccolo d’Italia), quello delle 5 Terre costituisce forse l’esempio più eclatante di abbraccio perfetto tra l’audace opera dell’uomo e la stupefacente creazione della natura, un equilibrio sottile tra le montagne e il mare che ancora resiste, nonostante la sua fragilità, la minaccia saltuaria dell’acqua e dei venti e – mi duole dirlo – l’effetto deleterio del turismo di massa che qui si riversa a frotte;

Sappiate però, esiste comunque un modo per godere appieno della bellezza di questi luoghi lontano dalla folla. Si tratta, durante il giorno, di mettervi in cammino! I  gruppi da crociera non li troverete infatti lungo i sentieri di trekking o a Corniglia (la più isolata tra le terre), bensì a spintonarsi nelle stazioni dei treni, sui moli di attracco delle imbarcazioni o intenti a sbranarsi l’impossibile nei ristoranti di Monterosso, Vernazza e Manarola. Si tratta per lo più di persone che visitano le 5 Terre in giornata e che bazzicano nei paesi fino a circa le 5 del pomeriggio; partiti loro, l’atmosfera torna ad essere quella accogliente e rilassata che moto probabilmente stavate cercando.

Corniglia

Fatto tesoro allora di quanto appena detto, credo che le opzioni migliori per pernottare all’interno del Parco Nazionale siano due: Corniglia o Rio Maggiore; al di fuori della zona protetta (ma comunque ben servita) potreste invece valutare Levanto.

Io personalmente sono stata a Corniglia e, per motivi sia logistici che di qualità, credo non avrei potuto optare per una sistemazione migliore: Il Carugio di Corniglia (vedi pagina web), una vera chicca nel pieno centro del paese e con – udite, udite, cosa più unica che rara – parcheggio gratuito a 5 minuti da casa, cosa fondamentale da considerare se avete intenzione di viaggiare in auto. Tutti gli appartamenti sono forniti di angolo cottura (cosa sicuramente utile qualora vogliate risparmiare sul costo del vitto), biancheria da bagno (compreso il telo mare) e lavatrice in zona comune (che vi permetterà di viaggiare leggeri qualora prevediate di rimanerci a lungo). Lidia, la padrona di casa,  è una persona disponibilissima e vi riempirà di informazioni sul come muovervi tra un borgo e l’altro ma, visto che io son qua per questo, approfitterei dell’occasione per cominciare col farlo fin da subito.

Nello specifico, esistono cinque modi per spostarsi nel territorio delle 5 Terre e limitrofi:

in treno

– in pullman

– in barca

– a piedi

– in macchina

Tra questi sicuramente l’ultimo è il meno conveniente (se non altro per la difficoltà nel trovare parcheggio) e dovrebbe quindi essere considerato come l’ultima opzione, solo in determinate occasioni.

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1. In Treno

La linea ferroviaria che collega La Spezia a Levanto passando per il territorio delle 5 Terre risale alle fine del XIX, momento in cui Rio Maggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso incominciarono ad essere servite da mezzi locomotori che, sfrecciando (si fa per dire) all’interno della montagna, ancora oggi costituiscono un  veloce sistema di trasporto tra una località e l’altra.

Manarola

I treni regionali (che fermano in tutte le stazioni) durante l’alta stagione turistica hanno una frequenza di circa uno ogni 20 minuti e gli orari si possono consultare sul sito di Trenitalia o alla pagina www.cinqueterre.eu.com. Ai treni regionali e al servizio integrativo che fa la spola tra La Spezia e Levanto (noto con l’appellativo di Cinque Terre Express), si aggiungono poi alcuni treni a percorrenza più lunga che fanno tappa nelle sole Monterosso o Rio Maggiore.

Il costo di un biglietto per il Cinque Terre Express o per qualunque treno regionale nella tratta compresa tra La Spezia e Levanto è di 4 euro e i tempi di percorrenza tra le varie stazioni si possono calcolare in termini di pochi minuti. Nello specifico:

Rio Maggiore – Manarola: 3 minuti

Manarola – Corniglia: 4 minuti

Corniglia – Vernazza: 4 minuti

Vernazza – Monterosso: 4 minuti

Monterosso – Levanto: 5/7 minuti

Rio Maggiore – La Spezia: 8 minuti

Le stazioni del treno si trovano tutte in posizione comoda rispetto al centro del paese, tutte tranne quella di Corniglia che è collegata all’abitato con una scalinata di quasi 400 gradini. Ma come, non vorrete mica dirmi che state già cambiando idea sul fatto del pernottamento a Corniglia vero?? 🙂 Non fatevi prendere dallo sconforto: esiste anche un servizio di bus navetta che fa la spola tra la stazione e il centro del paese (incluso nel prezzo per i possessori della Cinque Terre Card).

5 Terre Card

Ma già che ci siamo apriamo pure la parentesi sulla 5 Terre Card e cerchiamo di capire a cosa serve. Si tratta fondamentale di una carta dei servizi che permette di:

– accedere ai sentieri di trekking previsti a pagamento (di cui vi parlerò nel dettaglio nella sezione “a piedi”

– partecipare alle visite guidate secondo programmazione (vedi link)

utilizzare i servizi di pullman gestiti dall’ATC all’interno del Parco Nazionale

– usufruire dei bagni pubblici a pagmento

– navigare in internet con il servizio wifi negli hot spot del Parco

– avere una tariffa ridotta all’ingresso ai musei civici di La Spezia.

La carta è personale e ne esistono di due tipi: Trekking Card ( che include tutti i servizi appena elencati) e Carta Treno (che a questi aggiunge un numero illimitato di viaggi in treno sulla tratta Levanto – La Spezia).

Le carte possono essere acquistate per uno, due o, solo nel caso della Carta Treno, per tre giorni. Il costo rispettivo (aggiornato al 2018) è di:

– 7,5 euro (Trekking Card) e 16 euro (Carta Treno) per 1 giorno

– 14,5 euro (Trekking Card) e 29 euro (Carta Treno) per 2 giorni

– 41 euro (Carta Treno) per 3 giorni.

La Carta Treno da un giorno risulta conveniente solo nel caso in cui si effettuino almeno 3 corse nell’arco della stessa giornata, quella da due, solo se le corse dovessero ammontare ad almeno quattro.

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2. In Pullman

Ognuno dei paesi delle 5 Terre ha il suo servizi di bus navetta che lo collega con varie località dell’entroterra e, nel caso di Corniglia, con la stazione dei treni. Gli orari e le tratte possono essere visualizzati consultando la pagina dell’ATC . Il costo del biglietto per una corsa semplice (acquistabile nei Centri Accoglienza) è di 1,5 euro (2,5 euro se direttamente sul pullman) mentre quello di un carnet da 10 è di 12 euro. I possessori della 5 Terre Card ne possono usufruire gratuitamente.

Un’altra servizio di linea che potrebbe farvi comodo è quello che collega La Spezia con Porto Venere. Trattasi della Linea 11, i cui orari sono riportati sempre sul sito dell’ATC (vedi link).

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3. In Barca

Il Consorzio Marittimo Turistico 5 Terre offre servizio di connessioni via mare tra Porto Venere e le Cinque Terre fermando in tutti i villaggi tranne Corniglia e proseguendo quindi (con corse meno frequenti) in direzione di La Spezia, Lerici, Levanto e le Tre Isole del Golfo dei Poeti, ovvero Palmaria, Tino e Tinetto.

Le corse all’interno del Parco Nazionale hanno una frequenza oraria e sicuramente costituiscono il mezzo di trasporto più panoramico, seppur tuttavia anche il più caro. I prezzi variano a seconda della tratta da percorrere e possono essere consultati alla pagina http://www.navigazionegolfodeipoeti.it/tariffe/

5 Terre

Un’alternativa ai servizi pubblici sono invece quelli privati che possono prevedere il noleggio della sola barca, di barca e capitano, oppure di canoa e kayak. Esistono in tutti i paesini, inclusa Porto Venere, diversi operatori che offrono queste possibilità di noleggio e i prezzi ovviamente variano sensibilmente in base al tipo di imbarcazione e servizio (alcuni, per esempio, organizzano anche tour di gruppo di giorno o al tramonto).

Personalmente ritengo che il tratto di costa migliore da visitare (con insenature e calette altrimenti irraggiungibili) sia quello che si estende tra Rio Maggiore e Porto Venere e considero quindi una buona pensata quella di cominciare il vostro percorso da una di queste due località o, al più lontano, da Manarola.

Monesteroli

A Rio Maggiore potete rivolgervi a Cinque Terre dal Mare, recandovi direttamente alla marina oppure prenotando tramite la loro pagina web www.cinqueterredalmare.com. Per una barca con capitano invece ho sentito parlare bene di Dario della Rayo Verde Tour che potete contattare al numero 342.3940692.

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4. A Piedi

Ma veniamo finalmente alla parte più interessante del tour, ovvero ai sentieri di trekking che volendo vi potrebbero tenere impegnati per una settimana intera. Il Sentiero Azzurro, la Strada dei Santuari, la “Grande scala” di Monesteroli, la Levanto-Monterosso, la Rio Maggiore-Porto Venere: in quanto a camminate davvero ce n’è per tutti, dalle più brevi alle più impegnative, con scorci spettacolari a strapiombo sul mare, tra i terrazzamenti di viti ed ulivi ed una ricca flora di tipo mediterraneo che vi farà vivere un’esperienza unica.

5 Terre

Ricordatevi, a meno che non abbiate intenzione di noleggiare una barca, i sentieri di trekking saranno il vostro unico appigglio per sfuggire alla folla che durante il giorno invade le Terre, una scusa più che valida per mettervi in cammino. Tutti gli itinerari sono ben marcati e nei centri di accoglienza delle 5 Terre, oltre alla mappa dei sentieri, potrete recuperare anche delle piccole guide con tutti i dettagli. Qui di seguito alcune informazioni:

5 Terre

– Il Sentiero Azzurro: al momento è l’unico per cui è necessario l’acquisto della Cinque Terre Card e si tratta di quello che collega i cinque villaggi in maniera più diretta, ovvero sul primo versante delle montagne con affacci sul mare. Di questo farebbe parte anche la famosa Via dell’amore che però,  insieme alla tratta Corniglia-Manarola, ad oggi (giugno 2018) rimane ancora chiusa a causa delle frane cadute ormai qualche anno fa. Ancora non vi è certezza sul quando riapriranno ma sembrerebbe che, grazie al finanziamento di alcuni privati, il lavori potrebbero riprendere nel futuro più prossimo. Al momento del Sentiero Azzurro rimangono percorribili le tratte Corniglia-Vernazza e Vernazza-Monterosso e il tempo di percorrenza media per entrambe è di circa 1h45 ciascuna.

Vernazza

– Corniglia-Volastra-Manarola: una prima parte di salita nel bosco per poi proseguire in piano attraverso la più ampia zona di terrazzamenti del Parco Nazionale e quindi ridiscendere in picchiata verso Manarola godendo di alcune delle viste più spettacolari del borgo. Il senso migliore di marcia per evitare fatiche inutili è decisamente così come ve l’ho proposto; per accedere al sentiero da Corniglia seguite le indicazioni per Volastra che cominciano dietro alla chiesa. Questa tratta non è altro che una sezione della più lunga Strada dei Santuari, quella che in tale occasione passa quindi per la Madonna della Salute, risalente al XIII secolo.

Manarola

Un altro percorso interessante (che però io non ho avuto tempo di fare) è quello che invece parte da Monterosso e che torna a Corniglia, passando per la Madonna di Soviore, per quella di Reggio e per la Cigoletta. In totale dovrebbero essere circa 5 ore ma potete anche decidere di dividerlo in due facendo tappa a Vernazza.

– Levanto-Monterosso: per avere una visuale che copra l’intero territorio delle Cinque Terre – da Punta Mesco al Capo di Montenero – e  che spazi ad oriente fino alle isole di Palmaria, Tino e Tinetto, dovrete salire in alto e, partendo dal lungomare di Levanto fino alle rovine della Chiesa di sant’Antonio, ridiscendere di nuovo in direzione Fegina, la parte più nuova di Monterosso. Il percorso di circa 2h30 è davvero spettacolare e meritevole di considerazione.

Punta Mesco

– Monesteroli (536): una decina di case a formare un caratteristico nucleo contadino arroccato su un costone scosceso nel territorio di Tramonti, tra Rio Maggiore e Porto Venere. Un ripido percorso – la “Grande Scala” – lo collega a monte con il sentiero che da Fossola prosegue verso Campiglia (535), rendendolo uno degli itinerari più impegnativi della zona: stiamo parlando di oltre 1.000 gradini in picchiata, di “un monumento alla fatica dell’uomo” – così ne parlano – che costituisce l’unico collegamento tra questo borgo e il resto della civiltà insediatasi più in alto.

Monesteroli

Una scala talmente ripida da non riuscirne a vedere la fine quando si è cima, l’entusiasmo che si prova nel scendere al lento svelarsi del borgo e l’ansia che aumenta man mano al pensiero di dover ripercorrere il tutto in salita. In totale sono due o tre ore tra andata e ritorno partendo da Campiglia (che potrete raggiungere in macchina) e circa lo stesso tempo partendo da Fossola o Telegrafo (che potrete invece raggiungere in autobus da Rio Maggiore). Portatevi snack e acqua perché lungo il percorso non troverete niente.

Monesteroli

– Rio Maggiore – Porto Venere: un percorso impegnativo, per quelli che hanno voglia di camminare tanto (per intenderci 5 o 6 ore) e che vogliono esplorare la costa in tutta la sua estensione, spingendosi a piedi fino alla fortezza Doria di Porto Venere, forse il borgo più bello tra tutti. Da qui potrete poi fare rientro in barca o con pullman e treno passando per La Spezia.

5 Terre

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5. In Macchina

Come vi dicevo la macchina vi converrebbe lasciarla parcheggiata per tutto il periodo di permanenza ma, se proprio la volete utilizzare, allora io lo farei soltanto in occasione della scarpinata a Monesteroli. A Campiglia i parcheggi sono gratuiti e volendo poi, una volta risaliti, potrete fare tappa a Porto Venere, da dove quindi non avreste problemi di orari per rientrare.

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Sulle delizie per il palato…

Ed eccoci allora arrivati al discorso culinario, il vanto e punto di gloria di una popolazione che, nonostante le difficoltà, è riuscita a piegare ai propri bisogni di vita la natura del territorio in cui vive, cambiandolo e modellandolo nel corso dei secoli – con immensa fatica – per riuscire a ricavarne quelli che oggi sono riconosciuti come prodotti D.O.C. dell’eccellenza italiana.

6.729 chilometri di terrazzamenti (ovvero una lunghezza pari a quella della Grande Muraglia Cinese) è un’opera a dir poco titanica ragazzi! Muretti a secco che si sviluppano lungo tutta la costa, particolarmente concentrati nella tratta Corniglia-Manarola-Rio Maggiore, sono il simbolo di un lavoro incredibile che oggi permette a chiunque visiti il Parco Nazionale di poter degustare – tanto per cominciare – degli ottimi vini bianchi da tavola e non solo.

5 Terre

5 Terre D.O.C. e Sciacchetrà, ecco i nomi delle due prelibatezze più famose – il primo secco e fruttato, il secondo liquoroso – a cui si aggiungono il Costa de Sera, il Costa de Campu e il Costa de Posa, la cui produzione è consentita solo in una parte del territorio di Rio Maggiore. Un buon bicchiere di vino bianco è dunque tutto quello che di meglio potreste volere da bere mentre per quanto riguarda il mangiare, beh, su quello c’è davvero l’imbarazzo della scelta!

Dalle acciughe salate al gelato al basilico, dalle trofie al pesto alla torta monterossina e passando per tanto ma tanto pesce, molluschi e crostacei; insomma, è sicuro che da queste parti non morirete di fame e anzi, se non vi darete da fare sugli itinerari di trekking, è quasi scontato che tornerete a casa con qualche chilo di troppo. In generale si mangia bene un po’ dappertutto ma se preferite non avere dubbi, ecco un elenco di quei locali che a mio parere costituiscono una garanzia di qualità:

-Ristorante da Ely – Monterosso, per il migliore pesto del mondo, gli antipasti di mare, il pesce spada alla ligure, la “monterossina” e praticamente per tutto quello che troverete in menù!

-Ristorante Ciak – Monterosso, per i ravioli di pesce e tanto altro

-Gelateria Artigianale Alberto – Corniglia, per il gelato al basilico e per quello ricotta e fichi

-Enoteca Il Pirun – Corniglia, per l’ambiente raccolto e l’ottimo cibo

-Ristorante Aristide – Manarola, perché se alloggiate da Lidia non potete non andare a mangiare al ristorante di suo figlio

-Ristorante La Lampara – Campiglia, per la posizione panoramica e i sapori genuini

Santuario della Madonna della Corona, un gioiello incastonato nel Monte Baldo

Santuario della Madonna della Corona, un gioiello incastonato nel Monte Baldo 1280 960 Sonia Sgarella

Se state viaggiando sulla A4 in direzione Venezia, prendete l’uscita a Peschiera del Garda e da li raggiungete Affi. Imboccate quindi la Strada Provinciale n.11 in direzione Brentino-Belluno e godetevi per i restanti 16 km la bellezza dei vigneti della Val d’Adige.

Il tratto di strada che si snoda tra Rivoli Veronese e Avio, passando per i comuni di Dolcè e Brentino-Belluno, è infatti conosciuto come “Terra dei forti”, una delle due strade del vino che si estendono lungo il corso del secondo fiume più lungo d’Italia (l’altra essendo la  Strada del Vino dell’Alto Adige o Sudtiroler Weinstrasse).

La viticoltura specializzata che ne caratterizza l’ordinato panorama dà origine al Valdadige DOC, un vino legato all’identità territoriale più che ad una caratteristica precisa o ad un vitigno particolare. Secondo la tradizione sono infatti molteplici i vini che vantano il titolo d’appartenenza: Terradeiforti Valdadige Chardonnay, Terradeiforti Valdadige Pinot grigio e Terradeiforti Valdadige passito da uve bianche, mentre i vini rossi sono: Terradeiforti Valdadige Casetta (anche riserva), Terradeiforti Valdadige Enantio (anche riserva e passito)vini forti per tradizione come spiega il Consorzio di Tutela. (vedi scheda)

“Terradeiforti” per via di quegli 8 forti che incombono sulla Chiusa di Verona a sud, mentre il Castello medievale di Avio chiude il territorio a nord. Gola tortuosa dalle pareti verticali, la chiusa di Verona insieme alla Valle dell’Adige, rappresenta un’importante via di comunicazione tra il mondo mediterraneo e il mondo alpino, da secoli protagonista della storia militare italo-austriaca in quanto tratto di confine ripetutamente conteso per il dominio sulla fertile pianura.

Tra borghi antichi e pergolati di kiwi e d’uva incorniciati dall’argenteo colore degli olivi, la valle protetta dai Monti Lessini a destra e dal Monte Baldo a sinistra, nasconde preziosi gioielli che vale assolutamente la pena di scovare.

Arrivati quindi a Brentino che si estende sulla parte più alta di un conoide di deiezione modellato dalle rapide del Rio Bissolo, parcheggiate la macchina presso la chiesa di San Giacomo e preparatevi per risalire il versante orientale del Monte Baldo aventi come meta il Santuario della Madonna della Corona, uno tra i più sacri per il pellegrino devoto di fede cristiana.

Luogo unico e di rara bellezza per la particolare posizione che lo vede incastonato in un incavo di roccia a strapiombo sulla Valdadige a circa 600 metri d’altezza rispetto al fondo valle. Probabile luogo di romitaggio già dai secoli XIII e XIV, divenne santuario nel 1625, quando i cavalieri di Malta fecero riedificare la chiesa inaugurata nel 1530, che venne poi completata nel 1680. Ampliato, ritoccato e ristrutturato più volte, il santuario – all’inizio noto col nome di Santa Maria di Montebaldo – divenne appendice della curia diocesana di Verona di cui lo è tutt’oggi.

Dirigetevi quindi dall’altra parte dell’abitato fino a raggiungere uno spiazzo che ospita gli antichi lavatoi fatti costruire oltre cento anni fa dalle donne del paese. Da qui imboccate la Via Santuario e cominciate la salita. Una lunga e regolare scalinata introduce al cosiddetto “Sentiero della Speranza” che vi condurrà al Santuario in circa un’ora e mezza di cammino, tutto in salita!

Non fatevi però ingannare, i gradini ben proporzionati che state percorrendo saranno presto rimpiazzati dalle alzate irregolari di un sentiero faticoso che, inizialmente circondato da bassi cespugli, dopo alcuni tornanti s’inoltra tra alberi di fusto più alto. Vi ritroverete presto come in una fresca galleria di rami e fogliame che ogni tanto lascia spazio a vedute spettacolari sulla valle sottostante .

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Dal punto panoramico “La Croce” dove se vi siete muniti di pranzo al sacco potrete fermarvi a pranzare, riuscirete ad ammirare la valle in tutta la sua estensione:  il fiume Adige con le sue grandi anse ben definite che ondeggiano da un versante all’altro del territorio delimitando gli spazi destinati alle colture, l’autostrada e la ferrovia del Brennero di cui si percepisce ancora il rumore lontano, i centri abitati e le strade secondarie che li raggiungono.

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Superato decisamente il migliaio di scalini, proseguendo il cammino si giunge ad una ripida parete rocciosa all’apparenza invalicabile. L’ingegno umano è però riuscito ad escogitare l’ennesima scalinata che si contorce a zig-zag lungo il crinale permettendo di raggiungere in pochi minuti l’estremità superiore. A metà di quest’ascesa, in una grotta naturale è custodita una copia in miniatura della Pietà venerata al Santuario. La vista è mozzafiato.

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Finalmente e solo arrivati a questo punto si riesce a scorgere il Santuario in tutta la sua incredibile bellezza. Impossibile non chiedersi come gli ideatori abbiano potuto concepire e infine realizzare un’opera all’apparenza così precaria ma la sacralità del luogo ne è evidentemente la risposta: accessibile solo da chi è disposto a faticare, a livello fisico e mentale, in vista di vantaggi spirituali. Si prosegue in leggera salita, sempre con la vista della chiesa sulla destra, per poi lasciarla scomparire di nuovo fino al momento dell’arrivo.

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Mancano ancora pochi passi e , una volta superato il Ponte del Tiglio si entra nello spazio vero e proprio del Santuario. L’accesso avviene attraverso un’ultima regolare scalinata in pietra dove, ad ogni cambio di direzione, sono posti dei capitelli d’ispirazione sacra che narrano le più significative scene bibliche.

Giunti al sagrato della chiesa si è affascinati dalla verticalità della roccia che si staglia a picco sopra di essa ma solo entrando all’interno si riesce a capire quanto questa montagna faccia parte dell’ambiente sacro: la roccia nuda si fa parete e proprio in essa è incastonata l’immagine di culto oggetto di tanta devozione: una statua in pietra locale risalente al 1432, raffigura la Madonna che tiene tra le braccia il Cristo deposto dalla croce.

Una leggenda molto diffusa a livello non solo locale narra che tale opera sarebbe stata li trasportata da Rodi in una notte del 1522 da una schiera di angeli scesi dal cielo per sottrarre l’immagine della Madre di Gesù alla furia turca. La fede e la devozione popolare negli anni immediatamente successivi indussero gli abitanti, sempre secondo leggenda,  a costruire il Santuario.

La storia tuttavia come già vi ho accennato racconta altro. Da un livello inferiore rispetto al sagrato si accede alla Sala delle Confessioni al cui interno è collocata la “Scala Santa”, riproduzione della scala salita da Gesù per raggiungere l’aula dove avrebbe subito l’interrogatorio di Ponzio Pilato prima della crocifissione. L’atto di devozione prevede che i 28 scalini siano saliti rigorosamente in ginocchio pregando il Signore e meditando sulla passione di Cristo.

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Se avete cominciato il percorso al mattino si sarà fatta ormai ora di pranzo. Se siete quindi ancora a stomaco vuoto fate l’ultimo sforzo per raggiungere il sovrastante paese di Spiazzi, frazione del Comune di Caprino Veronese. Imboccate la strada in leggera salita alla destra del negozietto di souvenirs e, attraversata una galleria artificiale lunga qualche decina di metri, camminate sempre in salita lungo la via pavimentata che prosegue a tornanti. A Spiazzi trovate buone opportunità di ristorazione e una stupenda vista della parte meridionale del lago di Garda e della penisola di Sirmione.

Non vi resta ora che compiere il percorso a ritroso! Seguite le indicazioni per Brentino evitando l’ingresso nello spazio del Santuario e godetevi la vista da un’angolazione  altrettanto suggestiva.

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Il Monte Baldo

Il Monte Baldo è una catena montuosa situata al margine meridionale delle Alpi, affacciata sulla Pianura Padana, distesa per 35 km tra il Lago di Garda e la Valle dell’Adige. Il Baldo è costituito prevalentemente da rocce sedimentarie di tipo carbonatico (calcari) formatesi decine di milioni di anni fa su fondali marini per deposizione di detriti. In seguito alla compattazione, questi fondali, furono sottoposti a sollevamento dovuto alle spinte tettoniche della zolla africana verso quella euro-asiatica, che provocarono alla fine dell’Era Secondaria (65 milioni di anni fa) l’emersione della catena alpina. A livello locale, la formazione del Baldo fu favorita da spinte esercitate, verso Est, dalle Prealpi Bresciane e, verso Ovest, dal blocco dei Monti Lessini. Il sollevamento del Monte Baldo coincide con l’approfondimento della fossa tettonica del Lago di Garda.

Con le sue 1952 specie floristiche, il Monte Baldo possiede ben il 43% dell’intera flora delle Alpi, pur estendendosi solo sullo 0,2% del territorio alpino. La ricchezza floristica del Monte Baldo è conosciuta da quando, nel 1566, Francesco Calzolari documentò la presenza di centinaia di specie nel suo libro “Viaggio di Monte Baldo”, suscitando un interesse botanico per questa area montuosa che valse a questa montagna  l’appellativo di “Hortus Europae”.

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Geologia del Monte Baldo

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Geologia del Monte Baldo