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Viaggio in Sikkim: balcone sul Kangchenjunga e prime spedizioni all’Everest

Viaggio in Sikkim: balcone sul Kangchenjunga e prime spedizioni all’Everest 1024 682 Sonia Sgarella

Chi di voi saprebbe dirmi, ad occhi chiusi e senza pensarci troppo, dove si trova il Sikkim? Appassionati di montagna, di alpinismo e soprattutto di Himalaismo, questa è la vostra occasione per ripercorrere, così in due minuti, una storia che durò degli anni, fatta di dedizione, quasi devozione e di passione ai limiti della ragione; una storia affascinante – la definirono una pseudo favola d’amore – che costò però la vita – e se lo ricordano forse meglio gli inglesi – a due leggendari esploratori, George Mallory e Andrew Irvine, i precursori di quella che trent’anni dopo si sarebbe trasformata in una vera e propria guerra delle bandiere per la conquista delle vette più alte del pianeta.

Mallory e Irvine

Va da sé ricordare che all’inizio del XX secolo, quando l’allora presidente della Royal Geographical Society di Londra, Francis Younghusband, comunicò ufficialmente che intendeva inviare una spedizione all’Everest – era il gennaio del 1921 – il versante nepalese non costituiva un’opzione accessibile. Uno degli ultimi “regni proibiti”, è così che veniva chiamata la monarchia assoluta nepalese che non permetteva a nessuno di entrare, restrizioni che il governo inglese – di stanza in India – aveva preso l’accordo di rispettare.

I preparativi a Kathmandu e la risalita della Valle del Khumbu sono quindi storia moderna, per non parlare ovviamente dell’aeroporto di Lukla che risale, sì e no, all’altro ieri. Per la cronaca, fu solo nel 1951 che il governo nepalese decise di aprire le sue frontiere al mondo esterno e, con questo, anche di rendere accessibili i versanti delle sue montagne imperiose, da allora disponibili all’attacco da parte di tutte quelle spedizioni che ancora sognavano di raggiungerne per prime le vette.

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E nonostante i primi tentativi, tra tutte quelle montagne inviolate rimaneva ancora lei, l’Everest, conosciuta localmente con il nome di Sagarmatha. Purtroppo per Mallory ed Irvine  infatti, seppur l’ipotesi rimanga ancora un’opzione, non è stato ad oggi possibile dimostrare che furono proprio loro, per primi, a raggiungerne la sommità, perdendo la vita in fase di discesa. Pensate, il corpo di Mallory venne ritrovato da una spedizione recatasi sull’Everest appositamente a quello scopo, soltanto nel 1999, a quota 8.200 metri. Erano passati 75 anni dalla sua morte.

Ma dunque – e qui per concludere arriviamo al punto – se il Nepal non era accessibile ai tempi delle prime puntate all’Everest (1921,1922 e 1924), da dove si passava? Dai porti delle coste indiane al Tibet la strada era ben lunga, il treno arrivava giusto ai primi baluardi delle montagne ed è proprio qui che le cronache del tempo ci raccontano di un altro antico regno chiamato Sikkim – oggi un piccolo e remoto angolo d’India – che costituiva l’unica via di accesso possibile alle terre aride dell’altopiano tibetano. Mallory lo descriveva come una giungla e ne decantava le valli fiorite, tappezzate di rododendri dai mille colori, da orchidee e da altri fiori mai visti prima.

 Darjeeling - Rhododendron

In treno si arrivava a Darjeeling – che io continuo a sostenere essere una delle cittadine più affascinanti di tutta l’India – ed era da lì che partivano quindi le carovane di uomini e animali da soma cariche di viveri e materiali per le spedizioni. Si proseguiva quindi a piedi per Gangtok – oggi la piccola capitale del Sikkim – e da lì verso i passi orientali del Jelep La e del Nothu La, ai confini col Tibet, per quindi  incominciare la lunga marcia verso le pendici di quella montagna tanto bramata. Il viaggio durava all’incirca quattro o cinque settimane, che si sommavano quindi ad un mese di traversata via mare.

Facile oggi per noi sentirci esploratori vero?

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A distanza di cent’anni sarebbe un miracolo se il Sikkim non fosse cambiato; alcuni dei sentieri ovviamente sono diventate strade, i distretti meridionali si sono alquanto urbanizzati e anche la fede, per lo più buddhista, sta subendo i contraccolpi di quel consumismo sfrenato che piano piano raggiunge anche i luoghi più remoti del pianeta.

Ma il Sikkim continua comunque ad affascinare: non ve ne avevo ancora parlato ma il 35% del paese è occupato dal Parco Nazionale del Kangchenjunga e le viste su quella che è la terza montagna più alta del mondo (8.586 m.), da qui sono certamente tra le migliori in assoluto. Immaginate quando nel 1899 Vittorio Sella ne effettuò il primo periplo, scattando delle foto emblematiche che furono documenti fondamentali per  un primo – purtroppo fallito – tentativo alla vetta del 1905, a cui partecipò anche il giovane Rigo de Righi.

Kangchenjunga

I rododendri e tantissime altre specie di flora continuano a sbocciare nei mesi di aprile e maggio e a trasformare le valli, tra cui quella di Yumthang, in un tappeto colorato di fiori mentre i distretti nord e ovest del paese, punteggiati di laghi color cobalto, rimangono ancora meta prediletta per gli amanti del trekking; i monasteri inoltre perpetuano la loro attività di custodi della fede e continuano ad incantare per la pace che trasmettono. E’ inoltre curioso sapere che il Sikkim, uno tra gli stati meno indiani dell’India (l’altro è il Ladakh), è il primo ad avere adottato una politica agricola al 100% biologica.

India - Sikkim - Pelling - Pemayangtse Monastery

Che cosa fare dunque oggi in Sikkim? Che cosa è rimasto da vedere e come arrivare? Ve lo spiego nei seguenti paragrafi:

1. Come arrivare, permessi e spostamenti

2. Gangtok e dintorni: cosa vedere

3. Trekking!

4. Valle dello Yumthang: il paradiso dei fiori

5. Pelling e dintorni: cosa vedere

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1. Come arrivare, permessi e spostamenti

Per viaggiare in Sikkim è necessario munirsi di un permesso speciale da allegare al visto indiano facendone richiesta presso Ambasciate, Consolati e Missioni indiane in Italia, oppure, direttamente in India presso il Sikkim Tourism Office di Delhi e Calcutta o presso il District Magistrates Office di Darjeeling e Siliguri. La procedura in India è immediata (in Italia segue i tempi di rilascio del visto) e non comporta nessun costo aggiuntivo. Il permesso ha una durata di 30 giorni. Per la richiesta è necessario presentare due foto tessera, copia del passaporto e del visto indiano.

Non essendoci ferrovie che collegano il Sikkim al resto dell’India, l’unico modo per varcarne i confini è con autobus o – opzione più pratica e consigliata – con jeep. L’aeroporto più vicino è quello di Bagdogra mentre le stazioni dei treni di riferimento sono quelli di Siliguri e New Jalpaiguri, tutte e tre le strutture situate nello stato confinante del Bengala, rispettivamente a 123, 114 e 125 km di distanza da Gangtok. Le jeep condivise le si trova presso l’SNT Bus Stand di Siliguri e la corsa per Gangtok (circa 4 ore) ha un costo di 250 Rupie. Le jeep partono quando si riempiono.

Anche all’interno dello stesso Sikkim, per visitare le zone più remote, ovvero quelle che si estendono verso i confini della nazione, nonché per tutto il comparto trekking, non solo è necessario ottenere un Protected Area Permit rilasciato dal Department of Tourism di Gangtok, ma è anche obbligatoria l’organizzazione tramite agenzia registrata. I trekking inoltre sono consentiti solo per gruppi di minimo due persone.

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2. Gangtok e dintorni: cosa vedere

Gangtok, situata a circa 1.600 metri, è la capitale del piccolo stato del Sikkim e, in quanto tale, anche la cittadina attorno alla quale ruota il grosso della vita culturale e turistica del paese. Come tutte le stazioni climatiche indiane, si sviluppa su più livelli ma il fulcro delle attività commerciali e nonché la zona di passeggio preferita sia dai locali che dai turisti, è la pedonale MG Road, inconfondibile per la tinta degli edifici che la costeggiano, tutti color verdino.

India - Sikkim - Gangtok

Nei dintorni del centro cittadino, esattamente nel quartiere Deorali e nei pressi della discutibilmente pittoresca cabinovia, merita sicuramente una visita il Namgyal Institute of Tibetology, istituito nel 1958 e ad oggi uno dei principali centri di ricerca e studio della cultura tibetana in tutte le sue declinazioni. All’interno del museo è custodita una piccola ma interessante ed esplicativa collezione di artefatti e oggettistica rituale buddhista e lo stesso edificio costituisce inoltre un esempio ben conservato di architettura del Sikkim. Il costo del biglietto è di 20 Rupie.  Aperto dalle 10 alle 16, chiuso la domenica.

India - Sikkim - Gangtok

Da Deorali, con una corsa in taxi condiviso di circa mezz’ora, è possibile poi raggiungere il Monastero di Rumtek (se il taxi è diretto a Ranipool fatevi lasciare lungo la National Highway al bivio per Rumtek – all’altezza del Myfair Spa Resort – e cambiate mezzo), il più grande e importate di tutto il Sikkim, appartenente alla setta dei Karma Kagyu, i cosiddetti “berretti neri” del buddhismo tibetano. Il monastero venne originariamente fondato nella seconda metà del XVIII secolo per opera del IX Karmapa (” abate”), abbandonato poi per un certo periodo e quindi rimesso in splendore nel 1959 dal XVI Karmapa qui rifugiatosi in esilio dal Tibet.

India - Sikkim - Monastero di Rumtek

In quanto a punti panoramici, il migliore da cui godere di ottime viste sulla valle, è certamente il Ganesh Tok, un piccolo tempio dedicato alla divinità induista con la testa d’elefante, a sei chilometri dalla MG Road e sito accanto all’ingresso dell’Himalyan Zoological Park, all’interno del quale potrete ammirare il piccolo Panda Rosso, l’animale nazionale del Sikkim. Per arrivarci potete prendere un taxi al costo di un centinaio di Rupie solo andata, oppure farvi una bella camminata passando dall’Enchey Monastery.

India - Darjeeling - Red Panda

Il mio consiglio sul dove dormire a Gangtok è il Zero to One Stay Khandroling, purchè si tratti di una stanza con vista Kangchenjunga, mentre per quanto riguarda il mangiare ottimo è il ristorante di cucina indiana Apna Dhaba (dalla MG Road, venendo dal Tourist Office, prendete il vicoletto a destra all’altezza del mezzo busto di Gandhi) e Taste of Tibet, sempre sulla strada pedonale. I bancomat SBI sono i migliori per prelevare e rilasciano al massimo 10.000 Rupie.

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3. Trekking!

Metto il trekking subito dopo Gangtok e prima delle altre destinazioni per il semplice motivo che, qualora doveste optare per uno dei vari itinerari percorribili a piedi nel paese, è probabile che ne tornereste talmente appagati e stanchi, da non voler esplorare nient’altro. Parola d’ordine, di nuovo, Kangchenjunga! Nel distretto occidentale del Sikkim gli amanti dei trekking di più giorni – stiamo parlando anche di dieci – troveranno pane per i loro denti. Attenzione però, sappiate che qui non si parla assolutamente di lodge e tea houses come è invece il caso del Nepal: in Sikkim si va in tenda ed è quindi importante scegliere il momento giusto e augurarsi che il tempo regga! Le stagioni consigliate sono quella primaverile (da marzo a maggio) e quella autunnale (da settembre a novembre).

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Kangchenjunga

Tra i trekking più gettonati vi è sicuramente il Goecha La Trek, che raggiunge i quasi 5.000 metri del passo Goecha La, ai piedi del Kangchenjunga o la versione un po’ più bassa dello Dzongri Trek, che raggiunge circa i 4.000; nel nord-est del paese un’altra possibilità è invece l’ancora più lungo Green Lake Trek. Un’opzione diversa, che si discosta da questi tre sia in termini di difficoltà e durata che di interesse paesaggistico è il mini trekking di due giorni al Barsey Rhododendron Sanctuary, ai confini sud occidentali dello stato, da scegliere ovviamente nella stagione delle fioriture.

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4. Valle dello Yumthang: il paradiso dei fiori

Ebbene ragazzi io la valle me la sono saltata a piè pari e questo per tre motivi fondamentali: perché ero reduce da un trekking al Campo Base Everest di due settimane e di valli ne avevo viste certamente abbastanza, perché a livello di salute stavo ancora riprendendomi da vari malanni e perché a novembre è sicuro che di fioriture ne avrei viste ben poche. Detto questo, le foto scattate nei mesi di aprile e maggio dei rododendri in fiore sono a dir poco spettacolari, così come quelle scattate a giugno dei pendii verdi completamente coperti di fiori dai mille colori e dunque, se mi trovassi da quelle parti nella stagione giusta, di certo non ci penserei due volte ad organizzare una visita. La valle può essere raggiunta in jeep con un tour di 2 notti e 3 giorni, pernottando a Lachung.

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5. Pelling e dintorni: cosa vedere

Il piccolo borgo di Pelling, situato nel distretto del Sikkim Occidentale con capoluogo a Gyalzing, è il punto più vicino da cui poter ammirare il Kangchenjunga, salvo l’opzione trekking di cui abbiamo parlato prima. Da Gangtok vi servirà prima salire a bordo di una jeep per Gyalzing (250 Rupie) e da lì su un taxi condiviso per Pelling (50 Rupie per 4 persone). Mettete in conto circa 3 ore.

India - Sikkim - Pelling

Tra le attrattive della zona vi sono il Monastero di Pemayangtse, 2 km prima di Pelling lungo la strada principale e il Sanga Choeling Monastery, all’altro estremo del villaggio, con accanto la statua gigante di Chenrezig e la passerella trasparente con vista Kangchenjunga. Queste ultime, la pataccate del secolo, sono state inaugurate a novembre del 2018, mentre i due monasteri risalgono al XVIII secolo. Entrambi possono essere raggiunti a piedi rispettivamente in 20  e 40 minuti. Il secondo percorso, quello verso la statua gigante è quasi tutto in salita. I biglietti d’ingresso costano 50 Rupie l’uno.

India - Sikkim - Pelling

Per quanto riguarda il pernottamento l’Hotel Garuda è sicuramente l’opzione migliore, situato accanto alla fermata dei taxi e con vista Kangchenjunga. I pasti li potrete consumare direttamente nella struttura anche perché il paesello non offre molto altro.

Capodanno Nepalese: quando si festeggia, come e perché

Capodanno Nepalese: quando si festeggia, come e perché 1024 682 Sonia Sgarella

Ma quanti Capodanni si festeggiano in Nepal? Una bella domanda e che richiede un’approfondita risposta!

Chi segue questa pagina sa benissimo quanti anni di studio e viaggi io abbia dedicato ad India e Nepal – due paesi le cui tradizioni sono strettamente collegate – e chi, come me, ha provato ad avvicinarsi a queste culture, a districarsi in quegli elaborati labirinti di miti e leggende, credo sia anche cosciente di quanto le loro storie siano estremamente sfaccettate.

Ed è proprio per questo, per la numerosità di credenze che da queste vicissitudini storico/leggendarie si sono generate e, nel caso del Nepal oltretutto per la ricchezza etnica, che nasce forse una sana confusione, la nostra difficoltà di comprensione e, di conseguenza, la necessità di dedicarci del tempo.

Se nel mio caso comunque ci sono voluti ad oggi 11 anni per trovarmi comunque ancora mezza persa in quel mare di strambe nozioni, per voi, non vi preoccupate, ci vorrà giusto qualche minuto!

Ebbene oggi, 13 aprile 2020, in Nepal si festeggia – purtroppo anche per loro in modalità quarantena – uno degli svariati Capodanni e, il motivo per cui ve ne parlo in modo particolare, è che si tratta, tra tutti, di quello più importante, il vero Capodanno nepalese,  il più sentito dalla popolazione e nonché quello ufficiale.

Si festeggia quindi oggi in tutto il Nepal, come simbolo di unione delle oltre 60 etnie che lo abitano, il Navavarsha (“anno nuovo”), ovvero l’inizio dell’anno 2077. Proverò qui a spiegarvi meglio il perché e il per come di questa ricorrenza rispondendo ad alcune semplici domande, tra cui:

1. Com’è organizzato esattamente il calendario nepalese?

2. A cosa corrisponde l’inizio del calendario nepalese?

3. Come si festeggia il Capodanno nepalese?

4. Quali altri Capodanni si festeggiano in Nepal?

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1. Com’è organizzato esattamente il calendario nepalese?

Si chiama Vikram Samvat (talvolta Bikram Sambat) e venne adottato ufficialmente nel 1903 dall’allora Primo Ministro Chandra Shamsher Jang Bahadur Rana in sostituzione del precedente calendario, utilizzato fino a quel momento dall’etnia dei Newa, stanziati per lo più nella valle di Kathmandu.

Si tratta di un calendario lunisolare, che prevede dei cicli di 12 mesi, ognuno dei quali diviso in due fasi lunari: una metà detta “luminosa” – di luna crescente, ovvero da novilunio a plenilunio – e una metà detta “oscura” – di luna calante, da plenilunio a novilunio.

L’inizio dell’ “Era nepalese” è strettamente legata – come vedremo nella prossima risposta – alla tradizione induista e viene fatta risalire al 56 a.C., anno a partire dal quale vengono quindi calcolati i mesi e gli anni del calendario. L’anno ha inizio solitamente verso la metà di aprile e corrisponde al passaggio dal mese di Chaitra a quello di Baisakha. I mesi del calendario nepalese hanno una durata variabile da 29 a 32 giorni.

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2. A cosa corrisponde l’inizio del calendario nepalese?

L’anno zero, definito nel 56 a.C., trova origine in una leggendaria vittoria militare portata a compimento da un altrettanto mitico sovrano, detto Vikramaditya  – da cui il nome del calendario Vikram Samvat.

La parola Vikram, di origine sanscrita, significa “coraggio”, Aditya invece “il dio del sole”. Il “Sole coraggioso” fu un appellativo usato ripetutamente nella storia del subcontinente indiano da vari sovrani ed è proprio da questa diffusione del termine che nacquero, nel corso dei secoli, diverse leggende attorno ad una figura di cui a livello storico si conosce certamente meno.

Una figura composita dunque, Vikramaditya, forse il frutto di una graduale mescolanza di leggende supportate da varie scuole di pensiero, ma, se proprio si vuole cercare una corrispondenza sul piano temporale con un sovrano che visse effettivamente nel I secolo a.C., è probabile che il primo Vikramaditya fu un sovrano della dinastia Malwa (anche Malava) che governò nell’India Centrale dall’oltremodo spiritualmente importante città di Ujjain, oggi sita nello stato del Madhya Pradesh. Un sovrano che sconfisse – in una battaglia appunto – probabilmente gli invasori Shaka.

Ujjain

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3. Come si festeggia il Capodanno nepalese?

I festeggiamenti del Capodanno nepalese prevedono, come nel caso di tutte le altre ricorrenze, la frequentazione dei templi principali ma anche riunioni famigliari e picnic all’aria aperta. E’ tuttavia nella splendida cornice della città di Bhaktapur che si svolge la parata più imponente, il Bisket Jatra, un festival della durata di più giorni che vede i fedeli trainare dei carri giganti per le strade e piazze della città.

Bhaktapur

A bordo di queste imperiose portantine vengono venerate le immagini sacre di Lord Bhairava e della Dea Bhadrakali, manifestazioni terrifiche rispettivamente di Shiva e della sua consorte Parvati.

Assolutamente imperdibile in una viaggio in Nepal è la visita di questa meravigliosa cittadina e per saperne di più leggete l’articolo What to do (cosa fare) a Kathmandu e dintorni

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4. Quali altri Capodanni si festeggiano in Nepal?

I Capodanni che si festeggiano in Nepal come abbiamo detto sono svariati e qui vi presento quelli che dopo il Navavarsha risultano essere i principali, ognuno dei quali legato ad un diverso calendario:

Capodanno Indiano

E’ probabile che molti di voi abbiano sentito parlare del Diwali (anche Deepavali), la famosa “festa delle luci” che si svolge ogni anno, sia in Nepal che in India, nei mesi di ottobre/novembre, in onore della Dea Lakshmi, consorte di Vishnu.

Per saperne di più leggi anche Diwali, il festival che illumina l’India

Diwali è ufficialmente il Capodanno che fa riferimento al calendario nazionale indiano, il cosiddetto Shalivahana Samvat, fatto partire nel 78 d.C, anno corrispondente all’inizio dell’ “Era Shaka” – che segue l’ “Era Vikram”.

Diwali

Il calendario indiano, anch’esso lunisolare, fa cominciare l’anno con il mese di Kartika (ottobre/novembre) e inverte, rispetto al calendario nepalese, le fasi di luna crescente e luna calante: mentre il mese nepalese ha inizio con la quindicina di luna calante, per intenderci, quello indiano comincia invece con la quindicina di luna crescente.

Capodanno Tibetano

Si festeggia dal primo al terzo giorno del primo mese lunare del calendario tibetano, i cui anni vengono calcolati a partire dal 127 a.C., con l’ascesa al trono del primo sovrano della dinastia Yarlung. Con riferimento al nostro calendario gregoriano, il Losar (lo=”anno”, sar=“nuovo”) suole cadere nei mesi di gennaio/febbraio e in Nepal viene celebrato per lo più dai popoli Sherpa, Tamang e Gunrung, di discendenza tibetana appunto.

Capodanno Cinese

Festeggiato dalle minoranze cinesi presenti in moltissimi paesi dell’Asia e non solo, fa riferimento al calendario lunisolare cinese – i cui mesi hanno inizio con il novilunio – e coincide con la seconda luna nuova dopo il solstizio d’inverno ovvero, di nuovo, con i mesi di gennaio/febbraio. Ad ogni anno è associato un animale – il 2020 è quello del topo – e si sviluppa in cicli di 12 con un’origine che risale al 2.637 a.C. 

Capodanno “all’Occidentale”

Va da sé che, forse per moda o semplicemente per uniformarsi al resto del mondo anche il nostro Capodanno, che fa riferimento al calendario gregoriano, viene ricordato con qualche festicciola organizzata soprattutto tra i più giovani e nei luoghi solitamente frequentati dai turisti stranieri, tra cui hotel e ristoranti in zona Thamel a Kathmandu. Non aspettatevi comunque fuochi d’artificio o grandi festeggiamenti in piazza!

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Detto questo auguro a tutti i carissimi nepalesi un 2077 che, nonostante il catastrofico inizio, possa continuare all’insegna della positività che tanto li contraddistingue. Loro, soprattutto dopo il terremoto del 2015 sanno benissimo quanto sforzo ci voglia per risollevarsi dalle tragedie a cui la vita a volte ci mette di fronte e, proprio loro, sono quelli che vorrei prendere a modello come simbolo vivente di una rinascita che si può e si deve mettere in atto! Buon Anno Nepal!!!

Se sei interessato all’argomento Nepal e Trekking in Nepal, leggi anche:

Trekking in Nepal: tutto quello che c’è da sapere

L’ABC del trekking in Nepal: semplici regole per stare bene

Viaggio in Nepal: i libri da non perdere

Trekking al Campo Base Everest: tutto quello che c’è da sapere

Trekking al Campo Base dell’Annapurna (A.B.C.)

Dieci buoni motivi per visitare il Giappone a gennaio

Dieci buoni motivi per visitare il Giappone a gennaio 1024 682 Sonia Sgarella

Quali sono le prime immagini che vi vengono in mente sognando un viaggio esotico a gennaio? Non vi biasimerei se fossero spiagge baciate dal sole, palme che si muovono al vento, mare turchese, maschera e boccaglio? Beh, in tal caso vi consiglio di leggere il mio articolo sui più bei siti di immersione nelle Filippine oppure di dare un’occhiata al mio itinerario sull’isola di Cuba! 🙂

Ma avete mai pensato invece ad una vacanza invernale oltreoceano con il freddo, la neve e tutti gli annessi e connessi che una stagione come questa potrebbe comportare, magari in un paese così diverso dal nostro come il Giappone? Lo so, laggiù avevate forse pensato di andarci nel mese di aprile, con i ciliegi in fiore, oppure in estate, per godervelo in maglietta e pantaloncini o magari in autunno, chissà, per vedere i colori delle foglie che cambiano.

Tutte ottime idee certamente ma qui vi voglio stupire con dieci buoni motivi per cui il Giappone potrebbe rientrare a pieno titolo nella top list delle destinazioni più magiche da esplorare in inverno, proprio durante quei mesi che erroneamente vengono considerati come i meno ospitali. Gennaio in Giappone dunque, perché no! Se la cosa vi stuzzica, continuate a leggere e cominciate a farci un pensierino per il prossimo anno!

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1. Ci sono meno turisti

Davvero ormai l’abbiamo tutti ben presente di come l’esperienza a contatto con la meraviglia di un luogo, per quanto quest’ultima rimanga lo stesso tale, possa essere ampiamente influenzata (e spesso rovinata) dalla presenza di tanta, troppa gente. Dover fare a gara per accaparrarsi il punto migliore da cui scattare la classica foto da cartolina, ritrovarsi immischiati in una massa intenta a scattare selfies, tra voci urlanti e spesso irrispettose; bo io personalmente non ci trovo nulla di così entusiasmante in tutto questo e vado invece sempre in cerca dell’opposto.

Il Giappone in inverno – devo ammetterlo – non è che sia esattamente un deserto: mi sono ritrovata anch’io in coda aspettando un tavolo in un ristorante di Kamakura nel weekend, assediata da gruppi di Filippini nei giardini zen dei templi di Kyoto e a camminare tra la folla il giorno della Festa della Maggiore Età, ma il tutto è stato pur sempre estremamente gestibile e non ho mai comunque trovati i treni pieni, tutti gli hotel al completo o gli onsen congestionati; anzi, a dir la verità io gli onsen me li sono quasi sempre goduta da sola! 🙂

Leggi anche Come organizzare un viaggio in Giappone

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2. I prezzi degli hotel sono più economici

L’altro vantaggio del viaggiare in bassa stagione (tolto quindi il periodo del nostro e del Capodanno cinese) è proprio quello di trovare super offerte e prezzi abbordabilissimi per sistemazioni di buona, se non addirittura ottima categoria.

Ryokan

Stanza tradizionale nel Ryokan Tsazumikan a Kamimoku

Kanazawa

Hotel Mystays Kanazawa Castle

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3. Il ramen è ancora più buono

Missione ramen! Trovare il ramen perfetto e stilare una classifica di quelli già provati diventa un po’ una prassi per tutti coloro che si recano in visita Giappone ed è un modo sempre interessante per entrare a contatto con la cultura locale attraverso i suo sapori. Trattasi in fondo di un’arte, quella di preparare piatti che soddisfino non solo il palato ma anche la vista e in questo c’è da elogiare i cuochi Giapponesi come degli eccezionali maestri: non solo in Giappone ci sono infatti forse più stelle Micheline che in ogni altra parte del mondo ma dal 2019 la cucina tradizionale giapponese (detta washoku, ovvero “armonia del cibo”) è addirittura entrata a far parte della lista Unesco come Patrimonio intangibile dell’Umanità. Un’arte questa che i cuochi giapponesi sono anche abili a mettere in pratica nel riproporre piatti di altre tradizioni, asiatiche e non. Insomma, è proprio vero che i Giapponesi quando si mettono a fare una cosa finiscono col farla in maniera eccellente!

Ramen

Ebbene, pur essendo apparentemente di lontana origine cinese, la shina soba (“zuppa cinese”, detta appunto ramen) è entrata a far parte a pieno titolo dei piatti più amati e diffusi su tutto il territorio giapponese, tanto da esserne diventata quasi un’icona culturale. Ne esistono un’infinità di varianti legate sia al territorio che al cuoco stesso ma in linea di massima le differenze sostanziali possono riguardare sia il tipo di noodles che il tipo di brodo.

Ramen

Udon Soba

Ramen

Qualunque diventerà il vostro ramen preferito, ditemi comunque ora: che cosa c’è di più bello, salutare e rigenerante che gustarsi una meravigliosa zuppa di noodles bollente quando fuori fa freddo? L’usanza vuole che più si faccia rumore sorseggiando il brodo, maggiore sia l’apprezzamento!

Ramen

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4. Onsen e freddo: un connubio perfetto!

Vi immaginate cosa sarebbe immergervi in una vasca d’acqua bollente quando fuori ci sono 30° e l’umidità è al 90%? Non credo vi verrebbe così tanta voglia di farlo e sarebbe un grande peccato perché l’onsen è forse una tra le cose più giapponesi che si possano trovare in Giappone e farne esperienza, di certo, una tra più memorabili!  Immaginatevi quindi, al contrario, di immergervi in una vasca d’acqua bollente, quando fuori ci sono 0°e la natura è ricoperta di candida neve. Magico vero? Ebbene questo è di certo uno tra i principali modi per rendere il vostro viaggio in Giappone in inverno un vero toccasana, magari proprio ritagliandovi in ogni singola giornata il vostro momento onsen, che sia all’interno di un ryokan o di un bagno pubblico in città.

Onsen

Rotenburo nel Ryokan Tsazumikan

Se non avete bene capito di che cosa si tratti, ve lo spiego qui di seguito: dicesi onsen una sorgente di acqua termale molto calda – la cui temperatura si aggira intorno ai 40° – e caratterizzata da proprietà benefiche. In Giappone l’utilizzo degli onsen come bagni pubblici – più che come luoghi di cura – risale al periodo in cui non tutte le case erano dotate di un bagno in cui potersi lavare e rimane quindi ancora oggi una tradizione, seppur concepita non tanto  come una necessità, se non più come momento di relax per il corpo e per la mente. Onsen (sorgente termale) e sento (bagno pubblico) sono dunque oggi due parole che quasi si equivalgono ma la differenza sta proprio nelle proprietà dell’acqua, termale solo nel primo caso.

Onsen

Sento nell’Hotel Mystays Kanazawa Castle

Di onsen e sento se ne trovano un’infinità sparsi per tutto il Giappone; vi sono famose stazioni termali che recano nel nome la parola onsen, onsen all’aperto (i rotenburo), onsen nei ryokan e negli hotel, onsen pubblici e privati, onsen piccoli e intimi, onsen più grandi, come fossero le nostre spa o addirittura onsen concepiti come parchi di divertimento. Insomma, la parola onsen oggi viene utilizzata in mille modi ma le regole per la fruizione, salvo rare eccezioni, sono sempre le stesse e possono essere riassunte come segue:

Onsen Rules

– svestirsi completamente (negli onsen si entra nudi, divisi maschi e femmine, salvo casi eccezionali) e riporre i propri vestiti negli appositi armadietti

– lavarsi per bene prima di entrare nelle vasche e farlo seduti sui seggiolini onde evitare di schizzare chi vi sta intorno (mentre nei ryokan troverete prodotti di ogni sorta, negli altri bagni pubblici dovrete portarvi tutto voi)

– non fare foto

– non mangiare o bere

– non nuotare né fare casino

– asciugarsi prima di rientrare nello spogliatoio (con l’asciugamano che vi siete portati)

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5. Aumentano le chance di vedere il Monte Fuji

Ebbene si, questa è ovviamente una cosa che non vi posso promettere ma è vero che tendenzialmente l’inverno sia la stagione in cui lo schivo Monte Fuji – in altre stagioni più probabilmente nascosto dietro a una coltre di nubi e foschia – si mostri con più facilità agli occhi dei visitatori e che addirittura si riesca ad intravedere fin dalla città di Tokyo! Purtroppo per gli amanti delle scarpinate, scalarne la vetta in inverno non è possibile ma la vista del Fuji-San ricoperto da un abbagliante cappotto di neve e con lo sfondo del cielo azzurro vi regalerà comunque un’immensa emozione. E’ lui infatti di certo il simbolo indiscusso del paese del Sol Levante!

Fuji San

Fuji San, vista dal Lago Kawaguchiko

Fuji San

Fuji San, vista da Tokyo

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6. Abiti tradizionali per la Festa della Maggiore Età

Pensando al Giappone – è quasi scontato – una delle prime immagini che balzano alla mente, è quella del kimono, ovvero del costume nazionale. Che sia una geisha ad indossarlo, una vecchietta agghindata per le feste o un uomo non importa, è sicuro che attirerà la vostra attenzione in quanto simbolo dell’eleganza e della grazia nipponica.

Kimono

Il secondo lunedì del mese di gennaio in Giappone si festeggia il Seijin no hi, ovvero la Festa della Maggiore Età per tutti quei ragazzi e ragazze che hanno compiuto o compiranno i 20 anni tra il 2 di aprile dell’anno precedente e l’1 di aprile del nuovo anno e questa sarà la vostra occasione per ammirare gli abiti tradizionali indossati appunto dai festeggiati, i quali si riversano per le strade e nei templi (spesso seguiti da un fotografo) in cerca della foto ricordo perfetta.

Kimono

La celebrazione del Seijin no hi sembrerebbe trovare radici in un lontano passato, apparentemente nell’anno 714 d.C. quando un principe, proprio per segnare il passaggio all’età adulta, cambiò il suo modo di vestire e la propria acconciatura. Festa nazionale solo dal 1948, il Seijin no hi, dall’anno 2000 si festeggia di lunedì per onorare il sistema del cosiddetto Happy Monday, una riforma del calendario lavorativo che regala quindi ai giapponesi un giorno in più di ferie oltre il weekend.

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7. Le scimmie della neve…nella neve!

Ebbene questa è stata di certo una delle prime cose che mi sono imposta di fare nel mio viaggio in Giappone in inverno, ovvero di andare a fare visita alle buffe Snow Monkeys a mollo nel loro onsen. Quale periodo migliore avrei potuto infatti trovare se non quando fuori c’è la neve?? Vi devo dire tutta la verità però: immaginavo già che si trattasse di un luogo costruito apposta per il turista e in effetti ne ho avuto la conferma e per quanto assistere alle interazioni tra le scimmie e ammirare il loro modo così umano di godersi l’acqua calda termale sia stato certamente divertente, resta il fatto che quello a cui vi troverete di fronte non è altro che uno zoo in cui gli animali vengono nutriti per mantenerli sempre in loco.

Snow Monkey 1

Macachi giapponesi al Jigokudani Monkey Park

Snow Moneky 2

Ciò che mi fa dire che sia valsa veramente la pena di andare fin là è stato dunque non solo visitare il Jigokudani Monkey Park – personalmente non farei mai il viaggio a/r in giornata da Tokyo – ma unire a questa pur sempre piacevole camminata nel bosco innevato, l’esperienza fatta in ryokan (Suminoyu) e nella stazione termale di Shibu Onsen, un villaggetto di montagna che vanta la presenza di ben 9 bagni pubblici, ognuno con diverse proprietà curative. Girare con lo yukata (vestaglia tradizionale giapponese)e gli zoccoli per il paese a caccia degli onsen credetemi, sarà una delle esperienze più esilaranti e memorabili del vostro viaggio in Giappone!

Ryokan

Il kotatsu, tavolo giapponese riscaldato nella stanza del ryokan

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8. Per chi ama gli sport invernali…

Sciare o ciaspolare è la vostra passione? Allora siete arrivati nel posto giusto perché sembrerebbe che farlo nel paese del Sol Levante sia qualcosa di assolutamente speciale e questo per via della neve particolarmente polverosa. Ora, se il non plus ultra per una vacanza all’insegna degli sport invernali dovrebbe essere l’isola di Hokkaido, ovvero l’estremo nord del paese, è vero anche che arrivarci comporterebbe necessariamente un dispendio maggiore di soldi e di tempo; puntare dunque alla Hakuba Valley per esempio, nella Prefettura di Nagano (dove si sono tenute le Olimpiadi invernali del 1998), potrebbe essere un ottimo ripiego e sicuramente più facile da inserire nel vostro itinerario per un primo assaggio di neve made in Japan!

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9. Saldi!

Tutto il mondo è paese e anche in Giappone gennaio è il mese dei saldi! Aspettate il mio prossimo articolo sui quartieri più fighi di Tokyo ed è sicuro che già soltanto lì troverete pane per i vostri denti.

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10. Tokyo illuminata

Come se non bastasse in una città già ampiamente illuminata al neon, Tokyo non si sveste delle luci natalizie subito dopo le festività, bensì continua a mantenerle fieramente ancora per qualche tempo, in alcuni casi fino alla metà o fine di febbraio. Consultate il sito di Japan Guide per maggiori informazioni a riguardo e sul dove trovarle.

Tokyo By Night

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Cosa ve ne pare allora? Vi ho convinto? Pensate, non dovrete neanche sbattervi più di tanto nel preparare la valigia perché le cose che vi serviranno le avrete già lì pronte e a disposizione nell’armadio. Non ci sarà nessun bisogno di scoperchiare il reparto estivo.

Freddo non ti temo! Il Giappone è lì che vi aspetta! WAKU WAKU!!!

Come organizzare un viaggio in Giappone

Come organizzare un viaggio in Giappone 1024 682 Sonia Sgarella

Avete presente la cartina della Metro di Milano? Awww, piccina lei! Ecco, questa invece è quella della Metro di Tokyo! Sbabam!:-0

Tokyo Metro mappa

Impressionante vero?? Mi chiedo come una città così capillarmente perforata possa mantenersi saldamente in piedi! Complimenti agli architetti! Ebbene, per tutti quelli che credevano che destreggiarsi nel “tubo” di Londra – uno dei sistemi metropolitani più estesi del mondo – fosse già sufficientemente complicato, ecco che viene a rincuorarlo la metropolitana di Tokyo, con le sue 13 linee per lo più sotterranee gestite da due compagnie diverse e una serie cospicua di linee di superficie, tra cui la JR Yamanote Line, che collega a circolo le stazioni più importanti della capitale.

Ma no dai, non andatemi in paranoia, anche le cose apparentemente più difficili possono essere facilmente decifrate con un minimo di studio preventivo e, guarda caso, sapete che c’è? Il segreto per un viaggio di successo in Giappone sta proprio in questo, nel sapersi organizzare e nel partire sufficientemente preparati, con tutte le carte in tasca da poter sfoderare al momento giusto. Questo lo si può certamente fare ed è cosa buona e giusta in un paese dove tutto (e intendo proprio tutto tutto tutto) funziona rasente alla perfezione e dove – state quasi pur sicuri –  che i vostri piani verranno rispettati non al minuto, bensì possibilmente al secondo! 🙂

Cominciamo dunque dall’inizio e vediamo: quali sono i passaggi da seguire prima della partenza e durante il viaggio per organizzare la vostra prima avventura in Giappone?

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Prima della partenza:

1. Acquistare il Japan Rail Pass e consultare Hyperdia

C’è una cosa che è fondamentale fare prima della partenza se interessati agli spostamenti in treno tra le varie città del Giappone ed è quella di acquistare il Japan Rail Pass, un abbonamento multiuso e a prezzo vantaggioso di cui possono approfittare soltanto i turisti stranieri quando ancora nei propri paesi di domicilio. Il Japan Rail Pass, per meglio intenderci, NON può essere acquistato in Giappone!

La durata di tale abbonamento può essere di 7, 14 o 21 giorni, calcolata dal giorno in cui deciderete voi stessi di farlo partire e dovrà essere attivato entro 3 mesi dalla data di acquisto. Inclusi nell’abbonamento sono tutti i treni e alcuni pullman delle linee JR, compresi gli Shinkansen – i cosiddetti “treni proiettile”- ad eccezione dei Nozomi e Mizuho e la Yamanote Line di Tokyo. Incluso è anche il traghetto per l’isola di Miyajima, vicino ad Hiroshima.

L’abbonamento può essere acquistato online su siti come questo o presso le agenzie rivenditrici come HIS Italy, con sedi a Roma e a Milano. All’atto dell’acquisto vi verrà consegnato/spedito un voucher che potrete (e dovrete) quindi convertire nel Pass vero e proprio solo una volta arrivati in Giappone dietro presentazione del passaporto. Il costo può variare leggermente a seconda del cambio euro/yen ma rimane comunque indubbiamente conveniente. Ad oggi siamo intorno ai 247 euro per quello da 7 giorni.

Japan Rail Pass

Per rendervene ancor più conto, ideato il vostro itinerario, consultate il sito Hyperdia, una fonte preziosa per informazioni circa gli orari e i prezzi dei treni, con le varie opzioni di percorso disponibili in un semplice click. Io per esempio, con l’acquisto del Japan Rail Pass ho risparmiato circa 100 euro rispetto a quello che avrei speso acquistando i biglietti singolarmente. Come si suol dire comunque  il concetto è questo: basterebbe un solo viaggio a/r Tokyo-Kyoto per ripagare quasi interamente il costo di un abbonamento da 7 giorni.

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2. Cambiare la valuta

Se non è così difficile da reperire, io personalmente preferisco sempre avere con me un po’ di moneta del posto con la quale far fronte alle prime esigenze in loco senza dovermi cimentare fin da subito nell’utilizzo di un bancomat, specialmente dopo 12 ore estenuanti di volo. Se poi è vero che cambiare euro in valuta straniera in Italia conviene più che farlo all’estero, perché allora non approfittarne?

Con il fatto che ormai le prenotazioni degli hotel le si salda quasi sempre online, che il Pass per i trasporti lo comprerete prima della partenza e che spesso e volentieri si possa pagare direttamente negli esercizi commerciali con carta di credito (anche prepagata, Visa o Mastercard), alla fine il contante di cui avrete bisogno per un ipotetico viaggio di due settimane, non ammonterà comunque di certo a migliaia di euro. Potreste di fatto anche pensare di portarne a sufficienza per tutta la durata del viaggio e quindi evitare completamente di prelevare in loco pagando inutili commissioni alle vostre banche.

Il Giappone è noto per essere uno dei paesi con il minor tasso di criminalità al mondo per cui non mi preoccuperei assolutamente del fatto che vi possano derubare.

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3. Prenotare gli alloggi

Credo che per questo ormai ci siano più modi che giorni in un anno, basta sapere un po’ smanettare tra i  vari Booking.com, Airbnb e Agoda del caso. E’ importante prenotare con anticipo, soprattutto se in alta stagione, per accaparrarsi le migliori offerte avendo quanta più scelta possibile ed evitando così di trovarvi a pagare degli spropositi per delle sistemazioni che magari non lo meritavano neanche.

Mi raccomando: fate sempre attenzione ad un’informazione importante quale la metratura della stanza! Credetemi, in alcuni contesti – e non sto parlando dei letti in capsula ma di stanze d’hotel o mini appartamenti –  potreste seriamente avere dei problemi ad aprire la valigia! Anche quei 2 metri di spazio in più risulteranno quindi essere di vitale importanza! 

Valutate inoltre la distanza dalla fermata della metro se a Tokyo, dalla stazione dei treni se altrove e se previsto il servizio pick up incluso nel caso di ryokan dispersi tra i monti.

Assolutamente imperdibile è l’esperienza in ryokan, l’alloggio tradizionale, con letti tradizionali, cena tradizionale e – cazzo che dramma! – con colazione tradizionale! Di seguito comunque vi elenco le strutture in cui ho alloggiato io durante il mio soggiorno di due settimane:

– Smile Hotel Asakusa – Tokyo – 4 notti – HOTEL

– Japaning Hotel Hakkoen – Kyoto – 3 notti – APPARTAMENTO

– Hotel Mystays Kanazawa Castle – Kanazawa – 1 notte – HOTEL

– Suminoyu – Shibuonsen – 1 notte – RYOKAN

– Tatsumikan – Kamimoku – 1 notte – RYOKAN

– Hotel Sails – Tokyo – 4 notti – APPARTAMENTO

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4. Prenotare il Pocket Wifi

Io personalmente non l’ho acquistato e credetemi, ho incontrato reti wifi libere praticamente ovunque: negli hotel, nelle stazioni, sui treni, per strada, da Starbucks e nei centri commerciali però, foste maniaci della connessione o veramente vi servisse, l’opzione Pocket Wifi è certamente la migliore tra quelle da considerare. Si tratta fondamentalmente di un piccolo router che vi porterete appresso e che vi garantirà connessione continua ovunque siate. Lo potete ordinare online – vi sono vari siti, tra cui questoe optare per il ritiro in aeroporto al vostro arrivo o la consegna in hotel. Assicuratevi che il pacchetto preveda l’utilizzo dati illimitato e possibilmente l’assicurazione. In alcuni casi troverete anche l’inclusione di un power bank ma se così non fosse, portatelo voi.

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5. Studiare la mappa della Metro di Tokyo

Ma eccoci dunque ritornati al punto di partenza perché, checché lo vogliate o no cari ragazzi, quella benedetta carta della Metro dovrete per forza cercare di capirla e credetemi, farlo non è poi così difficile. Basatevi innanzitutto sulla leggenda allegata alla mappa, la quale vuole essere chiarificante circa i colori e i nomi delle linee. Sì perché a Tokyo le linee sono designate da un colore e da un nome, non da un numero. I numeri sono di riferimento solo per le singole stazioni.

Leggenda Tokyo Mtero

Le società che gestiscono la fitta rete di trasporti dell’aerea metropolitana sono varie ma per quanto riguarda le 13 linee sotterranee, soltanto due: Tokyo Metro Line e Toei Line, informazione che vi tornerà utile nella scelta dell’abbonamento. Individuati dunque il colore e la lettera di riferimento della linea (A per Asakusa Line, H per Hibiya Line, G per Ginza Line), ora non vi resta che capire il concetto che sta dietro al numero.

Tokyo Metro

Allungando le linee su una retta immaginaria, noterete che le varie fermate sono scandite in sequenza numerica, dalla 1 alla 20 circa, a seconda della linea. Se voi vi trovate quindi per esempio alla fermata di Ueno sulla Ginza Line (G-16) e volete dirigervi ad Asakusa, dovrete seguire le indicazioni per G-19; se invece siete diretti a Shibuya, per G-1.

Tokyo Mtero - Ginza Line

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In aeroporto:

6. Convertire il Japan Rail Pass e prenotare i posti a sedere

Eccovi dunque finalmente atterrati nel paese del Sol Levante, stanchi che non vedete l’ora di fiondarvi in hotel a farvi una doccia e invece no, dovrete pazientare ancora un attimo e portare a termine quel paio di cosette che vi conviene  sistemare quando ancora in aeroporto. Convertite quindi innanzitutto il voucher che avete ricevuto in Italia nell’effettivo Japan Rail Pass. Per farlo sarà sufficiente recarsi nell’ufficio JR, presentare il voucher insieme al passaporto e comunicare la data in cui volete farlo partire. Se avete intenzione di passare qualche giorno a Tokyo scegliete come data di inizio quella in cui avete programmato di effettuare il primo spostamento lungo fuori città.

Già che ci siete poi, con le date sottomano, potreste anche effettuare le prenotazioni per i posti a sedere sulle tratte che lo prevedono e incominciare quindi a collezionare i biglietti di riferimento. La prenotazione del posto non è obbligatoria – tutti i treni contemplano infatti sempre la presenza di carrozze a posti liberi – ma è ovvio che si tratta di una possibilità che, non costando nulla di più, tanto vale sfruttare per garantirsi un viaggio comodamente seduti. Se il treno invece non contempla la presenza di carrozze a posti assegnati, sarà sufficiente salire a bordo e mostrare il solo Pass in caso di controllo.

Japan Rail Pass

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7. Acquistare il biglietto per il transfer dall’aeroporto al centro, l’abbonamento alla Metro di Tokyo e la carta Pasmo/Suica

E’ arrivato finalmente il momento di spostarsi in centro e quindi di accedere al fantastico mondo dei trasporti giapponesi ma prima di tutto dovrete acquistare i biglietti per poterci salire a bordo. La cosa più conveniente per chi si ferma a Tokyo oltre le 24 ore ed è intenzionato ad esplorare la città, è quella di acquistare un biglietto valido per più giorni e, di nuovo, messo a disposizione per i soli turisti stranieri. Il costo è decisamente conveniente e vi permetterà di utilizzare le linee di entrambe le società che ne gestiscono la fitta rete, ovvero la Tokyo Metro Line e la Toei Line.

Tokyo Metro

Insieme a questo tipo di abbonamento, è possibile approfittare di tariffe vantaggiose anche per la tratta Narita-Ueno a bordo del Keisei Skyliner, il servizio più rapido di trasporto in città. Sempre per i turisti stranieri sono in vendita infatti degli abbonamenti che includono sia il transfer di sola andata o andata e ritorno da/per l’aeroporto e biglietti da 24/48/72 ore della metro, la cui validità e scadenza viene calcolata a partire dall’orario del primo utilizzo. L’abbonamento della metro potete farlo quindi partire anche il giorno dopo.

Tokyo Metro

A seconda del dove sarete alloggiati e del vostro orario di arrivo comunque esistono anche altri sistemi di trasporto dall’aeroporto verso il centro, alcuni più economici ma anche ovviamente più lenti, quali il servizio Limousine Bus, il Narita Express e i treni delle linee JR Sobu e Keisei Access Express (comodo se diretti ad Asakusa). Allo stesso modo esistono anche altri tipi di abbonamenti giornalieri ma è certo che quelli di cui vi ho appena parlato sono i più convenienti.

Un’altra chicca nel panorama dei trasporti e non solo, sono le tessere ricaricabili Pasmo e Suica, utilizzabili come “moneta elettronica” sia presso i tornelli delle stazioni e sugli autobus ma anche per fare acquisti nei negozi convenzionati, come nei 7Eleven e Family Mart, i convenience stores aperti 24/7. Dopo aver acquistato la carta prepagata presso gli sportelli automatici della stazione dell’aeroporto (il costo è di 500 Yen) e averla ricaricata di una cifra a vostra scelta, potrete attraversare i tornelli delle stazioni semplicemente toccando con la scheda l’area designata e il prezzo del biglietto vi verrà dedotto automaticamente.

Tokyo Metro

Queste tessere le potrete utilizzare il primo giorno se per esempio dovete effettuare un solo tragitto con la metro e non volete far partire subito l’abbonamento di più giorni, oppure se siete diretti nei dintorni di Tokyo e non avete ancora attivato il Rail Pass ma anche su quasi tutti i treni e pullman del Giappone. Le tariffe sono solitamente leggermente più basse rispetto a quelle che paghereste acquistando un biglietto singolo e alla fine del vostro soggiorno, recandovi presso l’apposito ufficio, vi verranno restituiti sia la cifra che dovesse eventualmente avanzare, sia i 500 Yen pagati per acquistarla. Il sistema fondamentalmente è lo stesso della Oyster di Londra.

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8. Ritirare il Pocket Wifi

Se l’avete ordinato con consegna in aeroporto, seguite le istruzioni ricevute e passate a ritirarlo.

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In città:

9. Applicare tutto quanto imparato finora

Ebbene si, è arrivato il momento di mettere in pratica tutto quanto appreso finora e di sfoderare quindi tutti i vostri biglietti, tessere e abbonamenti. Attenzione che a volte la mappa della metro di Tokyo può essere ingannevole: spesso risulta infatti più veloce scendere ad una fermata – anche se sulla cartina vi sembra più lontana – e camminare verso la vostra destinazione piuttosto che cambiare linea per raggiungere in treno esattamente la fermata che vi sembra essere la più vicina. Per esempio se volete raggiungere la Stazione di Tokyo e vi trovate sulla Ginza Line è inutile cambiare a Ginza e prendere la Marunouchi Line per poi tornare indietro; scendete piuttosto a Kyobashi e camminate cinque minuti. Controllate quindi sempre su Google Maps il percorso più conveniente in termini di tempo! Per riconoscere le fermate della Metro fate riferimento a questo simbolo.

Tokyo Metro

Le uscite – che in alcune stazioni sono innumerevoli – possono essere indicate con un numero, con delle lettere maiuscole seguite da un numero, oppure con un numero seguito da una lettera minuscola, il tutto nero su fondo giallo. Per capire quale prendere è necessario fare riferimento alle mappe che troverete nelle stazioni, sia in zona piattaforme dei treni, sia in zona tornelli.

Tokyo Metro

10. Comportatevi bene!

Mantenete  sempre la sinistra sulle scale mobili, mettetevi in fila in attesa del treno come indicato per terra e shhhhh, fate silenzio: in Giappone è maleducazione parlare al telefono o ad alta voce sui mezzi di trasporto! Se poi vi capiterà di dover prendere la metro a Tokyo nelle ore di punta e le carrozze dovessero essere stracolme, fate come loro: approcciate la porta, giratevi di schiena e con nonchalance spingetevi addosso alla folla. Vedrete che magicamente vi ritroverete a bordo anche voi! Buon viaggio!!! 🙂

Viaggio a Cuba: il mio itinerario, info e contatti

Viaggio a Cuba: il mio itinerario, info e contatti 1024 684 Sonia Sgarella

A continuazione dell’articolo Cuba, mi vida: prepararsi al viaggio, ecco che qui vi parlo delle cose da fare e dei luoghi da visitare sull’isola, i quali sono davvero tanti e tutti meravigliosi! Per questo, in base al tempo che avete a disposizione e ai vostri interessi, dovrete ahimè decidere da che parte andare – l’isola si divide tendenzialmente tra Est ed Ovest – rassegnandovi magari all’idea di non riuscire a fare tutto. Seppur cercando di ottimizzare i tempi l’isola è infatti abbastanza grande e ricca di attrattive da richiedere di essere visitata con calma – in pieno stile rilassato caraibico – ed è quindi fondamentale fare delle scelte.

Qui vi presento il mio itinerario di un mese, suggerendovi per ogni luogo case particolari, posti dove mangiare ed escursioni da fare ma poi ovviamente starà a voi decidere che cosa includere, che cosa eliminare o che cosa magari aggiungere al vostro programma: io per esempio non ho visitato Cienfuegos ma forse voi potreste farlo oppure un altro classico è quello di prenotare qualche giorno di assoluto relax in soluzione all inclusive in uno dei tanti resort sparsi sui Cayos al largo della costa nord dell’isola; per questo però dovrete fare riferimento ad altri siti perché io personalmente non mi ritengo una buona fonte a tal riguardo.

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… Cuba in due settimane…

1. La Havana

Bella e fatiscente come nessun altra città del Centro e del Sud America, unica per la sua storia e per la sua gente che la strada la considera come un’estensione di casa propria, colorata all’ennesima potenza, viva, vibrante. Ad Havana è certo che ci dovrete passare del tempo, non importa se all’inizio o alla fine del vostro viaggio ma la capitale resta pur sempre la capitale e merita indubbiamente almeno 3 giorni e 3 notti della vostra permanenza. L’Havana Vieja, l’Havana Centro e il Vedado, è così che si divide la città ed è così, passando in rassegna questi tre quartieri, che potreste programmare la vostra visita.

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San Francisco, de la Catedral, de Armas e Vieja sono i nomi delle quattro piazze principali de La Havana Vieja, ovvero la parte più antica della città. Una cosa da fare assolutamente imperdibile appena arrivati nella capitale, per capirne la storia, imparare ad orientarsi ed ottenere varie dritte da chi la città la conosce davvero, è quella di partecipare ad una visita guidata gratuita con le guide di Free Walking Tour, i cui giri città incominciano sempre da la Plaza (o Loma) del Angel, alle 9.30 e alle 16, in direzione di Havana Vieja o di Havana Centro. I tour hanno una durata di  circa 3 ore e credetemi, le guide sono una più valida dell’altra, appassionate e coinvolgenti. Alla fine della visita – ne sono certa soddisfatti – non dovrete fare altro che lasciare una piccola mancia (solitamente di 5 CUC) e quindi continuare a godervi la città più consapevoli del dove siate approdati.

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Decisamente molto interessante è anche la tappa all’Hotel National le cui visite guidate vengono organizzate al mattino (indicativamente alle 10 ma verificate sul sito) ad un costo di 5 CUC, prezzo che include anche un cocktail, da gustarsi nello splendido giardino affacciato sul mare e sul Malecon. A queste, perché no, potrete inoltre aggiungerci un tour su una macchina classica americana fino a Plaza de la Republica. Il costo è di circa 50 CUC all’ora per l’intero veicolo e la maggior parte delle auto le troverete parcheggiate in attesa di clienti al Parque Central.

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Sul dove dormire beh, le sistemazioni sono infinite ma, se viaggiate da soli, forse la soluzione più sensata – e che comincia a diffondersi soltanto adesso – sarebbe quella dell’ostello. Io personalmente mi sono trovata molto bene a Casa de Ania la quale, per una dozzina di euro a notte, offriva non solo il letto in dormitorio ma anche la colazione e un’ora di wifi al giorno incluse nel prezzo. Se però la colazione vi viene più comodo farla in giro o semplicemente vi va di provare qualcosa di nuovo – magari vicino al punto di partenza del walking tour – non perdete assolutamente quella di Lo de Monik, uno spettacolo per il palato a soli 5 CUC.

E delizia per le papille – se anche un po’ più caro rispetto alla media – sono certamente i piatti cucinati con impegno e dedizione nella cucina del Somos Cuba, un ristorante dall’atmosfera familiare (vi sembrerà di entrare nella sala da pranzo di una casa particolare) ma dall’arredamento abbastanza estroso. Le opzioni al momento della mia visita erano 4 e tutti i piatti – così come funziona nella maggior parte dei ristoranti a Cuba – venivano serviti con contorno di riso e insalata, più una porzione di frutta di stagione: vegetariano a 10 CUC, pollo a 13, pesce intero a 15 e aragosta a 20.

Se state cercando invece una stanza nei pressi dell’Autostazione Viazul  – perché avete per esempio deciso di lasciare la capitale come ultima tappa e siete quindi solo di passaggio – non posso fare altro che consigliarvi Yolanda’s House, vicino alla quale troverete un ristorantino intimo veramente meritevole di lode, El Balcon de Diego, che serve piatti di qualità e buon vino a prezzi più che ragionevoli.

Arrivando al discorso internet invece – che tanto preoccupa i connection addicted – udite udite perché vi sto per sfoderare una chicca mica da ridere! Non so per quanto durerà e se al momento della vostra visita la troverete ancora attiva ma esiste un punto della città, nella zona del quartiere cinese e dietro alla torre di Etecsa, dove è possibile connettersi, non solo gratuitamente alla rete ma ad una che è pure veloce. Alle spalle del Capitolio e superata la porta del Barrio Cino su Calle Dragones, girate a destra nella via Aguila e fermatevi esattamente dove vedrete altre (poche) persone connesse. Agganciatevi all’unica rete libera (stupidamente non mi sono segnata il nome ma sono sicura che lo scoprirete da soli) e taaaaac…via che si naviga!:-) Se non dovesse funzionare in questo modo rimane comunque pur sempre la soluzione delle schedine Etecsa e la ricerca delle piazze in cui sono presenti gli hot spot.

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2. Viñales

Devo ammetterlo, io per Cuba ci sono partita senza la minima aspettativa  e mai avrei immaginato di incontrare paesaggi così belli e natura tanto rigogliosa come quella di Viñales, patria indiscussa della coltivazione di tabacco e destinazione da mettere assolutamente in lista per un primo viaggio sull’isola.

Vinales

Passeggiate a cavallo ed escursioni a piedi o in bicicletta sono solo alcune delle attività che potrete svolgere nella valle di Viñales e dintorni, Patrimonio Mondiale Unesco, dalla terra color ruggine e costellata di formazioni rocciose calcaree dalle pareti scoscese, dette mogotes; qualunque percorso decidiate di scegliere è sicuro comunque che vi regalerà degli scorci favolosi sulla natura circostante. Le piantagioni di tabacco in questa zona la fanno da padrone e certo non potrete fare a meno di andare a visitare una fabbrica di produzione di sigari cubani ma non è tutto: da Viñales potrete anche raggiungere in giornata una spiaggia paradisiaca, quella di Cayo Jutias (15 CUC con Cubanacan per trasporto a/r).

Cayo Jutias

Ora, se siete dei buongustai e vi piace mangiare tanto a colazione credo di avere trovato la casa particolare che fa per voi: Casa Floyd, probabilmente per il miglior desayuno di sempre! Con Floyd e la moglie – e questo comunque è quasi sempre il caso in qualunque casa particolare – volendo potreste anche organizzare tutte le attività possibili nella zona ma ciò non vuol dire ovviamente che lo dobbiate fare per forza; io con loro per esempio ho organizzato soltanto l’escursione a cavallo, mentre per il trasporto a Cayo Jutias e per le lezioni di salsa mi sono rivolta alle agenzie sotto i portici di fronte alla piazza.

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L’escursione a cavallo che solitamente viene proposta è quella nel Valle del Silencio ed ha una durata di circa 4 ore. Contrattare i cavalli direttamente con i proprietari piuttosto che con la casa particolare ovviamente vi farebbe risparmiare qualche CUC (4 all’ora invece che 5) e trovarli non è certo impossibile: vi basterà infatti scendere lungo la Calle Adela Azcuy Norte in direzione dei mogotes e, appena prima di imboccare il “Sendero por el Corazion del Valle”, chiedere ai proprietari che incontrerete – più probabile nel pomeriggio. Già che siete lì comunque potete ora approfittarne per un’interessante camminata verso la Cueva de la Vaca, alla quale si accede passando attraverso l’omonima finca con ristorante. Da qui è possibile proseguire per concludere l’itinerario ad anello nello stesso punto in cui si è iniziato (al bivio del cartello).

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Affittando una bicicletta (ma possibile anche a piedi se avete più tempo) il consiglio è quello di spingervi poi in direzione del Mural de la Preistoria, non perché questo valga la pena di essere visto – la verità è che è proprio una gran cagata – ma perché la campagna circostante – nella quale vi potrete addentrare seguendo il sentiero in direzione del Mirador – è a dir poco meravigliosa e lussureggiante; l’accesso dalla strada principale che si stacca ad ovest del villaggio è presso il Campismo dos Hermanas. Tornando dunque verso Viñales e imboccando la carrabile verso Pinar del Rio potrete quindi godervi la vista dalla terrazza dell’ Hotel los Jasminez, uno dei migliori punti panoramici nei pressi della città.

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Se vi interessano le grotte, un’altra opzione per esplorare la zona è poi quella di addentrarsi nelle cavità del terreno che si trovano nei dintorni di Viñales, in particolare nella grotta più grande di Cuba, la Cueva de Santo Tomas. Io personalmente non l’ho visitata (gli ambienti bui e umidicci non è che mi facciano proprio impazzire) ma le agenzie sotto i portici della piazza (Cubanacan, Havanatur, Infotur) la promuovono come una delle tante mete imperdibili.

Per mangiare bene a Viñales le opzioni sono varie: vi consiglio di certo il Ristorante Bily per un ottimo barbecue e il Ristorante La Cueva se siete in astinenza da pizza. Le lezioni di salsa le potete organizzare direttamente con Yaneisy Castillo, contattandola al numero (0053)-52549251 o all’indirizzo email yaneisyc@nauta.cu. Il costo è di 10 CUC all’ora. Il mio suggerimento è quello di rimanere almeno 3 notti.

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3. Playa Giròn

Parola d’ordine immersioni! Se siete arrivati a Cuba con l’idea di dedicarvi anche all’esplorazione dei fondali marini, a Playa Giron troverete sicuramente pane per i vostri denti e al prezzo più contenuto di tutta l’isola. 25 CUC per ogni bombola di ossigeno – comprensivo di attrezzatura e di trasporto da/per la vostra casa particolare – non è niente male se lo si compara con altri paesi ma anche soltanto con altre mete sull’isola stessa, dove i prezzi possono arrivare anche a 40/50 CUC ad immersione. Certo non aspettatevi i siti migliori sulla faccia della terra (anche se tutto dipende sempre dal vostro metro di paragone) ma si tratta comunque di una ambiente tropicale e, in quanto tale, vivace e colorato. Il sito di immersione viene deciso direttamente dai Dive Masters sulla base delle condizioni climatiche e della presenza o meno di persone che sono già state in immersione nei giorni precedente. Le Immersioni vengono organizzate solo al mattino.

Playa Giron

Non solo mare comunque: nei dintorni del villaggio è infatti possibile organizzare un’escursione con guida lungo il Sendero Enigma de las Rocas, un percorso di 2 km. che vi porterà a conoscere (ovviamente va a fortuna) innumerevoli specie di fauna selvatica tra cui possibilmente serpenti, iguane, granchi e un simpatico coccodrillo che è stato importato dalla Cienaga de Zapata, un parco naturale non molto distante. Il costo per l’escursione di circa 3 ore è di 15 CUC a persona ed è prenotabile tramite la vostra casa particolare. Se volete invece sdraiarvi su una spiaggia senza un muro di cemento davanti (quando lo vedrete capirete di cosa sto parlando), puntate a qualche centinaio di metri a est del villaggio per raggiungere Playa Coco.

Sendero de los Enigmas 01

Per quanto riguarda vitto e alloggio Yadira y Yulien offrono due stanze con bagno privato sul retro della loro casa, indipendenti dall’edificio della famiglia e al prezzo ragionevole di circa 20 CUC. Il ristorante da non perdere assolutamente mentre sarete in zona è il Giron Especial del Sig. Carlitos (amico di Yulien) il quale serve aragosta e gamberetti alla griglia con contorno a 7 CUC. Spettacolare anche il flan! A Playa Giròn a mio parere vale la pena di fermarsi non più di due notti.

Aragosta

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4. Trinidad

Trinidad per molti viaggiatori con meno tempo a disposizione costituisce di solito il punto più lontano da raggiungere, l’estremo oriente delle peregrinazioni più brevi sull’isola, città antica, colorata e coloniale con un sacco di cose da offrire, al suo interno e nei dintorni. Quattro notti dovrebbero bastare per passarne in rassegna almeno le bellezze principali ma è anche vero che, avendo più tempo a disposizione, questo è uno di quei luoghi in cui potreste voler rimanere anche più a lungo, soprattutto se siete entrati a pieno titolo tra gli amanti di salsa e reggaeton; in tal caso è molto probabile che  non ve ne vogliate più andare!

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Camminare per le strade ciottolate della città è il modo più semplice e ovvio per ammirarne la sua bellezza ma se volete raggiungere il punto panoramico più bello in assoluto, ovvero quello che vi doni una vista privilegiata sui tetti delle case coloniali, allora non dovrete fare altro che recarvi al Museo Historico Municipal e salire sulla torre che si trova al suo interno. Il costo ovviamente è irrisorio, a soli 2 CUC.

Trinidad 01

Di giorno nei dintorni è possibile effettuare un sacco di escursioni: da Playa Ancòn, che tra quelle di Cuba è certamente una delle più belle (8 CUC per arrivarci in taxi), all’escursione in catamarano a Cayo Las Iguanas (55 CUC pasto incluso) e poi ancora, dal Valle de Los Ingenios (15 CUC p/p in taxi privato), con gli antichi zuccherifici, al Topes de Collantes, con i vari sentieri escursionistici e le tante cascate tra cui Vegas Grande (20 CUC p/p per il taxi privato + 10 CUC per l’ingresso al sentiero).

Vegas Grande 01

Ma è certamente alla sera che Trinidad dà il meglio si sé, a partire dalle ottime possibilità culinarie e per arrivare fino alle notti danzanti all’interno di una grotta – la famosa discoteca La Cueva – senza però ovviamente poter mancare prima all’appuntamento quotidiano con la Casa de la Musica e la Casa de la Trova per gli spettacoli di salsa! Tra i vari ristoranti sicuramente meritevole non solo per la qualità dei piatti ma anche per l’ambiente e per i cocktail, vi posso suggerire La Redaccion ma anche Obbatalà, sulla terrazza accanto alla Casa de la Trova. Per quanto riguarda il pernottamento, certamente una delle sistemazioni più economiche che potessi incontrare su Airbnb in ottima posizione centrale, l’Hostal Liana, seppur non una tra le più lussuose in cui io abbia mai dormito, ha comunque servito da ottimo punto d’appoggio e come sempre la gentilezza della padrona di casa fa si che oggi io ve lo possa suggerire.

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… Cuba in tre settimane…

Ma ecco che qui comincia la seconda parte di viaggio, quella che tendenzialmente riuscirete ad organizzare solo avendo a disposizione almeno tre, se non anche quattro settimane. Badate bene: raggiungere gli estremi orientali dell’isola significa dover organizzare in anticipo anche la via del rientro verso La Havana, ovvero avere una prenotazione per un posto a sedere su un autobus oppure in aereo; questo se non volete rischiare di perdere il vostro volo internazionale, lasciando sempre e comunque qualche giorno cuscinetto per ovviare ad eventuali ritardi e cambiamenti di programma dell’ultimo minuto.

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5. Camaguey

A Camaguey a mio parere vale la pena fermarsi un po’ per scoprire una cittadina poco battuta dal turismo internazionale e un po’ anche per spezzare il lungo viaggio verso Santiago; da Trinidad esiste soltanto un autobus che ogni giorno fa la spola partendo alle 8 del mattino e arrivando a Camaguey nel primo pomeriggio e prenderlo vi darà la possibilità di avere il tempo giusto per farvi un giretto in centro, tra le viuzze ricche d’arte e le piazzette nascoste come Plaza San Juan de Dios e Plaza del Carmen, cenare in un ristorante d’atmosfera come El Paso – dove certo le porzioni non si sprecano – e quindi passare la notte in un letto confortevole e recuperare le forze pronti per un’altra tratta di autobus fino a Santiago, prevista per il giorno seguente (con il Viazul delle 06.40 oppure con quello delle 15.30).

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Un po’ spostata rispetto al centro storico ma certamente raggiungibile a piedi con una breve passeggiata, Villa Vigia è la casa particular dove io ho passato la notte, praticamente un intero appartamentino con due letti matrimoniali e una doccia super efficiente. La padrona di casa, se anche deciderete di prendere il primo pullman del mattino, non si farà problemi a svegliarsi prima dell’alba per prepararvi la colazione e per cui non esitate a chiederle il favore!

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6. Santiago de Cuba

Santiago, la città più caliente dell’isola, sia per il clima ma sia e soprattutto per l’animo combattivo e seduttore dei suoi abitanti che qui ci proveranno con voi ragazze più che in ogni altro angolo del paese. I fischi e i richiamini maliziosi li sentirete arrivare da ogni dove e forse anche a voi verrà da ridere quando sarà un vecchietto di 80 anni a tentare l’approccio con una nonchalance degna di ammirazione. Non c’è niente da fare, è più forte di loro e fa parte della cultura tanto quanto la salsa e il rum! Non sarebbero cubani altrimenti!

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Anche Santiago, come tutte le altre città dell’isola la si gira a piedi – seppur con qualche saliscendi in più – e sarà quindi già muovendo i primi passi tra le vie del centro che noterete la differenza tra questa piccola metropoli caraibica e le altre città della parte occidentale dell’isola: l’influenza africana qui si vede e si sente ancor più forte, non solo nell’aspetto dei suoi abitanti ma quanto più nella musica, che qui rimbomba con ritmi ancora più marcati, quelli della salsa, della rumba e del son, che proprio a Santiago sembrerebbe avere avuto origine.  Il locale più in voga per passare una serata danzante?  La Claqueta, accanto alla Cattedrale di Nostra Signora ma in generale, se la musica è quel che vi interessa, ne troverete anche molti altri.

Santiago de Cuba

Ma parlando di storia: “La rivoluzione è partita da qui” – sentirete forse pronunciare più volte – ed effettivamente fu proprio a Santiago che mosse i primi passi il movimento rivoluzionario capeggiato da un ancora quasi sconosciuto e giovane Fidel Castro, con l’assalto alla caserma Moncada del governo Batista, il 26 luglio del 1953, appena terminati i festeggiamenti del carnevale, l’evento festaiolo più importante dell’isola. Nonostante il fallimento e l’imprigionamento di Fidel, questo primo tentativo d’insurrezione si ricorda ancora oggi come il primo glorioso passo sulla strada della vittoria ed è per questo che una visita al Museo Cuartel Moncada – considerato il migliore del paese – è praticamente d’obbligo.

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E poi ancora gli edifici coloniali del centro, tra cui il più antico di Cuba – l’oggi Museo de Ambiente Historico Cubano – che fu la residenza di Diego Velasquez, il primo governatore dell’arcipelago, la Cattedrale di Nostra Signora, dalla cima del cui campanile si hanno delle ottime viste sul centro cittadino, la Plaza de Marte, la Calle Heredia e ovviamente il Malécon, da raggiungere verso l’ora del tramonto possibilmente con una bella birra ghiacciata in mano! Nei dintorni di Santiago da non perdere è il Castillo del Morro, costruito per difendere la città dagli attacchi dei pirati e dichiarato Patrimonio Mondiale Unesco nel 1997, sito in una splendida posizione panoramica che da sola merita certamente la visita.

Santiago de Cuba

Sul dove mangiare e dormire le soluzioni sono infinite e tutto ovviamente dipende da quanto si voglia spendere. Io personalmente mi sono trovata benissimo a mangiare più volte al Restaurante Hostal Aurora così come al St Pauli mentre per dormire certamente una soluzione economicissima – seppur non propriamente di lusso – è stata Casa Levy, non lontano dal Parque Céspedes dove è presente un hot spot per la connessione a internet. Due notti a Santiago credo possano essere sufficienti, magari una in andata e una al ritorno da Baracoa se avete deciso di spostarvi in pullman.

Casa Levy

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7. Baracoa

Probabilmente il mio angolo di Cuba preferito e questo senz’altro anche per l’incredibile accoglienza e disponibilità ricevuta a casa di Yadaimis (Daita) e che vi suggerisco con tutto il cuore di contattare all’indirizzo email yadaimis@nauta.cu. La stanza è tenuta benissimo – un vero affare per soli 15 CUC a notte – e sulla terrazza dell’ultimo piano con vista mare, oltre a degustare colazioni e cene deliziose preparate da un’abile cuoca, potrete anche organizzare lezioni di salsa; non solo, tramite varie conoscenze, Daita si assicurerà che il vostro tempo in zona lo spendiate al meglio, organizzandovi tutta una serie di escursioni in giornata – una più interessante dell’altra – che vi porteranno ad esplorare certamente uno degli angoli più affascinanti di tutta Cuba.

Baracoa

Purtroppo in parte devastata dall’uragano Matthew nel 2016, la bellezza di Baracoa non si può certo dire che risieda nella sua architettura se non piuttosto nell’atmosfera modesta e tranquilla (qui si gira più che altro in bici, bici-taxi o su carretti trainati da cavalli), nella sua posizione affacciata al mare e nella natura rigogliosa e lussureggiante che la circonda, fatta di palme e di alberi da frutta, tra cui anche quelli del cacao. Avreste mai pensato di venire a Cuba per mangiare cioccolato? Ebbene nei dintorni di Baracoa certo non potrete fare a meno di passare a visitare una finca del cacao, per capire come avviene la produzione e conoscerne dunque i prodotti.

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A poca strada da Baracoa, El Yunque, il Parque Natural Majayara, Yumurì e Playa Maguana sono poi le quattro mete fondamentali che per nessun motivo dovreste mancare di visitare già che siete arrivati fin qua, dei paradisi naturali intatti dove la presenza dell’uomo rimane comunque in totale armonia e dove potrete vivere delle esperienze estremamente piacevoli. In particolare, veramente meritevole è la salita allo Yunque, una montagna dalla forma di incudine alta 575 metri, Patrimonio della Biosfera e che da sempre costituisce un punto di riferimento ai naviganti, a partire da Cristoforo Colombo che ne parlò nel suo diario di bordo. Un paio d’ore è tutto quello che ci vuole ma la salita è abbastanza ripida per cui è sicuramente necessario effettuarla con delle scarpe appropriate (vanno benissimo un paio da running); mettete però anche in conto di dover guadare un fiume per poter accedere al sentiero di ascesa e che l’acqua potrebbe arrivarvi tranquillamente alla vita, per cui mettetevi sotto il costume da bagno che tanto vi servirà poi per visitare un’altra cascata nella zona, dove è possibile fare il bagno.

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25 km a est di Baracoa, oltre la Bahìa de Mata e Playa Manglito – appena dopo la quale potrete fermarvi a mangiare al Ristorante El Coral per provare la specialità della zona, i pesciolini conosciuti col nome di tetis – la Boca de Yumurì è l’altra tra le quattro attrattive di cui vi parlavo, ovvero là dove il fiume Yumurì incontra il mare ed è possibile risalirlo in barca per raggiungere delle piscine naturali in cui fare il bagno. L’ambiente è spettacolare essendo che il fiume si estende in una lunga gola sovrastata da alte falesie, quasi fosse una sorta di canyon tropicale.

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Più vicino alla città e raggiungibile a piedi è poi il Parque Natural Majayara, oltrepassato il Rio Miel, all’interno del quale si nasconde la Cueva del Agua, una grotta attraversata da un fiume sotterraneo, un mirador che offre una vista privilegiata sulla costa e sul mare e una piccola spiaggia paradisiaca, Playa Blanca, talmente isolata da essere poco frequentata, se non addirittura alle volte deserta. Se cercate invece una spiaggia più ampia dove passare in pieno relax una mezza giornata compresa la pausa pranzo allora spostatevi 22 km a nord di Baracoa, a Playa Maguana, una distesa di sabbia dorata che si estende per qualche chilometro e in prossimità della quale c’è anche un piccolo ristorante che vi delizierà con strepitosi piatti di pesce.

El Yunque

Mi raccomando, ricordatevi di avere già un biglietto di ritorno prenotato – in corriera o in aereo – prima di avventurarvi da queste parti perché le connessioni sono saltuarie – una al giorno da/per Santiago in pullman e due alla settimana da/per La Havana in aereo, il martedì e la domenica – e rischiate veramente di rimanere a piedi.

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… Cuba in quattro settimane…

Queste due tappe ovviamente le potreste aggiungere all’itinerario di due settimane – qualora vi avanzasse tempo – ma, in alternativa, con un mese a disposizione, io le ho lasciate per il viaggio di ritorno verso La Havana.

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8. Santa Clara

Nel luogo in cui il 31 dicembre del 1958 Ernesto Che Guevara costrinse alla fuga il dittatore cubano Fulgencio Batista, è lì che sorge oggi uno dei complessi monumentali più importanti simbolo della rivoluzione: il mausoleo che custodisce i resti del meglio conosciuto “comandante amico” e il museo che ripercorre la storia della sua vita incredibile. Una tappa imperdibile dunque per tutti gli appassionati di storia e per chiunque riconosca l’importanza di questa figura a livello sia politico che umano, un uomo per il quale in tanti oggi nutrono un rispetto quasi religioso.

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Santa Clara, una città piacevole in cui passare anche solo una notte per riprendersi da un possibile lungo viaggio o semplicemente perché già che ci siete non disdegnate dare una possibilità anche ai luoghi meno scontati. Riki’s Hostal è certamente un’ottima sistemazione a pochi passi dal centro mentre il Ristorante Saborearte un’ottima chicca culinaria, molto frequentato dalla gente del posto. Dopo cena, tappa imperdibile secondo i più, non potrete che fare un salto al Club Mejunje, una vera e propria istituzione locale per la musica dal vivo e dove, ogni sabato sera, va in scena l’unico spettacolo di drag queen esistente sull’isola. Da Santa Clara verso Varadero o La Havana potete facilmente spostarvi con i taxi collettivi.

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9. Varadero

Questa era proprio una domanda che mi attanagliava: vale la pena passare da Varadero oppure no? Ebbene alla fine per darmi una risposta un salto ce l’ho fatto e che cosa vi posso dire…Varadero non è Cuba, è un luogo creato appositamente per fini turistici ma ragazzi, il mare e la spiaggia sono uno spettacolo! Dipende sempre dal cosa si sta cercando: se anche a voi come a me avanzano dei giorni e li volete passare con il culo in spiaggia allora perché no?

Varadero

A Varadero non ci sono soltanto i resort ma esiste anche una sorta di agglomerato urbano dove è possibile trovare case particolari che non vi spennino e ristoranti per cenare a poco prezzo. Certo la qualità non è quella della cucina casalinga ma in fondo cosa importa… siete lì per godervi il sole e il mare, non per mangiare come maiali! Casa Marta Torres (0053-45613761) offre sistemazioni a 25/30 CUC a due passi dal mare. Per la Havana i taxi collettivi partono al mattino verso le 11.

Viaggio in Ladakh: benvenuti in paradiso

Viaggio in Ladakh: benvenuti in paradiso 1024 615 Sonia Sgarella

Ho viaggiato per giorni respirando la polvere di un deserto ad alta quota pensando che in fondo alla strada potesse esserci solo la fine del mondo; immaginavo ad un certo punto un cartello con la scritta “spiacenti, la Terra finisce qui” e che da lì saremmo dovuti tornare indietro.

Ma la strada di fatto continuava, direzione un paradiso in Terra: Ladakh, mon amour! Credetemi, ancora oggi, a distanza di tanti anni da quando ci misi piede per la prima volta (nel lontano 2009) e nonostante i vari (molti) paesi del mondo visitati nel frattempo – la maggior parte dei quali ovviamente meravigliosi! – resto ancora della stessa opinione: il Ladakh, per bellezza e particolarità, li supera tutti ed è quello che più mi è rimasto nel cuore!

Ladakh - Leh-Manali Highway

Situato nell’estremo nord dell’India ai confini con la Cina e con il Pakistan, amministrativamente incluso nello stato federato del Jammu & Kashmir (di cui ne costituisce un distretto), incastonato e protetto tra le maestose catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya, in un territorio che si sviluppa dai 3.000 agli oltre 6.000 metri d’altezza, il Ladakh è uno tra gli angoli di mondo più suggestivi e surreali, di questo ne sono certa.

Ladakh

Ad un passo dal cielo, in quel deserto d’alta quota punteggiato di cime innevate, è lì che si nascondono delle incredibili oasi di pace dal fascino immutabile (quelle che gli rendono il nome di Piccolo Tibet), piccoli mondi remoti in cui le principali scuole del buddhismo tibetano trovano rifugio ed ispirazione.  Seppur a distanza di secoli dalla loro fondazione, qui si praticano ancora invariati i rituali della fede, all’interno di monasteri che incantano e stupiscono per la loro bellezza, quasi fossero una sorta di miraggio.

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Viaggiare in Ladakh significa lasciarsi trasportare indietro nel tempo in un mondo sospeso tra la terra e il cielo, in una regione quindi a maggioranza buddhista che costituiva un tempo la parte più occidentale del Tibet e luogo in cui ancora oggi le antiche tradizioni religiose vengono scrupolosamente tramandate da padre a figlio e da maestro a discepolo. Spiritualità e religiosità – lo noterete appena atterrati a Leh – influenzano ogni aspetto della vita quotidiana, lì dove il riconosciuto rispetto per la vita e per la terra vogliono essere di insegnamento non solo ai loro più prossimi vicini ma a tutti coloro che qui si recano in visita.

Ladakh

Il periodo migliore per un viaggio in Ladakh è quello che corrisponde all’incirca con la nostra estate, da maggio a settembre, quando lo scioglimento delle nevi permette la riapertura delle uniche strade carrozzabili che connettono Leh, il capoluogo, con il resto dell’India e più precisamente con Manali, in Himachal Pradesh, e con Srinagar, in Kashmir. Certo lassù è sempre possibile volare (i collegamenti aerei con Delhi rimangono attivi tutto l’anno) e probabilmente un viaggio in inverno a quelle altezze risulterebbe spettacolare (la verità è che si tratta di uno dei miei sogni) ma richiedrebbe sicuramente maggiore pianificazione e adattamento.

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Leh, una piacevole cittadina di circa 27.000 abitanti che sorge ad un’altezza di 3.486 metri, costituisce la base e il luogo di partenza per tutti gli spostamenti. Cominciando da lì il modo più sensato per esplorare il Ladakh è quello di muoversi in direzione dei quattro punti cardinali, esplorarne le valli circostanti e superare gli altri passi ma facendo sempre ritorno al punto di partenza. In una dozzina di giorni è possibile scoprire non solo i punti principali, bensì anche alcuni degli gli angoli più nascosti di questa regione meravigliosa, sorta sulle sponde del leggendario fiume Indo, che diede nome alla nazione intera e che è lì per regalare acqua ad una terra altrimenti arida.

E sarà proprio risalendo il corso di questo fiume maestoso (che nasce in Tibet, attraversa l’India e finisce in Pakistan), che si parte allora in direzione sud-est, seguendone la riva sinistra, per arrivare inizialmente al luogo in cui sorge l’ultima dimora dei re ladakhi, costruita nel 1825 sul modello del palazzo-fortezza di Leh, ormai abbandonato. Si tratta dello Stok Khar, dove ancora oggi risiedono i discendenti della famiglia reale e al cui interno, nell’interessante museo, viene conservato un pezzo di storia del paese.

Proseguendo lungo la strada nella piana desolata, seguono poi il monastero di Matho e quindi già quello di Hemis, il più grande e ricco del Ladakh facente capo alla scuola dei monaci Drukpa, i cosiddetti “berretti rossi”, la cui filosofia trova fondamento nel pensiero degli yogi Tilopa, Naropa, Marpa e Milarepa, quest’ultimo il massimo poeta che il Tibet abbia mai avuto.

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Ogni anno, tra maggio e luglio, il monastero di Hemis si prepara ad ospitare il festival più famoso della regione himalayana. Pellegrini provenienti da ogni angolo del paese e vestiti degli abiti tradizionali migliori, si riuniscono nel cortile principale del Gompa per assistere ai due giorni di celebrazioni volti a rievocare la vita e gli insegnamenti di Guru Rimpoche nel giorno della sua nascita.

Conosciuto anche con il nome sanscrito di Padmasambhava (“il nato dal loto”), Guru Rimpoche è considerato dalla tradizione il fondatore del buddhismo tibetano e colui che ne ha permesso la diffusone. Due giorni di danze scandite dal ritmo intenso di cimbali, trombe e tamburi; un momento di ritrovo e di divertimento ma soprattutto un’occasione per il popolo di entrare in contatto con la vita e la parola del grande maestro, che gli abitanti percepiscono presente all’evento insieme a loro.

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Un’importante opportunità per apprendere i contenuti essenziali del suo insegnamento attraverso uno strumento accessibile a tutti: la danza è infatti il mezzo offerto dai monaci residenti ai fedeli per aiutarli a percepire l’essenza della dottrina e dargli uno stimolo per approfondire in seguito la propria ricerca personale. In occasione di tale evento non sarà difficile farsi trasportare dal coinvolgimento collettivo. Sono tutti presenti, grandi e piccoli, uomini e donne, monaci e laici, perché la sola partecipazione, si dice, predisporrà le condizioni karmiche che favoriranno il raggiungimento più veloce della liberazione, ovvero del Nirvana.

Leggi anche Festival di Hemis: si aprano le danze

Ripartendo di nuovo da Leh, sempre in direzione sud-est ma passando questa volta alla riva destra dell’Indo, si susseguono invece il palazzo di Shey, il monastero di Thiksey e quello di Stakna, il secondo dei quali rappresenta l’apice di straordinarietà per quel che riguarda l’architettura degli edifici monastici. Appartenente all’ordine riformato dei monaci Gelug-pa, ovvero dei “berretti gialli” (a cui fa capo Sua Santità il XIV Dalai Lama), il monastero custodisce un’immensa statua di Maitreya, il Buddha del futuro, un tempio dedicato a Tara, divinità femminile, e notevoli esempi di arte tantrica affrescati sulle pareti interne del Dukang, la sala della preghiera.

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Ogni mattina intorno alle 7 i monaci del monastero di Thiksey richiamano i fedeli alla preghiera per mezzo di tradizionali strumenti musicali e si riuniscono per la recita dei versi sacri. Un momento davvero speciale a cui assistere in assorto silenzio e respirare l’aria di spiritualità che rende il Ladakh un luogo così magico e speciale!

E sempre a sud-est di Leh, già che ci siete, che ne dite di fare un salto anche dall’oracolo? Nel villaggio di Choglamsar, a pochi chilometri da Leh in direzione est, risiede (sempre che sia ancora viva!) Saboo Lamo, l’oracolo della famiglia reale, una piccola signora di ormai 90 anni che ogni domenica mattina riceve i suoi pazienti, i quali si rivolgono a lei per raccontarle dei propri dolori e chiederle aiuto. La sciamana, una personaggio dall’incredibile fascino, con l’ausilio di ossessive formule magiche sarebbe in grado di estirpare i mali dal corpo degli ammalati, succhiandoli e spuntandoli in un rituale a cui vale veramente la pena di assistere!

Proseguendo ora lungo la valle e prendendo la deviazione verso il Lago di Pangong – addentrandosi quindi nella valle di Sakti – ecco apparire il sorprendente monastero di Chemrey, costruito nei primi anni del XVII secolo e dipendente tuttora da quello di Hemis. A guardarlo non crederete ai vostri occhi per quanto è bello! Poco più in là, all’estremità settentrionale della valle, il monastero di Tagthog, appartenente all’ordine Nyingma e costruito nei pressi della grotta dove avrebbe meditato Guru Padmasambhava.

Ladakh

Superato il Passo di Chang, a 5.320 metri, arriviamo dunque al Lago di Pangong, in un’ambiente d’alta quota incredibile dove il turchese dell’acqua e quello del cielo, il bianco candido delle nuvole e i colori di una spettacolare natura desertica d’alta montagna si incontrano e si fondono: una visione fantastica, lì, ad un passo dal cielo, dove solo una mente divina potrebbe aver concepito cotanta inimmaginabile bellezza! Il Pangong Tso è un lago salato, quello di maggiore estensione in tutta la catena dell’Himalaya, sito ad un’altezza di circa 4.250 metri, lungo 134 km, largo al massimo 5 km ed incluso per 2/3 in territorio tibetano.

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A fare a gara con il Lago di Pangong per bellezza vi è poi anche quello di Tso Moriri, sito a 4.600 metri d’altezza, 240 chilometri a sud-est di Leh e già sulla strada che collega il Ladakh a Manali. Il lago, così come quello di Pangong, può essere raggiunto solo nei mesi estivi e previo rilascio di un permesso che ne limita l’accesso su base annuale. Arrivare nella zona di entrambi i laghi significa attraversare regioni di immenso fascino dove da millenni le popolazioni nomadi vivono nel silenzio di paesaggi grandiosi e infiniti, dedite all’allevamento degli yak e delle capre pashmina.

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Ma passiamo ora a nord di Leh per superare il leggendario passo del Khardung La, a 5.359 metri – il valico carrabile più alto del mondo – e raggiungiamo quindi le Valli dei fiumi Shyok e Nubra, un tempo remoti avamposti lungo la via della seta dove, oltre ai monasteri di Diskit e Sumur, si nascondo luoghi di eremitaggio e altri laghi incantati. Qui è possibile incontrare i famosi cammelli della Battriana.

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Infine ad ovest di Leh, passato il monastero di Spituk e in direzione di quello di Lamayuru, incontriamo una profusione di luoghi sacri e capolavori d’arte indo-kashmira: il monastero di Phyang, quello di Likir e di Alchi, quest’ultimo risalente al X secolo e che conserva tre gigantesche statue rappresentanti Avalokiteshvara, Maitreya e Manjushri, la triade più famosa del lamaismo. Da Likir è possibile partire a piedi per un semplice itinerario di trekking della durata di tre giorni e due notti, passando dagli insediamenti di Yangthang ed Hemis Shukpachan e terminando quindi a Lamayuru.

Che dite, pensate che valga la pena di spiccare il volo verso il Ladakh? Sappiate che siete ancora in tempo! La bella stagione è più vicina di quanto sembri, la neve sugli alti passi si scioglierà presto e il Ladakh tornerà  a connettersi al mondo dopo il lungo inverno. Come un fiore sboccia, un fiore raro del deserto: Ladakh, mon amour!

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Qualche informazione sulla cucina…

Basata su prodotti cerealicoli e pochi vegetali la cucina del Ladakh, decisamente frugale e molto simile a quella tibetana, viene spesso affiancata dai piatti tipici della cucina indiana e kashmira.

I momo sono sicuramente il piatto più apprezzato dai palati occidentali: ravioli fatti di farina d’orzo, ripieni con carne o verdure e cotti al vapore, una ricetta tipica delle regioni himalayane. Una variante della stessa vuole che i momo possano anche essere fritti.

A Leh, un ottimo ristorante dove provarne un’ampia varietà è il Tibetan Kitchen, un locale pulito e confortevole e che vanta oltretutto un impeccabile servizio. Un ristorante dove ritornare più volte nell’arco del vostro soggiorno, a pranzo o a cena, sicuri che non ne rimarrete mai delusi!

Un altro piatto tipico della tradizione tibetana è la thukpa, una zuppa di noodles e verdure a cui possono essere aggiunti pezzettini di carne, solitamente pollo o montone, rendendola un sostanzioso piatto unico, perfetto come pasto invernale. Una variante che al posto dei noodles utilizza dei rettangolini di pasta appiattita è chiamata thenthuk.

Il pane locale, detto tagi, più spesso e croccante del chapati indiano seppur più piccolo, viene preparato sul tawa, un disco di ferro leggermente concavo che viene scaldato su pietra. Normalmente consumato a colazione può essere accompagnato con una tazza di tè salato, una bevanda che alla maggior parte di noi occidentali, risulta a dir poco disgustosa! Immaginatevi infatti una tazza di tè a cui viene aggiunto del burro di vacca o di yak e un pizzico di sale…in sostanza la sensazione sarà quella di deglutire un denso brodo di dado!

Tornando alle prelibatezze non mancate di fare scorta di albicocche che possono essere consumate fresche, secche o sotto forma di marmellata. Oltre alle coltivazioni di grano, orzo e piselli, l’altra grande produzione del Ladakh sono infatti gli alberi da frutta tra cui albicocche, mele e noci.

E a proposito di orzo quanti di voi non hanno mai sentito parlare della tsampa? E’ l’alimento base del pasto quotidiano ladakho. Si tratta di farina d’orzo tostato, un ingrediente altamente nutritivo che può essere consumato in vari modi: aggiunto ad una tazza di tè, con dello zucchero, con il latte o con lo yogurt, oppure consumata da sola cercando di buttarla direttamente in bocca…un’impresa che riuscirà solo ai più esperti!

… e altre info utili

Il fattore altitudine potrebbe costituire un fastidioso problema se non si lascia abbastanza tempo al nostro corpo di acclimatarsi. E’ consigliabile dunque soffermarsi qualche giorno nel capoluogo e dintorni prima di avventurarvi nel superamento degli alti passi. A Leh non vi mancheranno certo le cose da fare: dalla visita dell’antico palazzo a quella dei vari monasteri sparsi per la cittadina fino ad arrivare allo Shanti Stupa da dove potrete godere di meravigliose viste sulla valle sottostante.

Nel capoluogo inoltre non sarà neanche difficile incontrare occasioni per lo shopping: mercatini tibetani, negozi di artigianato locale e di meraviglie provenienti dall’India e dal Kashmir attireranno immancabilmente la vostra attenzione invogliandovi ad acquistare di tutto.

Chi non vorrebbe possedere almeno un thangka da appendere alla propria parete di casa? Trattasi di tele dipinte con colori vivaci, di veri e propri capolavori raffiguranti nel centro la divinità oggetto di devozione. Non solo dunque qualcosa di bello ma anche di significativo e spesso didattico, come è il caso dei thangka rappresentanti la cosiddetta “ruota della vita” che ha il compito di ricordare, a chi sceglie le gioie terrene, tutto l’orrore collegato al ciclo delle rinascite. Attraverso il simbolismo e l’iconografia questi dipinti vogliono aiutare l’uomo a prendere coscienza di questa legge ineluttabile e conferirgli i mezzi affinché egli possa essere artefice del proprio destino.

Ruote della preghiera, bandierine colorate, immagini sacre e oggettistica rituale, sono inoltre tutto ciò che è legato al culto e alla pratica buddhista e che fa sempre piacere portare a casa, in ricordo di questa terra spettacolare dove la spiritualità è parte integrante della vita quotidiana.

Per i più vanitosi invece, non si può ripartire dal Ladakh senza aver prima comprato almeno un piccolo gioiello o una fantastica pashmina proveniente dal Kashmir. La lana pashmina è una pregiatissima fibra tessile che si ricava dal pelo di una particolare specie di capra allevata sulla catena montuosa dell’Himalaya. Insieme a questo tipo di scialli, alcuni meravigliosamente decorati, ne troverete altri prodotti invece con la lana di yak, il bue tibetano, simbolo incontrastato di questa incantevole terra d’alta quota ai confini col cielo.

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Foto credits: Marco Puccinelli, amico viaggiatore, toscano D.O.C.

Cuba, mi vida: prepararsi al viaggio

Cuba, mi vida: prepararsi al viaggio 1024 682 Sonia Sgarella

Mi amor, mi carino, mi vida…se tutto il mondo si rivolgesse al prossimo con lo stesso calor cubano, il nostro pianeta potrebbe essere un posto migliore! Passione, coinvolgimento e orgoglio, che sia nel ricordare le gesta degli eroi della patria (Josè Martin, Fidel Castro, Camilo Cienfuegos e il comandante Che Guevara), nel commentare una partita di baseball (lo sport nazionale), in un passo di salsa o in un buon bicchiere di rum condito alla perfezione con hierba buena, quel che è certo è questo: allo spirito e al carisma del popolo cubano bisognerebbe guardare con un’enorme dose di stima ed ammirazione!

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Dico questo perché sapete, sono finita su vari blog prima di partire, ho ascoltato i commenti di qualcuno che ci era già stato e ai tanti giudizi positivi mi sono stupita di averne incontrati così tanti di altrettanto negativi. “Cuba la ami o la odi” – ho sentito dire. Ma davvero??? – mi sono chiesta riflettendoci sopra mentre scoprivo un’isola meravigliosa – Pensate che io a Cuba non volevo nemmeno andarci – riguardo a questo viaggio sono sempre stata abbastanza scettica – e invece ne sono rimasta letteralmente affascinata! Bellezze naturali e architettoniche, una storia più unica che rara, divertimento, vitalità, allegria, mojito, piña colada, la birra Cristal e cibo squisito, per non parlare della quasi totale assenza di criminalità. Che cos’è che vorreste di più da una vacanza? Un massaggio? Pensate, si trova anche quello a 5$ sulla spiaggia! 🙂

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Cuba bisogna capirla però e questo non è poi così facile: immaginatevi voi a vivere in un paese che ormai da decenni naviga in balia dei giochi di forza tra il proprio governo e quello di altri paesi, vicini e lontani (Spagna, Russia, Stati Uniti, Brasile), dal quale non è facile andarsene, dove ancora oggi ci sono giorni in cui le panetterie non hanno abbastanza farina per produrre pane, mancano uova, internet viene centellinato a colpi di decine di pesos e dove lo stipendio medio di un dottore è pari a 40$ al mese, per non parlare di quello di un operaio. Tanto di cappello allora al popolo cubano che, se non è tempo di rivoluzione, alle difficoltà preferisce reagir ballando! Cuba – a mio parere – trasmette energia!

Cuba - Santiago

A Cuba comunque le cose stanno cambiando velocemente, quella finestra di ciel sereno che si  è aperta con il governo Obama, seppur socchiusasi di nuovo con le mosse di Trump, ha portato certo una ventata di speranza al popolo e buone prospettive per il futuro dell’isola, la quale incomincia ad aprirsi al mondo e a permettere a quest’ultimo di entrarci più agevolmente. Se i commenti negativi dunque risalgono a qualche anno fa, quando per viaggiare in maniera indipendente ancora quasi tutto doveva essere organizzato sul posto e fregature ed inconvenienti potevano essere all’ordine del giorno allora lo posso capire ma oggi la situazione è completamente diversa e credetemi, viaggiare a Cuba risulta praticamente una passeggiata; basta sapersi organizzare per tempo.

Cuba - Santiago

La Cuba di cui vi parlo io ovviamente non è né quella dei resort all inclusive, né quella dei Cayo sui quali i cubani non possono neanche mettere piede. L’isola che vi voglio raccontare è quella delle case particolari, quella dei trasferimenti in pullman o in taxi collettivo, quella che l’internet è meglio che te lo scordi che tanto si può vivere anche senza e anzi, forse è meglio così: Cuba ti sta facendo il favore di farti riprendere in mano il controllo del tuo tempo e delle relazioni con le persone senza se che vi sia sempre un cellulare di mezzo. La Cuba che vi voglio raccomandare è quella del cibo al ristorante ma anche quella del cibo fatto in casa, delle colazioni che potrebbero sfamare una famiglia intera, dell’ospitalità incondizionata – e a Cuba sanno esattamente che cosa voglia dire – e, perché no, anche quella delle lezioni di salsa e delle serate passate a ballare con chiunque si trovi in pista! Un viaggio a Cuba per me è umanamente rigenerante!

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Ma dicevamo dunque quali sono le cose da fare prima della partenza? E quali durante? Vai che si parte!

Innanzitutto, se preferite non lasciare nulla al caso, avete poco tempo a disposizione e non volete perderne neanche un po’ sul posto per l’organizzazione di alloggio e trasporti, incominciate già da casa col registrarvi sul sito di Viazul e di Airbnb. Per quanto riguarda Viazul fatelo con un anticipo di almeno due settimane dalla data in cui volete viaggiare perché quelle sono le tempistiche minime di prenotazione: oltre tale scadenza il sistema infatti non vi mostrerà neanche più la disponibilità dei posti. Un po’ diverso è invece il caso di Airbnb: le prenotazioni le potreste fare anche dall’aeroporto un minuto prima della partenza ma sappiate che, appena messo piede sull’isola, seppur la pagina sarà ancora accessibile per la consultazione delle strutture, vi verrà negata l’autorizzazione per poter effettuare il pagamento e quindi confermare la prenotazione.

Ve lo dico già da adesso comunque: nel caso in cui non vi siate organizzati con anticipo non disperate, in loco riuscirete sicuramente a risolvere la situazione, provando per esempio a prenotare un autobus all’ultimo minuto (anche se un po’ difficile in alta stagione) o spostandovi con i taxi collettivi (molto più probabile) e chiedendo ai proprietari della casa in cui alloggiate di prenotarvene una nella vostra destinazione successiva. E’ logico che in questo modo – e potreste volerne tenere conto – i vostri piani iniziali potrebbero subire delle variazioni e che sicuramente avrete bisogno di molta più disponibilità di denaro contante. L’aspetto positivo di prenotare sia il trasporto che il pernottamento già dall’Italia infatti è proprio quello di poter saldare il conto direttamente online e di dover quindi pagare meno commissioni alla vostra banca in caso di prelievo o di girare con centinaia e centinaia di euro in tasca.

Cuba - Santiago

Parlando di trasporti sappiate inoltre che il costo dei taxi collettivi (prenotabili solo in loco o rivolgendovi ai vostri host), ovvero di quelle vecchie macchine americane tutte colorate e con i sedili coperti di plastica che possono portare da 4 a quante-persone-riescono-a-entrarci, non sempre risulta molto più alto di quello di un autobus. Bisogna quindi fare due calcoli: nella fattispecie il tragitto con Viazul da La Havana a Vinales costa per esempio 12$; tenendo conto che molto probabilmente il vostro alloggio in città si troverà da qualche parte in zona Havana Centro o Havana Vieja, dovrete calcolare un prezzo di 10$ per raggiungere la stazione degli autobus. Un taxi collettivo, che vi viene a prendere sotto casa e che vi porta direttamente all’indirizzo di destinazione ha un costo di 25$, 3$ in più rispetto allo sbatti di andare in stazione, il possibile ritardo dell’autobus e ovviamente i tempi di percorrenza più lunghi. In tal caso io, se fossi in voi, quando si tratta di spostamenti da/per la capitale, opterei quindi per il taxi collettivo, ovvero per lasciare tutto all’ultimo minuto. Non preoccupatevi, i taxi collettivi li riuscirete ad organizzare anche la sera prima.

Cuba - Vinales

Certamente però c’è un altro fattore da valutare, il quale potrebbe di nuovo rimescolare le carte sul tavolo – giuro che non lo sto facendo apposta per confondervi le idee!: se state pianificando un viaggio a Cuba nei mesi più caldi dell’anno, viaggiare su una macchina senza aria condizionata, appiccicati ad altri viaggiatori e con la pelle incollata ai sedili di plastica credo che siate d’accordo con me nel dire che non suoni esattamente come un’ottima prospettiva di viaggio, soprattutto se la percorrenza fosse abbastanza lunga da portarvi a decidere di scendere a metà strada dal veicolo per la disperazione e farvela a piedi! 🙂 In tal caso allora avere un sedile spazioso prenotato su un autobus climatizzato potrebbe essere un’idea migliore. Questo a mio parere vale comunque anche durante i mesi con temperature più piacevoli: se il tragitto è lungo, fa caldo, gli orari sono buoni e alla stazione degli autobus ci potete arrivare a piedi o con pochi spicci, optare per un Viazul è sicuramente una scelta molto più confortevole. Ah, tenete a portata di mano pantaloni lunghi, felpa con cappuccio, sciarpa e pure una giacca leggera!

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Trattando di Airbnb e di case particolari, per continuare, personalmente non posso che spendere belle parole: in tutti i luoghi che ho visitato mi sono trovata sempre da dio e pagando praticamente una stupidata, ovvero tra i 10 e i 15 euro a notte (meno se diviso per due) per una stanza con bagno privato e, il più delle volte due letti matrimoniali a disposizione. Per chi non avesse ancora ben capito il significato di casa particolare, non si tratta di nient’altro che di una casa privata all’interno della quale vengono affittate una o più stanze. In linea di massima il prezzo di affitto equivale ad una quota fissa divisibile tra il numero degli ospiti, variabile a seconda del numero di letti presenti. Da non perdere certamente sono le colazioni casalinghe che volendo, per soli 5 CUC  (5$), vi forniranno carburante sufficiente per tirare fino all’ora di cena. Frutta tropicale e di stagione, uova, prosciutto, formaggio, dolci di varia natura, succhi naturali, caffè, tè, latte, pane, burro e marmellata e chi più ne ha più ne metta: riuscire a finire tutto potrebbe essere la più grande impresa di ogni vostra nuova giornata!

Cuba

Ma torniamo ora al discorso internet che tanto preoccupa chi veramente pensa di non poterne fare più a meno ma che in fondo, a queste stesse persone, le aiuterà a disintossicarsi finché realizzeranno che quasi quasi senza telefono si vive anche meglio. Al momento l’unico provider esistente è quello di Etecsa, i cui hot spot li si trova ubicati principalmente nelle piazze delle città (o dovunque vediate tante persone chine sullo schermo del proprio cellulare). Per potersi connettere è necessario acquistare delle schede prepagate, il cui valore ufficiale è quello di 1 CUC per un’ora di connessione. Solo acquistando le tessere negli uffici Etecsa riuscirete però a pagarle il prezzo ufficiale, altrimenti vi costeranno fino al doppio del costo base. Essendo che ogni persona può acquistare un numero limitato di schede per volta (3,5,7 a seconda del posto) le code fuori dai rivenditori ufficiali sono spesso infinite (sopratutto a La Havana) per cui toccherà a voi valutare la situazione e decidere se aspettare, pagare di più o connettervi con estrema moderazione.

Non avendo spesso internet a disposizione un’applicazione molto utile da scaricare preferibilmente prima della partenza è quella di Maps Me, un sistema di mappe utilizzabili offline che vi aiuterà ad orientarvi nelle città e a meglio capire le distanze tra un punto e un altro. Tanto per cominciare è fondamentale comunque rendersi conto delle effettive dimensioni dell’isola, la quale di certo non è piccola abbastanza da permettervi di girarla tutta nel giro di due settimane. A dir la verità non è piccola abbastanza per girarla tutta neanche in un mese per cui è importante organizzare il programma di viaggio in modo da non ammazzarsi di ore di pullman e dedicare tempo sufficiente ad ogni luogo, così da poterselo godere appieno.

Prima della partenza inoltre andate su Youtube e guardatevi un tutorial per imparare i passi base della salsa cubana, un modo per entrare subito nel ritmo e nello spirito danzante che anima le serate dell’isola caraibica e per vivere appieno la vostra esperienza, divertendovi come dei pazzi. In ogni città che visiterete sull’isola mai e poi mai potrebbe mancare l’occasione per fare pratica, che sia prenotando lezioni private o facendo le ore piccole alle varie Casas de la Musica o de la Trova. Il costo medio per una lezione da un’ora è normalmente di 10 CUC.

E a proposito di CUC, che cos’è questa strana moneta che si sono inventati i cubani perché nel paese smettessero di circolare i dollari americani? Il cosiddetto Peso Convertibile (CUC) non è nient’altro che l’equivalente di 1$ e una delle due monete ufficiali di Cuba; l’altra è il Peso Cubano (CUP), molto meno forte del primo (1 CUC = 25 CUP) e che può essere utilizzato per le piccole spese, come prodotti da forno e gelato. Il valore di un Euro al momento della mia visita (gennaio 2019) equivaleva a 1,10 CUC. A Cuba cambiare dollari statunitensi non conviene in quanto ad essi viene applicata una tassa svantaggiosa; meglio quindi premunirsi di Euro prima della partenza e cambiarli in loco nelle Cadecas de Cambio. A La Havana ce n’è una apparentemente sempre senza coda nella Piazza del monumento a Cristobal Colon (il nostro Cristoforo Colombo), all’imbocco nord della Plaza de San Francisco. L’alternativa ovviamente è quella di prelevare.

Bene ragazzi, detto questo, volete sapere che cosa c’è di bello da fare e da vedere a Cuba? Allora leggete l’articolo Viaggio a Cuba: il mio itinerario, info e contatti!

Il Treno per Darjeeling

Il Treno per Darjeeling 1024 682 Sonia Sgarella

A Darjeeling è così: c’è chi scende e c’è chi sale. Chi sale lo fa lentamente, un passo controllato dietro l’altro, per non perdere il fiato; chi scende invece va in fretta, quasi saltellando, guarda con occhi complici chi gli viene incontro nella direzione opposta, sapendo che prima o poi toccherà anche a lui risalire.

Costruita lungo un ripido crinale himalayano, Darjeeling è tutta un dislivello, un intricato dedalo di strade e ripide scalinate che metterebbero alla prova anche i polpacci più allenati. Ma è proprio questo l’aspetto che rende Darjeeling così incantevole, a buon diritto la meta più ambita del West Bengala, perché quasi da ogni angolo della città si scorgono panorami mozzafiato sulle vette che la circondano. Tra queste il Khangchenjunga che, con i suoi 8586 metri è la vetta più alta dell’India nonché la terza montagna più alta del mondo.

Darjeeling and Kanchenjunga

La mia prima volta a Darjeeling ci ho passato 5 giorni, era l’inizio di marzo del 2016 e le nuvole purtroppo ancora troppo intense per poter vedere bene le montagne ma questo non mi importava: la mia intenzione primaria era quella di arrivare fin lì per ritrovare un po’ di pace montana, quella di cui avevo bisogno dopo due mesi di India intensa, per regalarmi un po’ di tregua dal caldo della pianura e, già che c’ero, per esplorare la zona che possibilmente avrebbe costituito il mio punto di partenza per una futura visita allo stato del Sikkim. 

Leggi anche Viaggio in Sikkim: balcone sul Kangchenjunga e prime spedizioni all’Everest

La seconda volta, a novembre 2018, sono stata più fortunata: l’autunno è un periodo propizio per poter sperare in una buona visibilità delle montagne e di fatti così è stato; in tre giorni ho potuto godere di albe e tramonti da favola e di quelle viste che la volta precedente avevo solo potuto immaginare; il tutto comodamente seduta nell’accogliente salotto del Dekeling Hotel, una piacevolissima sistemazione. L’atmosfera è quella di un’accogliente casa coloniale con quel tocco di fascino che vi catapulterà indietro nel tempo, a quando la cittadina era frequentata da illustri membri della borghesia inglese.

Dekeling Hotel

Le cose da fare e da vedere in città e nei dintorni sono tante ma proprio perché ci si trova a quota 2.037 metri e spesso in salita, è meglio darsi tempo e farle con calma. Il punto di riferimento di tutti i turisti e centro nevralgico di Darjeeling è la piazza Chowrasta, nella parte alta della città, collegata alla vicina Clubside dalla via commerciale e pedonale Nehru Road. In questa zona troverete diverse altre possibilità di alloggio più economiche del Dekeling, la maggior parte concentrate lungo la Zakir-Hussain Road e vicino ai migliori posti per fare colazione, Tom & Jerry e Sonam’s Kitchen! Se vi posso consigliare evitate però la Andy’s Guest House…la vecchia padrona è peggio del Führer!

Da Chowrasta si snodano diversi percorsi che vi porteranno a scoprire i punti più interessanti di Darjeeling, primo fra tutti il tempio di Mahakala situato sulla cima di Observatory Hill. Il luogo è sorprendentemente curioso: non mi era mai capitato infatti di vedere un monaco buddhista impartire la benedizione ai fedeli induisti in un santuario dedicato alla dea Kali. Per qualche minuto mi sono fermata davanti a lui guardandolo confusa e cercando di capire in che strano luogo mi trovassi ma poi ho pensato: sono in India, è inutile farsi troppe domande! 🙂 Con la sua benedizione ho proseguito la visita di questo luogo che ho capito essere sacro a entrambe le fedi perché dove oggi si trova un tempio dedicato ad una manifestazione terrifica del dio Shiva, in precedenza sorgeva un monastero buddhista. Bandierine colorate, ruote delle preghiera, campane votive e immagini di ogni divinità possibile, sovrastano, circondano e decorano quindi i piccoli templi che punteggiano la collina e chiunque arrivi a Darjeeling, di qualunque fede, passerà da qui almeno una volta.

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Mahakala Temple - Darjeeling Mahakala Temple - Darjeeling

Distrutto prima da un’invasione di truppe nepalesi, ricostruito e poi di nuovo danneggiato da un terremoto, il Bhutia Busty Monastery, che sorgeva inizialmente sulla collina, si trova oggi ricollocato lungo la CR Das Road, a 10 minuti di cammino da Chowrasta. Approcciando la piazza tenete la destra e quindi prendete la prima ripida discesa, poi continuate finché non lo vedrete apparire. Se la visibilità è buona il Khangchenjunga gli farà da splendida cornice. Il monastero, appartenete alla setta dei “Berretti Rossi”, è aperto tutti i giorni. Se siete interessati ad assistere alla preghiera vi suggerisco l’appuntamento delle 17 vista l’improponibilità di quello del mattino, dalle 4,30 alle 6!

Bhutia Busty Gompa - Darjeeling Bhutia Busty Gompa - Darjeeling

Da qui potete rifare la strada in salita oppure, se siete interessati ad approfondire il discorso sui tibetani in esilio che occupano la zona, potete proseguire verso il Tibetan Refugee Self-help Centre e da lì risalire. Fondato nel 1959, si tratta di un piccolo centro profughi che comprende, oltre ad un tempio, una scuola, un orfanotrofio e una clinica, un’interessante mostra fotografica e un laboratorio d’artigianato con annesso negozio. Il percorso di risalita è immerso nella natura, molto piacevole e silenzioso e vi permetterà di scoprire alcuni degli angoli più tranquilli della città, riportandovi quindi sulla Bhanu Bhakta Sarani che potrete percorrere per fare ritorno a Chowrasta.

Tibetan Refugee Self-help Centre - Darjeeling Darjeeling

Darjeeling

La Bhanu Bhakta Sarani è un percorso panoramico  pianeggiante che si snoda ai piedi della Observatory Hill regalandovi, in condizioni di buona visibilità, delle vedute spettacolari. Costeggiate le bancarelle che vendono più che altro scialli e pashmine e, una volta arrivati a Chowrasta fate inversione a U per ritrovarvi a scendere lungo la Jawahar Road West, in direzione del Parco Zoologico e dell’Himalayan Mountaineering Institute.

Questo istituto, fondato nel 1954 dall’allora Primo Ministro dell’India Pandit Jawaharlal Nehru e ancora oggi affermata scuola di alpinismo riconosciuta a livello mondiale, ospita un interessantissimo museo di equipaggiamenti delle prime spedizioni sull’Everest le quali, essendo vietate dal versante nepalese, partivano quindi da Darjeeling e, attraverso il Tibet, raggiungevano il versante nord. Primo direttore dell’istituto fu niente popò di meno che Tenzing Norgay, lo sherpa residente a Darjeeling che insieme a Sir. Edmund Hillary mise piede per la prima volta sulla sommità del gigante di pietra appena un anno prima.

Himalayan Mountaineering Institute Darjeeling

L’istituto si trova immerso e nascosto all’interno del parco zoologico che quindi non potrete fare a meno di visitare se interessati al discorso alpinistico. Tanti esemplari di fauna che popolano l’Himalaya, tra cui anche il Red Panda, trovano posto all’interno di questo ambiente boscoso catalogato comunque come uno dei migliori zoo di tutta l’India. L’ultimo ingresso è consentito alle ore 16. Chiuso il giovedì. Il costo d’ingresso per gli stranieri è di 100 rupie.

Red Panda - Darjeeling Red Panda - Darjeeling

A Darjeeling le giornate sono abbastanza corte nel senso che, a parte la questione ore di luce,  dovrete anche adattarvi agli orari di cafè e ristoranti i quali aprono dopo le 8 per la colazione e chiudono intorno alle 19.30. Questo ovviamente vi obbligherà a dover cenare presto. Ancora mi sogno di notte i piatti squisiti che ho mangiato al Kunga Restaurant, al numero 51 di Gandhi Road, praticamente sotto all’ Hotel Dekeling: momo, zuppe di noodles, il miglior pane tibetano mai assaggiato, il tutto cucinato da un’accogliente famiglia…assolutamente da non perdere!

Ora che avete dedicato tempo alla parte superiore di Darjeeling – potreste anche arrivare alla Peace Pagoda ma detto sinceramente non ne vale la pena – è arrivato il momento di spingersi in basso, verso la stazione del famoso Toy Train. La Darjeeling Himalayan Railway su cui viaggia l’unico vero treno per Darjeeling si estende fin qui per 78 km da New Jalpaiguri. Soltanto lungo il tratto Ghum-Darjeeling vengono tuttavia ancora utilizzate le vecchie locomotive a vapore risalenti all’epoca di governo del Raj Britannico e sono quelle che vengono sfruttate maggiormente dai turisti.

Prenotare non è detto che sia così immediato per via dei posti limitati ma soprattutto ritrovarsi a bordo potrebbe risultare meno interessante che non appostarsi nei punti di passaggio del treno per vederlo dall’esterno. A mio avviso, la seconda opzione è molto più pittoresca. Detto questo informatevi presso la stazione sugli orari aggiornati e sulle disponibilità e poi prendete la vostra decisione.

…Io nel frattempo vi racconto come si è svolta la mia giornata tra Darjeeling e Ghum!

Da Chowrasta scendete fino a Clubside e chiedete di indicarvi la strada per lo stand dei taxi diretti a Dali. Salite quindi sulla prima share-jeep disponibile e con sole 10 rupie arriverete a destinazione. Il tragitto dura circa 15 minuti. Dali è il piccolo paese, situato a metà strada tra Darjeeling e Ghum dove si trova il Druk Sangak Choling Gompa, anche conosciuto come Dali Monastery. Un edificio imponente che si affaccia sulla strada, la Cart Hill Road, e che avrete di certo già notato arrivando a Darjeeling dalla pianura. Costruito nel 1971, il monastero ospita più di 200 monaci appartenenti alla scuola Kagyupa che si riuniscono per la preghiera al mattino dalle 5 alle 6.30 e il pomeriggio dalle 17 alle 18.30. Da qui proseguite a piedi in direzione Ghum ma guardatevi sempre indietro per non perdere gli scorci migliori sul monastero.

Dali Gompa Dali Gompa Dali Gompa

In 15 minuti arriverete quindi al Batastia Loop, il punto dove il famoso Toy Train, compiendo un giro di 360°, perde o guadagna in altezza. Cercate di arrivare da queste parti prima delle 11 per aspettare il passaggio del treno che qui lascia scendere i suoi passeggeri per scattare qualche foto, prima di continuare il tragitto fino alla stazione di Ghum. Anche dal Batastia Loop, se la visibilità lo permette, il panorama sulle montagne è spettacolare!

Batastia Loop - Train to Darjeeling Batastia Loop - Train to Darjeeling

Continuando lungo la Cart Hill Road si arriva poi al Samten Choling Gompa dove è custodita la statua del Buddha più grande di tutto il West Bengala. All’interno del complesso c’è poi anche un piccolo negozietto che vende snack e bevande.

Samten Choling Gompa - Ghum Samten Choling Gompa - Ghum Samten Choling Gompa - Ghum

Ormai siete quasi arrivati al centro abitato di Ghum dove tra gli altri edifici svetta anche il Sakya Guru Gompa, simile a una fortezza. Risalendo la rampa di accesso al monastero, oltre il ponte sulla destra, vi si aprirà una bellissima vista sulla cittadina.

Sakya Guru Gompa - Ghum Sakya Guru Gompa - Ghum Sakya Guru Gompa - Ghum

Prima di passare al prossimo e ultimo monastero di Ghum, avvicinatevi alla stazione e aspettate che il treno abbia ripreso la sua corsa di ritorno verso Darjeeling (alle ore 12). Questo è forse il momento più pittoresco, quando il Toy Train percorre le strade strette passando a pochissimi centimetri dai negozi di frutta e verdura che si trovano lì accanto. E’ davvero incredibile e questo vi darà la riconferma di quanto sia meglio, dovendo scegliere, vederlo dall’esterno piuttosto che esserci seduti sopra!

Ghum - Train to Darjeeling

L’ultimo monastero di Ghum, lo Yiga Choling Gompa, che appartiene alla setta dei “Berretti Gialli”, è anche il più antico. La struttura è molto più modesta rispetto agli altri ma all’interno custodisce antichi affreschi e testi tibetani di grande valore. Terminata la visita riportatevi sulla strada principale e, in zona stazione, fermate la prima share-jeep diretta a Darjeeling.

Yiha Choling Gompa - Ghum

Proprio sotto la stazione di Darjeeling si trova il famoso Dhirdham Mandir, una copia del Pashupatinath Temple di Kathmandu. Da qui si aprono delle meravigliose vedute sulla città che per lungo tempo venne utilizzata come stazione climatica dalla classe governativa britannica mentre oggi è rinomata come una delle più piacevoli mete turistiche montane.

Dhirdham Mandir DSC_1075

Alla stregua di Shimla, in Himachal Pradesh, anche a Darjeeling si possono trovare le vestigia di quel passato coloniale che la rende ancor più affascinante, immersi in una meravigliosa cornice montana dove godere dello spettacolo della natura himalayana.

Pianta di Rododendro in fiore @ Darjeeling

Pianta di Rododendro in fiore 

Per gli appassionati di tè poi, o anche solo per farvene una cultura, non c’è come visitare uno stabilimento di produzione, lì dove vi spiegheranno quindi tutti i passaggi di ottenimento di una delle qualità di tè più pregiate al mondo. Senza andare troppo lontano e facilmente raggiungibile a piedi da Chowrasta potete allora fare tappa alla Happy Valley Tea Estate (ingresso con visita guidata 100 rupie). Seguite la Lebong Cart Road in direzione del Parco zoologico e quindi, quando circa a metà strada troverete il cartello, scendete a sinistra. Alla fine della T.P. Banerjee Road che serpeggia in discesa tra le piantagioni troverete l’edificio bianco principale. Enjoy your cup of Darjeeling tea! 🙂

Se il vostro viaggio a questo punto dovesse proseguire verso Siliguri, sappiate che il costo di una jeep condivisa è di 150 rupie (1.000 rupie per l’intero veicolo) e che queste sono in partenza non solo dalla stazione degli autobus, ma anche di fronte all’Hotel Ramada. Il tragitto ha una durata di circa 3 ore.

Viaggio in India: il Triangolo d’Oro dell’Orissa

Viaggio in India: il Triangolo d’Oro dell’Orissa 1024 682 Sonia Sgarella

L’India si sà, è un mosaico di culture un po’ come lo è l’Italia: ogni tassello con la sua storia e le sue tradizioni – linguistiche, artistiche e culinarie – che seppur in parte lo accomunano con gli stati e le regioni confinanti, dall’altro lato lo rendono unico nel suo genere, irripetibile e speciale.

Ecco che allora parlando di India, in Orissa vengono a galla tanti di questi aspetti – come le danze e l’architettura templare per esempio – che qui raggiungono livelli d’eccellenza e particolarità degni di nota, forse ancor più intriganti proprio perché non tra i più conosciuti. Pur trattandosi infatti di mete molto frequentate dal turismo domestico per questioni prettamente religiose, il cosiddetto “Triangolo d’Oro” (o “Triangolo Sacro”) dell’Orissa – Swarna Tribhuja – sembra non avere ancora attirato più di tanto l’attenzione del turismo internazionale che qui ci arriva – forse – solo dopo una terza o quarta visita nel paese.

Bhubaneswar, Puri e Konark, ognuna di queste località con qualcosa di curioso da offrire in termini di produzione artistica o di devozione religiosa: è proprio qui che venne infatti raggiunta l’eccellenza nello stile nagara (“del Nord”) e sempre qui, presso il tempio di Jagannath di Puri, che si svolge uno dei festival più incredibili di tutta l’India, lo Rath Yatra, il “Festival dei carri” giganti che vengono trainati a mano da una folla di fedeli incalliti.

Raccontano le cronache che dal secolo VII al secolo XIII l’Orissa fu uno dei maggiori centri artistici dell’India in cui la tradizione scultorea raggiunse i suoi più alti livelli dando vita a dei templi preziosi come gioielli per l’armonia delle forme. Qui si parla localmente di deul per indicare l’intero complesso templare oppure, di questo, le singole parti: rekha deul, in riferimento alla cella sacra (garbhagriha) e alla torre curvilinea che lo sovrasta (shikara), la quale slancia questa parte dell’edificio verso l’alto (rekha = linea retta); nei templi dedicati a divinità femminili, il rekha deul viene sostituito dal cosiddetto khakhara deul, una struttura più simile alle porte di ingresso alle città tempio del sud, così chiamato per la forma “a botte” con cui culmina; infine vi è il pidha deul, il padiglione della preghiera più diffusamente conosciuto come mandapa nel sud e jagamohana nel nord.

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1.Bhubaneshwar e dintorni (Khandagiri, Udayagiri, Haripur e Dhauli)

A Bhubaneswar di esempi appartenenti alle due categorie se ne incontrano di vari, uno più bello dell’altro, tant’è che vale la pena passarli tutti in rassegna o, se non alto, almeno i principali. Si racconta che tra il VII e il XIII secolo attorno al laghetto artificiale conosciuto con il nome di Bindu Sagar – oggi situato nei sobborghi meridionali della città – siano stati eretti circa sette mila templi, la maggior parte dei quali purtroppo distrutti nel corso delle incursioni islamiche del XVI secolo. Nonostante questo è però ancora possibile, tra quelli sopravvissuti, tracciare l’evoluzione dell’architettura locale, dalle forme più semplici a quelle più articolate, il tutto con un comodo tour in auto-rickshaw (i prezzi nel 2016 si aggiravano intorno alle 250 rupie per la visita dei templi principali compreso il tempo di attesa).

Tra tutti, il più antico e meglio conservato esempio di architettura kalinga – in riferimento alla regione storica dell’India comprendente buona parte dell’Orissa e dell’Andhra Pradesh – risalente al 650 d.C. è il Parashurameshwara Mandir, molto probabilmente commissionato sotto il regno di Madhavaraja II della dinastia Shailodbhava. Il tempio, dedicato al culto di Shiva presenta alcuni elementi particolari tra cui un lingam di pietra monolitico esterno alla struttura principale e raffigurazioni delle Saptamatrika, le “sette madri”, particolarmente significative per le sette tantriche dell’induismo collegate al culto della Shakti, ovvero della divinità femminile.

Parashurameswara

Chamunda - Parashurameswara

A destra l’immagine di Chamunda

Dedicato interamente a Chamunda, l’aspetto più terrifico della dea Durga, è poi il Vaital Deul Mandir, risalente all’VIII secolo e costruito nello stile Khakhara, ovvero con una sovrastruttura alla cella sacra più simile ai portali del sud che non alle torri del nord. Le figure scolpite sulle facciate del tempio rappresentano varie divinità hindu, tra cui la coppia (mithuna) Shiva e Parvati, e alcune tra le prime immagini erotiche risalenti a quell’epoca.

Vaital Deul Mandir

Kharkhara Deul, la”volta a botte”

Vaital Deul Mandir

Vaital Deul Mandir

Rappresentazione di mithuna, la “coppia divina”

Costruito duecento anni dopo il Parashurameshwara e quindi caratteristico dell’evoluzione nell’arte templare dell’Orissa è il Mukteshwara Mandir, considerato una gemma architettonica sia per la compattezza delle sue forme che per i dettagli delle squisite sculture che ne adornano le facciate. Risalente al X secolo e di nuovo dedicato a Shiva, fu probabilmente la prima opera commissionata sotto il dominio del re Yayati I della dinastia Somavamshi, un complesso di rara bellezza, caratterizzato inoltre dalla presenza di un insolito portale d’ingresso molto simile ad un torana buddhista.

Mukteshwara Mandir

Mukteshwara Mandir

L’impianto del Mukteshwara consiste di una cella sacra sovrastata da uno shikhara (“cima di montagna”) di forma più slanciata che nel tempio di Parashurameshwara e di un jagamohan con copertura a pidha (a “piattaforme” stratificate). Il nome del tempio pare significhi “il Signore della Liberazione”, da collegare con il suo essere stato probabilmente un centro di iniziazione tantrica. Oggi il complesso ospita una volta all’anno il Mukteshwar Dance Festival, uno spettacolo di danza e musica classiche odissi.

Mukteshwara Mandir

Più grande del Mukteshvara ma che ne riproduce lo stesso schema è il Rajarani Mandir. La differenza in questo caso la fa lo shikhara, al cui nucleo centrale vengono aggiunte delle repliche dello stesso. Conosciuto localmente come il “tempio dell’amore” per via delle sculture erotiche che ne adornano le sue facciate, il complesso risale all’XI secolo ed è oggi patrimonio dell’Archeological Survey of India, indi per cui a pagamento (100 rupie). Si dice che proprio da questo tempio presero ispirazione i certamente più famosi templi di Khajuraho.

Rajarani Mandir

Leggi anche Tra arte e tantra: la seducente perfezione dei templi di Khajuraho

All’interno della cella sacra non è presente alcuna immagine, cosa che ancor oggi fa discutere sul se si tratti quindi di un tempio dedicato al culto di Shiva o di Vishnu, nonostante gli studiosi siano più propensi ad affiliarlo alla fede shivaita per via di varie associazioni con le altre figure che ne arricchiscono il programma scultoreo.

Rajarani Mandir

Ultimo tra i principali in ordine di costruzione ma decisamente il più importante sia in termini di ampiezza che di devozione, il Lingaraja Mandir, dedicato a Shiva, fu probabilmente commissionato anch’esso sotto la dinastia dei Somavamshi ma venne in seguito ampliato sotto quella dei Ganga Orientali, gli stessi che nel XII secolo fecero costruire anche il Jagannath Temple di Puri. Un’opera imponente, con il suo shikhara alto circa 50 metri che svetta all’interno di un recinto purtroppo non accessibile ai non-hindu, i quali però lo potranno ammirare da una piattaforma panoramica che si trova appena lì accanto.

Lingaraja Mandir

Hari Hara, “metà Shiva e metà Vishnu”, così è conosciuto il potente lingam che si trova all’interno della sua cella sacra, uno dei dodici joytirlinga venerati in tutta l’India e che lo rendono appunto uno dei luoghi di devozione più importanti di tutto il paese.

Ma la storia di Bhubaneshwar, il cui nome deriva da quello della figura di Shiva come il “Signore dei Tre Mondi” (Tribhubaneshwar) e del suo immediato circondario, ebbe inizio ben prima del VII secolo, una tesi testimoniata dalla presenza, a nord della città, degli insediamenti monastici jaina scavati nella roccia delle colline di Khandagiri e Udayagiri, risalenti al I secolo d.C. Una lunga iscrizione incisa in una delle grotte, la Hathi Gumpha, menzionerebbe quale committente del monastero il re Kharavela della dinastia Chedi, sovrano della regione di Kalinga tornata indipendente dopo la morte di Ashoka.

Khandagiri e Udayagiri

La struttura delle grotte, che si trovano scavate sul fianco di due colline gemelle è molto simile a quella delle grotte dell’India centrale, quali Karla, Bhaja, Elephanta, Ellora ed Ajanta, un tempo importanti luoghi di culto e devozione – dei veri e propri complessi monastici rupestri – oggi frequentate invece da orde di turisti locali che ahimè rovinano un po’ l’atmosfera ma ciò non vuol dire che non siano degne di nota; al contrario, la decorazione di alcune delle grotte è di grande valore stilistico, per cui è assolutamente raccomandata una visita. Non essendoci un servizio autobus diretto per le grotte, da Bhubaneshwar vi converrà optare per un tuk tuk.

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Khandagiri e Udayagiri

Sempre nei dintorni di Bhubaneshwar, a 15 km di distanza e raggiungibile di nuovo con una corsa di tuk tuk, si trova uno dei pochi esempi presenti in tutta l’India (in totale sono quattro, due in Orissa e due in Madhya Pradesh) di tempio dedicato alle Yogini, ovvero a delle figure femminili semi-divine collegate al culto tantrico e considerate manifestazioni della shakti. Il Chausath Yogini Mandir di Hirapur, dedicato a ben 64 figure femminili – un numero ricorrente nella tradizione induista – che in questo caso particolare vengono rappresentate in posizione eretta e con accanto ognuna il proprio animale-veicolo. Il tempio, di forma circolare e senza copertura, si dice risalire al IX secolo.

Chausath Yogini Temple

Chausath Yogini Temple

Sulla strada per Hirapur potrete inoltre fermarvi a visitare anche il Vishwa Shanti Stupa di Dhauli, un’opera moderna che fa però riferimento ad una storia antichissima riguardante l’Orissa da vicino, o meglio, l’allora stato dei Kalinga, sconfitti proprio in questo luogo nel 260 a.C. dall’imperatore Ashoka della dinastia Maurya. Una strage di 150.000 persone – ricordano le cronache – che non solo portò all’assoggettamento di una popolazione, bensì al chiaro pentimento del grande sovrano il quale, a partire da questo momento – rinunciò completamente alla violenza per intraprendere invece il cammino spirituale promosso dalla fede buddhista.

Vishwa Shanti Stupa

Fu così che decise di far pubblicare una serie di editti in epigrafi su roccia o su colonne che vennero erette in diversi angoli del paese volte a diffondere regole di vita che facessero capo ai principi di accettazione e di non violenza. Lo stupa, commissionato da dei monaci giapponesi nel 1972 e costruito vicino ad uno di questi editti inciso su una roccia scolpita in forma di elefante, vuole essere un simbolo di pace per le generazioni future e un monito – recita un cartello – “contro l’utilizzo di armi nucleari che minacciano di distruggere il mondo”.

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2. Puri

In un articolo di qualche tempo fa vi parlavo della geografia sacra dell’India, ovvero di quei luoghi e itinerari di pellegrinaggio che, in riferimento ad una branca dell’induismo piuttosto che ad un’altra, dovrebbero essere visitati almeno una volta nella vita da ogni devoto che volesse facilitare il proprio percorso verso il moksha, ovvero la liberazione dal ciclo delle rinascite. Per i seguaci di Vishnu ecco che allora il più importante di questi percorsi, il Char Dham Yatra(“dell quattro dimore”), è quello che va a coprire i quattro luoghi sacri del paese dedicati alla divinità (o ai suoi avatar) posizionati ai quattro punti cardinali: Badrinath a nord, Dwarka a Ovest, Rameshwaram a sud e Puri, in Orissa, ad Est. La tradizione vuole che le divinità a cui sono dedicati, vissero ed operarono rispettivamente nelle quattro ere in cui si suole dividere l’evoluzione della Terra, detti Yuga: il Krita Yuga, l’età dell’oro, il Treta Yuga, l’età dell’argento, il Dvapara Yuga, l’età del bronzo e il Kali Yuga, l’età del ferro.

Jagannatha Puri

Jagannātha, il “Signore dell’Universo” altro non è che una manifestazione di Krishna/Vishnu che in questo contesto, insieme al fratello  Balarāma e alla sorella Subhadrā, assume una forma alquanto originale: trattasi infatti di una grande testa, di un volto sorridente con dei grandi occhi, e di un corpo privo di mani e di gambe, di colore nero/blu. Anche qui purtroppo ai non hindu non è permesso accedere al tempio ma le viette nei suoi immediati dintorni sono costellate da immaginette sacre che riproducono quelle presenti all’interno. Viste queste direi che ormai l’avrete capito: in India ci si può aspettare veramente di tutto!

Jagannatha Puri

Il tempio venne costruito all’inizio del XII secolo sotto la dinastia dei Ganga Orientali, sul modello del Lingaraja di Bhubaneshwar. Di fronte ad esso si estende l’arteria più ampia della città, la Grand Road, progettata ed utilizzata per la grande processione che si tiene ogni anno nel mese di luglio/agosto, lo Rath Yatra, il “festival dei carri”. In tale occasione le immagini sacre presenti all’interno del tempio vengono caricate su dei carri giganti (quello di Jagannath è alto 13 metri ed ha ben 18 ruote) i quali vengono tirati tramite funi da 4200 onorati devoti verso la loro residenza estiva, il Gundicha Ghar, situata a 1,5 km di distanza. La processione ovviamente vede il partecipare di centinaia di migliaia di persone ed è considerata una delle feste più spettacolari di tutta l’India.

A parte la zona del tempio comunque Puri è una città abbastanza tranquilla che si sviluppa su uno dei lungomare più ampi di tutto il paese, tant’è che già gli inglesi a loro tempo ne intravidero il potenziale per essere un ottimo resort balneare. Dal sacro al profano dunque e finita la parte devozionale ecco che le orde di indiani si spostano tutte lungo Marine Drive e sulla spiaggia che si estende lì di fronte. Una cosa è sicura: il nostro concetto di località balneare è decisamente lontano cent’anni luce dal loro, per cui non aspettatevi nient’altro che il solito macello indiano!

Jagannatha Puri

Le sistemazioni per i viaggiatori zaino in spalla si trovano concentrate nell’enclave di Pentakunta, ovvero lungo la Chakra Tirtha (CT) Road, più spostata verso il villaggio dei pescatori. Nel 2016 io ho alloggiato nella One Love Guest House, carina ed economica, ma può essere che nel frattempo sia venuto fuori anche qualcosa di nuovo. Per raggiungere Puri da Bhubaneshwar non dovrete fare altro che prendere qualunque autobus in partenza ogni 15 minuti dall’Ashok Hotel (Kalpana Square) o dall’autostazione principale della città, chiamata Baramunda. Il viaggio ha una durata di circa un’ora e un quarto.

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3.Konark

Ed eccoci dunque giunti all’apice dell’edilizia religiosa hindu dell’Orissa e non solo: Konark, il tempio dedicato al dio Sole è infatti uno dei santuari meglio scolpiti di tutta l’India, Patrimonio Mondiale dell’Unesco, con un programma architettonico tra i più complessi ed affascinanti, che lo vede costruito sotto forma di un gigantesco carro trainato da sette cavalli, ovvero il veicolo sul quale il dio compie ciclicamente il suo percorso.

Konark

L’imponente complesso venne molto probabilmente ultimato nel 1258 sotto il governo di Narasimhadeva della dinastia Ganga, il quale lo volle costruito al ritorno di una vittoriosa campagna militare. La sua realizzazione apparentemente richiese circa vent’anni, sei dei quali impiegati solo per la stesura del progetto. Il tempio, costruito nello stile nagara e in blocchi di pietra, sorge al centro di un vasto recinto , su un alto basamento, lungo il quale sono raffigurate 12 paia di ruote, simboleggianti i dodici mesi e segni zodiacali. La scultura è raffinata e presenta tanti elementi di stampo erotico, tra cui coppie in amplesso ed esibizionisti solitari.

Konark

Konark può essere tranquillamente visitato in giornata da Puri tramite autobus. Il viaggio ha una durata di circa un’ora.

Viaggio in Nicaragua: considerazioni, info e contatti

Viaggio in Nicaragua: considerazioni, info e contatti 1080 608 Sonia Sgarella

“Once de la noche, Managua, Nicaragua”. Ve la ricordate la canzone di Manu Chao? È da quando l’ho sentita per la prima volta nel lontano 2002 che il Nicaragua è entrato a far parte della lista dei miei luoghi un po’ mitici e un po’ estremi da raggiungere. Mitico perché l’idea è stata concepita quando ancora il mio spirito da viaggiatrice era in fase di incubazione e non lo ritenevo un progetto così facilmente realizzabile; estremo perché il Nicaragua lo credevo un paese pericoloso, un covo di narcotrafficanti e di bande criminali che avevano trovato nei territori del Centro America il nuovo corridoio dove spostare i loro affari, da quando Messico e Stati Uniti si erano impegnati per combattere i cartelli della droga.

Passati gli anni il nome Nicaragua è però tornato a risuonare nella mia testa come quello di una nazione completamente diversa, decisamente più accessibile, ed erano stati i racconti di chi ci era già stato a farmi credere di doverlo fare, di prenotare quel biglietto e partire. “Gente dolce ed accogliente, atmosfera rilassata”, i giudizi erano tutto l’opposto di quello che immaginavo, d’ispirazione; il mio sogno si stava per realizzare, le mie aspettative – e dico purtroppo – erano alte.

Ecco quindi che, proprio quando sul più bello sarebbe forse più coerente dichiarare al mondo intero il mio amore per questo paese, la risposta non è poi così scontata e a chi mi chiede se il Nicaragua mi sia piaciuto o meno, devo fare una premessa: avere avuto come metro di paragone il Guatemala – era da lì che arrivavo – di certo non ha aiutato nel formare la mia opinione che, come credo si intuisca, non è stata del tutto positiva. Il confronto era inevitabile: in Guatemala ho incontrato gente sorprendentemente affabile e cordiale, contenta ed orgogliosa di vedere un turista viaggiare nel proprio paese senza pretendere troppo in cambio, gente immancabilmente sorridente e, per quanto non ricca, di certo onesta e dignitosa.

Leggi anche: Viaggio in Guatemala: il mio itinerario, info e contatti

Il mio primo impatto con il Nicaragua non è stato invece altrettanto entusiasmante e per un po’ di giorni mi sono sforzata di capire se dietro a quell’atteggiamento svogliato e disinteressato della popolazione ci fosse una ragione storico/sociale; più che altro credevo però di essere io a non riuscire a scovare nelle persone tutta quella genuinità di cui avevo sentito parlare. Ma genuinità – mi sono anche chiesta – che cosa vuol dire esattamente? Genuino – sono arrivata a concludere – non necessariamente significa allora sorridente e disponibile; genuino è anche colui che è più semplicemente spontaneo, schietto, sincero, che non usa fronzoli né mezzi termini…

Ebbene, alla fine mi sono rassegnata all’idea che forse tutta quella genuinità (nell’accezione positiva del termine) non l’avrei scovata così facilmente e credo allora che sia proprio per questo, per il poco entusiasmo che mi ha trasmesso la sua gente, che a distanza di quasi due anni, solo con fatica sono riuscita a mettere insieme due parole di elogio per questo paese; ahimè offuscata da un sentimento di delusione, per tutto questo tempo ho semplicemente perso di vista le cose positive, quelle che vale comunque la pena di esaltare nonostante i giudizi personali e credetemi, ce ne sono davvero tante.

Ebbene allora per rendergli onore ho pensato di partire innanzitutto dal ricordo di quei luoghi che più mi sono piaciuti e non solo, ci tengo a ribadire un altro concetto fondamentale: il Nicaragua NON è, a differenza di quanto in tanti credono, un paese pericoloso, anzi, trattasi forse del più sicuro di tutto il Centro America, un motivo sicuramente in più per apprezzarlo. Andateci allora, godete delle sue bellezze e vi auguro di tornarne innamorati come avrei voluto che succedesse a me! Nel mio caso, chi può dirlo, sarà forse per una seconda volta…:-)

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Che cosa vedere, dove andare, info e contatti

1. Corn Islands

Il fatto che abbia scritto il primo articolo proprio su queste isole, fa di certo bene intendere quanto in fondo ne sia rimasta affascinata. Entrambe due paradisi caraibici degni di nota ma è senza ombra di dubbio Little Corn Island quella dove potendo tornerei anche domani, per godermi le sue spiagge, il suo mare cristallino e per viverla – già che ho preso i due brevetti nelle Filippine – anche dal punto di vista delle immersioni subacquee.

Corn Island

Piccola quanto basta da poterla girare tutta in una sola giornata, a piedi ovviamente perché di macchine non ne esistono, raggiungerla potrebbe trasformarsi in un’avventura (se lo vorrete) – leggi Come raggiungere Little Corn Island senza prendere aerei – ma è certo che qualunque fatica vi verrà ripagata con la moneta migliore: siete giunti in paradiso e dove il piatto a 5 stelle è sempre a base di aragosta!

Corn Island

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2.Granada e dintorni

Granada per Managua svolge un po’ lo stesso ruolo che ha Antigua per Città del Guatemala, ovvero quello di un ottimo rifugio per turisti a pochi chilometri dalla capitale e una scusa più che valida per saltare a piedi pari una metropoli poco invitante e criminale, a favore invece di un luogo decisamente più accogliente, pittoresco ed amichevole. Dall’aeroporto internazionale di Managua prendete un taxi per l’UCA Terminal (15$) e da lì, il primo van in partenza per Granada (25 Cordobas + 25 per lo zaino, un’ora circa).

Leggi anche Antigua Guatemala: piccola guida per cominciare

Se dovessi associare Granada ad un colore lo farei di certo con l’arancione di un tramonto infuocato come quello che mi ha accolto la mia prima sera in città. Ci è mancato poco perché me lo perdessi ma eccolo qua, il sole ormai nascosto dietro alle case della Calzada, la cupola della cattedrale grandiosa e illuminata, le prime luci della sera…

Granada tramonto

La Calzada, un nome importante per una strada: le calzadas erano infatti le vie maestre delle civiltà precolombiane, le arterie principali che collegavano i luoghi più importanti all’interno dei territori di dominio Maya. Ma il Nicaragua in verità c’entra ben poco con la storia dei Maya, i quali da queste parti non ci misero mai piede. La Calzada a Granada altro non è che la via della movida cittadina, popolata di bar e ristoranti, un susseguirsi di colori, quelli delle case tradizionali che dalla piazza della cattedrale si estendono verso il mare.

Granada

Da qui potrete allora cominciare la visita della città per passarne poi in rassegna tutti i monumenti principali anche se ben presto scoprirete che il modo più efficace per immergervi nella cultura nicaraguense sarà quello di vagare senza meta, approfittando di ogni occasione per sbirciare all’interno delle case private:  non è visitando le chiese infatti che si evincono gli aspetti peculiari di questa nazione, bensì guardando piuttosto all’interno dei portoni, nei salotti e nei patios delle abitazioni private, qui dove noterete che non possono assolutamente mancare le cosiddette “abuelitas“, le sedie a dondolo di produzione locale, riflesso perfetto dell’animo dei nica, flemmatici all’ennesima potenza.

Granada è il punto di partenza per varie escursioni tra cui, la più famosa, è quella al Volcán Masaya. Avete mai visto un fiume di lava che scorre sul fondo di un cratere immenso, rosso come il fuoco o il ferro incandescente? Ebbene, trattasi di uno spettacolo da far letteralmente venire i brividi. In città sono varie le agenzie che si offrono di accompagnarvi per questa esperienza ma se posso permettermi, tra tutte ve ne suggerirei soltanto una: Let’s Vamonos Tour, per il garbo, la gentilezza e l’onestà del suo proprietario. L’escursione parte alle 4 del pomeriggio dal vostro hotel ( vi consiglio l’Hostal El Momento, in Calle del Beso) ed ha un costo di 20$.

Volcan Masaya

Un’altra escursione possibile è quella al Volcán Mombacho e in questo caso potrete gestirvela tranquillamente per conto vostro, senza bisogno quindi di rivolgervi ad un’agenzia intermediaria. L’autobus parte dallo stesso punto di quelli per Rivas (ovvero in fondo al mercato) e trattasi dello stesso che, passato l’incrocio per il Volcán Mombacho, prosegue quindi per Catarina e Niquinomo (8 C.). Dalla strada principale all’ingresso del parco ci sono circa 1,5/2 chilometri percorribili in tuk tuk (20 C.), mentre dall’ingresso alla stazione biologica (1.150 metri) circa un’ora e mezza di cammino tutto in salita.

Volcan Mombacho

Onde evitare quest’ultima sfacchinata (che non prevede nessuna attrattiva particolarmente interessante) vi converrà allora pagare 20$ per usufruire del servizio di trasporto a/r. I camiones partono dall’entrata alle 8.30, 10.30 e 13.30, per fare poi ritorno alle 11.00, 13.30 e 16.00. Il percorso a piedi lungo il Sendero del Crater è fattibile anche da soli e durerà al massimo un’ora. Dai punti panoramici si vedono Las Isletas, la Laguna de Apoyo e Granada. All’interno del centro visitatori comunque una guida vi spiegherà come funziona il tutto. Il percorso più lungo all’interno del parco sarebbe il Sendero El Puma, per cui però è obbligatorio ingaggiare una guida al costo di 22$ per una durata di circa 4 ore.

Prima di ripartire da Granada e soprattutto se in direzione di località secondarie o isolate, assicuratevi di avere prelevato o cambiato abbastanza contante e di aver eventualmente acquistato una scheda telefonica Claro (200 C., 1 Giga per 15 giorni). Tra i ristoranti più convenienti della città Tito’s Bar y Restaurante, Los Bocaditos e El Palacio de Las Pupusas, quest’ultimo situato in fondo alla Calzada.

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2.Isola di Ometepe

Dicono che un viaggio in Nicaragua non possa prescindere da una visita dell’isola di Ometepe, una gemma a forma di infinito incastonata nelle acque del Lago de Nicaragua, il più grande del paese, un paradiso di relax e divertimento per i viaggiatori zaino in spalla che qui verranno accolti da un’atmosfera amichevole, se non addirittura familiare.

Non lo so, definirla come uno dei luoghi più cool di tutto il Centro America mi è parso un’esagerazione; forse che io sia capitata nel periodo sbagliato (febbraio 2017) ma l’idea che personalmente ho avuto dell’isola è stata quella di un luogo pressoché desolato, di un passato glorioso ma ormai svanito. Probabilmente (e me lo auguro) sono io che mi sto sbagliando e, nonostante il mio ricordo sia ben lontano dall’essere così entusiasmante lo devo ammettere, quando riguardo le foto dell’isola, sono forse tra le più belle che io abbia scattato in tutto il paese!

Ometepe

A parte queste considerazioni soggettive comunque, un fatto decisamente più oggettivo è che l’isola debba essere girata in motorino; vi consiglio a tal proposito di rivolgervi a Charlie’s, all’angolo tra la strada principale e quella che risale dal molo di Moyogalpa (15$ per un “sia de luz”). Moyogalpa è il paesino dove vi consiglio di soggiornare, se non altro per la presenza di tutti i servizi. Hospedaje Soma è forse l’opzione migliore per pernottare (10$ in dormitorio con colazione), da prenotare con qualche giorno di anticipo.

Isola di Ometepe

In sella al vostro motorino dunque potrete passare in rassegna tutte (o quasi) le attrattive dell’isola, cercando di mantenervi sempre sulla strada asfaltata e circumnavigando così la forma perfetta dei vulcani Concepción e Maderas: da Playa Santo Domingo e Balgue, il punto più lontano da Moyogalpa e dove volendo è possibile soggiornare, ad Altagracia, la dormiente e antica capitale indigena, passando per l’Ojo de Agua, piscine di acqua termale (ingresso 3$), per Chaco Verde, una riserva naturale ricca di fauna (ingresso 5$) e quindi terminando al tramonto alla Punta Jesus Maria, un istmo di terra che vi regalerà degli scatti meravigliosi e dove, volendo, sarebbe addirittura possibile accamparsi senza pagare, avendo bagni e un risto/bar aperto fino alle 18 a disposizione.

Isola di Ometepe

Tra le varie attività che è possibile praticare sull’isola oltre a quelle appena descritte, certamente vi è il trekking per raggiungere la vetta dei due vulcani e per cui è obbligatorio ingaggiare una guida, il kayak sul Rio Istiam che solca la parte più sottile dell’isola e le passeggiate a cavallo. Che merita una sosta ristoro è il Cafè El Natural, a Playa Santo Domingo.

Isola di Ometepe

Per raggiungere Ometepe partendo da Granada prendete un autobus con destinazione Rivas al costo di 31 c. Il tragitto dura circa 1h. Fate attenzione: lungo la strada potrebbe superarvi un pullman diretto al porto di San Jorge, far fermare il vostro veicolo e spingervi ad acquistare il passaggio diretto più veloce ad un prezzo spropositato. Non accettate! Dal mercato di Rivas potrete facilmente prendere un taxi collettivo al costo di 25 c. a persona oppure un autobus per 7 c. Dal molo di San Jorge partono per l’Isola di Ometepe sia i ferry che le bagnarole, alcuni diretti a Moyogalpa e altri a San Josè. N.B.: se non sarete voi a dirgli dove volete andare loro vi indicheranno il primo in partenza e arrivati sull’isola saranno poi fatti vostri sul come raggiungere la vostra destinazione. Il costo per il ferry a Moyogalpa è di 50 c. (Transporte Lacustre Milton Arcia) e il viaggio avrà una durata di circa 1h. Verso destra sono le viste migliori.

Isola di Ometepe

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3.Playa Popoyo e Laguna de Apoyo

Playa Popoyo, dove rimanere affascinati dalla cultura del surf senza il bisogno di essere surfisti. E chi l’avrebbe mai detto tra l’altro, in un posto che a primo impatto potrebbe sembrare abbandonato da dio, alla fine di una strada polverosa, di ritrovare tanta familiarità made in Italy. Ebbene sì, perché proprio lì, in un paradiso di tranquillità a ridosso del Pacifico, qualche italiano amante delle onde ha pensato bene di trasferircisi e di aprire non solo un ristorante/pizzeria ma anche una scuola di surf e un minimarket con prodotti nostrani.

Playa Popoyo

Un’atmosfera davvero affascinante, sedersi al tramonto con una Toña in mano e ammirare le evoluzioni di chi ha fatto delle onde le proprie compagne di squadra mentre i colori del mare e del cielo si tingono di rosa e la musica del Finca Popoyo intona le note di Bob Marley e di qualche hits del momento. Alla sera quasi tutti si ritrovano a cenare al barbecue del Minimarket in fondo alla strada (150 c. per un piatto unico a base di pollo o pesce con contorno di insalata e riso).

Playa Popoyo

Non solo spiaggia per surfers comunque: durante il giorno anche per chi non è amante delle onde infatti c’è un angolo di paradiso che renderà onore all’aver fatto tanta strada per raggiungere questo luogo: delle piscine d’acqua naturali è quello che vi aspetta se solo avrete voglia di spostarvi all’estremità nord della spiaggia, superati quegli scogli che sembrano non costituire un passaggio semplice verso nuovi mondi e invece, per i più curiosi e intraprendenti eccole lì, il posto perfetto dove concedersi qualche ora di tranquillità al riparo dell’impeto dell’oceano.

Playa Popoyo

Più che a Playa Popoyo comunque, tutto quello di cui vi ho parlato finora si trova più precisamente a Playa Guasacate – Playa Popoyo corrisponde al tratto di spiaggia davanti all’Hotel Magnigic Rock – una località che offre sistemazioni a prezzi abbordabili, qualche ristorante e, come vi dicevo prima, un paio di minimarket tra cui quello di un nostro compatriota.

Per raggiungere Playa Guasacate da Rivas è possibile contrattare un taxi direttamente alla stazione degli autobus (400 c.) oppure – soluzione più economica ma alla “speraindio” – saltare sul primo autobus diretto a Las Salinas, farsi lasciare al Cyber Cafè Toñita e chiedere a loro di chiamarvi quindi un tuk tuk (200 c.). Il Popoyo Beach Hostal è un’ottima soluzione per alloggiare (10$ in dormitorio prenotato online).

Ora, sempre da Rivas – da Guasacate potete contrattare il taxi tramite l’ostello (30$ circa) oppure ripetere la storia di tuk tuk e autobus all’inverso (chiedendo conferma degli orari) – e facendo tappa alla rotonda di Masaya per cambiare veicolo, è quindi possibile, con un’ora e mezza circa di tragitto, raggiungere la Laguna di Apoyo, un lago d’acqua dolce formatosi all’interno del cratere di un vulcano estinto. (Rivas-Rotonda di Masaya 50 c., 1h. / Masaya-Incrocio per Apoyo 10 c., 10 min. / Incrocio-Hostal 100 c. per 1 persone, 150 c. per 2 in taxi).

Laguna de Apoyo

Onestamente a me la Laguna de Apoyo – per quanto un bel posto, intendiamoci – non è che mi sia parsa tutto questo paradiso naturale; piuttosto l’ho vissuta come una breve parentesi di comfort resa tale dai servizi offerti dal Paradiso Hostel Laguna de Apoyo (12$ in dormitorio senza colazione.

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6.León

Ah León, che meraviglia, con quel tuo fascino coloniale neanche troppo decadente e quel caldo soporifero che tratterebbe chiunque dal visitarti in maniera approfondita. A mio parere, a León come a Granada, non c’è niente di più bello che trascinarsi senza meta da una Calle a una Avenida e da una Avenida a una Calle sfruttando tutte le zone d’ombra possibili e passando così in rassegna tutte le facciate colorate dei suoi edifici, delle sue chiese e dei suoi monumenti.

Leon

Ma León non solo è affascinante di per sé, i suoi dintorni sono infatti costellati da una miriade di vulcani che offrono possibilità escursionistiche di uno o più giorni. Io di questi ne ho visitato soltanto uno, il Volcán Telica, e vi assicuro che con quel caldo è stato già abbastanza. Telica Hiking Tours (Jesus Arauz Pineta, Tel.+50523154514, telicahikingtours@gmail.com) è il referente locale che vi suggerisco – potete anche rivolgervi ai Quetzaltrekkers ma sono più cari – e con loro quindi optare per una due giorni sul vulcano che, come dice il nome, è il loro cavallo di battaglia. 45$ a persona (noi eravamo in due) è il costo complessivo che comprende guida, assistente a cavallo per il trasporto tenda ed equipaggiamento, cena e colazione. Il tour parte alle 13.30 da Leon e dopo un breve spostamento in auto si raggiunge il punto di inizio della salita di circa 2h30. L’arrivo è previsto ovviamente in tempo per il tramonto.

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Volcan Telica

Sempre partendo da León e per rimanere su attività che richiedono meno dispendio di energia, potreste pensare di dedicare una mezza giornata alla Reserva Juan Venado, in località Las Peñitas, un tratto di costa raggiungibile in autobus partendo dal Mercadito di León (4c. circa 1h). L’autobus farà prima tappa alla spiaggia di Poneloya per poi riprendere il percorso e dirigersi quindi a Las Peñitas con ultima sosta nello spiazzo di fronte all’hotel/ristorante Barca de Oro. Tramite loro è possibile organizzare l’escursione all’interno della riserva e a tal proposito vi converrà cercare di arrivare in mattinata per poter sperare di dividere il pacchetto con qualche altro passeggero e pianificarlo magari per dopo pranzo. Il costo dell’imbarcazione è di 55$ fino a 4 persone e di 75$ fino a 8, escluso il prezzo per l’ingresso al parco di 100 c. Il tour ha una durata di 3 ore e vi porterà in un bosco di mangrovie alla ricerca di fauna selvatica.

Reserva Juan Venado