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Sonia Sgarella

India - Sikkim - Pelling

Viaggio in Sikkim: balcone sul Kangchenjunga e prime spedizioni all’Everest

Viaggio in Sikkim: balcone sul Kangchenjunga e prime spedizioni all’Everest 1024 682 Sonia Sgarella

Chi di voi saprebbe dirmi, ad occhi chiusi e senza pensarci troppo, dove si trova il Sikkim? Appassionati di montagna, di alpinismo e soprattutto di Himalaismo, questa è la vostra occasione per ripercorrere, così in due minuti, una storia che durò degli anni, fatta di dedizione, quasi devozione e di passione ai limiti della ragione; una storia affascinante – la definirono una pseudo favola d’amore – che costò però la vita – e se lo ricordano forse meglio gli inglesi – a due leggendari esploratori, George Mallory e Andrew Irvine, i precursori di quella che trent’anni dopo si sarebbe trasformata in una vera e propria guerra delle bandiere per la conquista delle vette più alte del pianeta.

Mallory e Irvine

Va da sé ricordare che all’inizio del XX secolo, quando l’allora presidente della Royal Geographical Society di Londra, Francis Younghusband, comunicò ufficialmente che intendeva inviare una spedizione all’Everest – era il gennaio del 1921 – il versante nepalese non costituiva un’opzione accessibile. Uno degli ultimi “regni proibiti”, è così che veniva chiamata la monarchia assoluta nepalese che non permetteva a nessuno di entrare, restrizioni che il governo inglese – di stanza in India – aveva preso l’accordo di rispettare.

I preparativi a Kathmandu e la risalita della Valle del Khumbu sono quindi storia moderna, per non parlare ovviamente dell’aeroporto di Lukla che risale, sì e no, all’altro ieri. Per la cronaca, fu solo nel 1951 che il governo nepalese decise di aprire le sue frontiere al mondo esterno e, con questo, anche di rendere accessibili i versanti delle sue montagne imperiose, da allora disponibili all’attacco da parte di tutte quelle spedizioni che ancora sognavano di raggiungerne per prime le vette.

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E nonostante i primi tentativi, tra tutte quelle montagne inviolate rimaneva ancora lei, l’Everest, conosciuta localmente con il nome di Sagarmatha. Purtroppo per Mallory ed Irvine  infatti, seppur l’ipotesi rimanga ancora un’opzione, non è stato ad oggi possibile dimostrare che furono proprio loro, per primi, a raggiungerne la sommità, perdendo la vita in fase di discesa. Pensate, il corpo di Mallory venne ritrovato da una spedizione recatasi sull’Everest appositamente a quello scopo, soltanto nel 1999, a quota 8.200 metri. Erano passati 75 anni dalla sua morte.

Ma dunque – e qui per concludere arriviamo al punto – se il Nepal non era accessibile ai tempi delle prime puntate all’Everest (1921,1922 e 1924), da dove si passava? Dai porti delle coste indiane al Tibet la strada era ben lunga, il treno arrivava giusto ai primi baluardi delle montagne ed è proprio qui che le cronache del tempo ci raccontano di un altro antico regno chiamato Sikkim – oggi un piccolo e remoto angolo d’India – che costituiva l’unica via di accesso possibile alle terre aride dell’altopiano tibetano. Mallory lo descriveva come una giungla e ne decantava le valli fiorite, tappezzate di rododendri dai mille colori, da orchidee e da altri fiori mai visti prima.

 Darjeeling - Rhododendron

In treno si arrivava a Darjeeling – che io continuo a sostenere essere una delle cittadine più affascinanti di tutta l’India – ed era da lì che partivano quindi le carovane di uomini e animali da soma cariche di viveri e materiali per le spedizioni. Si proseguiva quindi a piedi per Gangtok – oggi la piccola capitale del Sikkim – e da lì verso i passi orientali del Jelep La e del Nothu La, ai confini col Tibet, per quindi  incominciare la lunga marcia verso le pendici di quella montagna tanto bramata. Il viaggio durava all’incirca quattro o cinque settimane, che si sommavano quindi ad un mese di traversata via mare.

Facile oggi per noi sentirci esploratori vero?

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A distanza di cent’anni sarebbe un miracolo se il Sikkim non fosse cambiato; alcuni dei sentieri ovviamente sono diventate strade, i distretti meridionali si sono alquanto urbanizzati e anche la fede, per lo più buddhista, sta subendo i contraccolpi di quel consumismo sfrenato che piano piano raggiunge anche i luoghi più remoti del pianeta.

Ma il Sikkim continua comunque ad affascinare: non ve ne avevo ancora parlato ma il 35% del paese è occupato dal Parco Nazionale del Kangchenjunga e le viste su quella che è la terza montagna più alta del mondo (8.586 m.), da qui sono certamente tra le migliori in assoluto. Immaginate quando nel 1899 Vittorio Sella ne effettuò il primo periplo, scattando delle foto emblematiche che furono documenti fondamentali per  un primo – purtroppo fallito – tentativo alla vetta del 1905, a cui partecipò anche il giovane Rigo de Righi.

Kangchenjunga

I rododendri e tantissime altre specie di flora continuano a sbocciare nei mesi di aprile e maggio e a trasformare le valli, tra cui quella di Yumthang, in un tappeto colorato di fiori mentre i distretti nord e ovest del paese, punteggiati di laghi color cobalto, rimangono ancora meta prediletta per gli amanti del trekking; i monasteri inoltre perpetuano la loro attività di custodi della fede e continuano ad incantare per la pace che trasmettono. E’ inoltre curioso sapere che il Sikkim, uno tra gli stati meno indiani dell’India (l’altro è il Ladakh), è il primo ad avere adottato una politica agricola al 100% biologica.

India - Sikkim - Pelling - Pemayangtse Monastery

Che cosa fare dunque oggi in Sikkim? Che cosa è rimasto da vedere e come arrivare? Ve lo spiego nei seguenti paragrafi:

1. Come arrivare, permessi e spostamenti

2. Gangtok e dintorni: cosa vedere

3. Trekking!

4. Valle dello Yumthang: il paradiso dei fiori

5. Pelling e dintorni: cosa vedere

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1. Come arrivare, permessi e spostamenti

Per viaggiare in Sikkim è necessario munirsi di un permesso speciale da allegare al visto indiano facendone richiesta presso Ambasciate, Consolati e Missioni indiane in Italia, oppure, direttamente in India presso il Sikkim Tourism Office di Delhi e Calcutta o presso il District Magistrates Office di Darjeeling e Siliguri. La procedura in India è immediata (in Italia segue i tempi di rilascio del visto) e non comporta nessun costo aggiuntivo. Il permesso ha una durata di 30 giorni. Per la richiesta è necessario presentare due foto tessera, copia del passaporto e del visto indiano.

Non essendoci ferrovie che collegano il Sikkim al resto dell’India, l’unico modo per varcarne i confini è con autobus o – opzione più pratica e consigliata – con jeep. L’aeroporto più vicino è quello di Bagdogra mentre le stazioni dei treni di riferimento sono quelli di Siliguri e New Jalpaiguri, tutte e tre le strutture situate nello stato confinante del Bengala, rispettivamente a 123, 114 e 125 km di distanza da Gangtok. Le jeep condivise le si trova presso l’SNT Bus Stand di Siliguri e la corsa per Gangtok (circa 4 ore) ha un costo di 250 Rupie. Le jeep partono quando si riempiono.

Anche all’interno dello stesso Sikkim, per visitare le zone più remote, ovvero quelle che si estendono verso i confini della nazione, nonché per tutto il comparto trekking, non solo è necessario ottenere un Protected Area Permit rilasciato dal Department of Tourism di Gangtok, ma è anche obbligatoria l’organizzazione tramite agenzia registrata. I trekking inoltre sono consentiti solo per gruppi di minimo due persone.

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2. Gangtok e dintorni: cosa vedere

Gangtok, situata a circa 1.600 metri, è la capitale del piccolo stato del Sikkim e, in quanto tale, anche la cittadina attorno alla quale ruota il grosso della vita culturale e turistica del paese. Come tutte le stazioni climatiche indiane, si sviluppa su più livelli ma il fulcro delle attività commerciali e nonché la zona di passeggio preferita sia dai locali che dai turisti, è la pedonale MG Road, inconfondibile per la tinta degli edifici che la costeggiano, tutti color verdino.

India - Sikkim - Gangtok

Nei dintorni del centro cittadino, esattamente nel quartiere Deorali e nei pressi della discutibilmente pittoresca cabinovia, merita sicuramente una visita il Namgyal Institute of Tibetology, istituito nel 1958 e ad oggi uno dei principali centri di ricerca e studio della cultura tibetana in tutte le sue declinazioni. All’interno del museo è custodita una piccola ma interessante ed esplicativa collezione di artefatti e oggettistica rituale buddhista e lo stesso edificio costituisce inoltre un esempio ben conservato di architettura del Sikkim. Il costo del biglietto è di 20 Rupie.  Aperto dalle 10 alle 16, chiuso la domenica.

India - Sikkim - Gangtok

Da Deorali, con una corsa in taxi condiviso di circa mezz’ora, è possibile poi raggiungere il Monastero di Rumtek (se il taxi è diretto a Ranipool fatevi lasciare lungo la National Highway al bivio per Rumtek – all’altezza del Myfair Spa Resort – e cambiate mezzo), il più grande e importate di tutto il Sikkim, appartenente alla setta dei Karma Kagyu, i cosiddetti “berretti neri” del buddhismo tibetano. Il monastero venne originariamente fondato nella seconda metà del XVIII secolo per opera del IX Karmapa (” abate”), abbandonato poi per un certo periodo e quindi rimesso in splendore nel 1959 dal XVI Karmapa qui rifugiatosi in esilio dal Tibet.

India - Sikkim - Monastero di Rumtek

In quanto a punti panoramici, il migliore da cui godere di ottime viste sulla valle, è certamente il Ganesh Tok, un piccolo tempio dedicato alla divinità induista con la testa d’elefante, a sei chilometri dalla MG Road e sito accanto all’ingresso dell’Himalyan Zoological Park, all’interno del quale potrete ammirare il piccolo Panda Rosso, l’animale nazionale del Sikkim. Per arrivarci potete prendere un taxi al costo di un centinaio di Rupie solo andata, oppure farvi una bella camminata passando dall’Enchey Monastery.

India - Darjeeling - Red Panda

Il mio consiglio sul dove dormire a Gangtok è il Zero to One Stay Khandroling, purchè si tratti di una stanza con vista Kangchenjunga, mentre per quanto riguarda il mangiare ottimo è il ristorante di cucina indiana Apna Dhaba (dalla MG Road, venendo dal Tourist Office, prendete il vicoletto a destra all’altezza del mezzo busto di Gandhi) e Taste of Tibet, sempre sulla strada pedonale. I bancomat SBI sono i migliori per prelevare e rilasciano al massimo 10.000 Rupie.

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3. Trekking!

Metto il trekking subito dopo Gangtok e prima delle altre destinazioni per il semplice motivo che, qualora doveste optare per uno dei vari itinerari percorribili a piedi nel paese, è probabile che ne tornereste talmente appagati e stanchi, da non voler esplorare nient’altro. Parola d’ordine, di nuovo, Kangchenjunga! Nel distretto occidentale del Sikkim gli amanti dei trekking di più giorni – stiamo parlando anche di dieci – troveranno pane per i loro denti. Attenzione però, sappiate che qui non si parla assolutamente di lodge e tea houses come è invece il caso del Nepal: in Sikkim si va in tenda ed è quindi importante scegliere il momento giusto e augurarsi che il tempo regga! Le stagioni consigliate sono quella primaverile (da marzo a maggio) e quella autunnale (da settembre a novembre).

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Kangchenjunga

Tra i trekking più gettonati vi è sicuramente il Goecha La Trek, che raggiunge i quasi 5.000 metri del passo Goecha La, ai piedi del Kangchenjunga o la versione un po’ più bassa dello Dzongri Trek, che raggiunge circa i 4.000; nel nord-est del paese un’altra possibilità è invece l’ancora più lungo Green Lake Trek. Un’opzione diversa, che si discosta da questi tre sia in termini di difficoltà e durata che di interesse paesaggistico è il mini trekking di due giorni al Barsey Rhododendron Sanctuary, ai confini sud occidentali dello stato, da scegliere ovviamente nella stagione delle fioriture.

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4. Valle dello Yumthang: il paradiso dei fiori

Ebbene ragazzi io la valle me la sono saltata a piè pari e questo per tre motivi fondamentali: perché ero reduce da un trekking al Campo Base Everest di due settimane e di valli ne avevo viste certamente abbastanza, perché a livello di salute stavo ancora riprendendomi da vari malanni e perché a novembre è sicuro che di fioriture ne avrei viste ben poche. Detto questo, le foto scattate nei mesi di aprile e maggio dei rododendri in fiore sono a dir poco spettacolari, così come quelle scattate a giugno dei pendii verdi completamente coperti di fiori dai mille colori e dunque, se mi trovassi da quelle parti nella stagione giusta, di certo non ci penserei due volte ad organizzare una visita. La valle può essere raggiunta in jeep con un tour di 2 notti e 3 giorni, pernottando a Lachung.

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5. Pelling e dintorni: cosa vedere

Il piccolo borgo di Pelling, situato nel distretto del Sikkim Occidentale con capoluogo a Gyalzing, è il punto più vicino da cui poter ammirare il Kangchenjunga, salvo l’opzione trekking di cui abbiamo parlato prima. Da Gangtok vi servirà prima salire a bordo di una jeep per Gyalzing (250 Rupie) e da lì su un taxi condiviso per Pelling (50 Rupie per 4 persone). Mettete in conto circa 3 ore.

India - Sikkim - Pelling

Tra le attrattive della zona vi sono il Monastero di Pemayangtse, 2 km prima di Pelling lungo la strada principale e il Sanga Choeling Monastery, all’altro estremo del villaggio, con accanto la statua gigante di Chenrezig e la passerella trasparente con vista Kangchenjunga. Queste ultime, la pataccate del secolo, sono state inaugurate a novembre del 2018, mentre i due monasteri risalgono al XVIII secolo. Entrambi possono essere raggiunti a piedi rispettivamente in 20  e 40 minuti. Il secondo percorso, quello verso la statua gigante è quasi tutto in salita. I biglietti d’ingresso costano 50 Rupie l’uno.

India - Sikkim - Pelling

Per quanto riguarda il pernottamento l’Hotel Garuda è sicuramente l’opzione migliore, situato accanto alla fermata dei taxi e con vista Kangchenjunga. I pasti li potrete consumare direttamente nella struttura anche perché il paesello non offre molto altro.

Capodanno Nepalese: quando si festeggia, come e perché

Capodanno Nepalese: quando si festeggia, come e perché 1024 682 Sonia Sgarella

Ma quanti Capodanni si festeggiano in Nepal? Una bella domanda e che richiede un’approfondita risposta!

Chi segue questa pagina sa benissimo quanti anni di studio e viaggi io abbia dedicato ad India e Nepal – due paesi le cui tradizioni sono strettamente collegate – e chi, come me, ha provato ad avvicinarsi a queste culture, a districarsi in quegli elaborati labirinti di miti e leggende, credo sia anche cosciente di quanto le loro storie siano estremamente sfaccettate.

Ed è proprio per questo, per la numerosità di credenze che da queste vicissitudini storico/leggendarie si sono generate e, nel caso del Nepal oltretutto per la ricchezza etnica, che nasce forse una sana confusione, la nostra difficoltà di comprensione e, di conseguenza, la necessità di dedicarci del tempo.

Se nel mio caso comunque ci sono voluti ad oggi 11 anni per trovarmi comunque ancora mezza persa in quel mare di strambe nozioni, per voi, non vi preoccupate, ci vorrà giusto qualche minuto!

Ebbene oggi, 13 aprile 2020, in Nepal si festeggia – purtroppo anche per loro in modalità quarantena – uno degli svariati Capodanni e, il motivo per cui ve ne parlo in modo particolare, è che si tratta, tra tutti, di quello più importante, il vero Capodanno nepalese,  il più sentito dalla popolazione e nonché quello ufficiale.

Si festeggia quindi oggi in tutto il Nepal, come simbolo di unione delle oltre 60 etnie che lo abitano, il Navavarsha (“anno nuovo”), ovvero l’inizio dell’anno 2077. Proverò qui a spiegarvi meglio il perché e il per come di questa ricorrenza rispondendo ad alcune semplici domande, tra cui:

1. Com’è organizzato esattamente il calendario nepalese?

2. A cosa corrisponde l’inizio del calendario nepalese?

3. Come si festeggia il Capodanno nepalese?

4. Quali altri Capodanni si festeggiano in Nepal?

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1. Com’è organizzato esattamente il calendario nepalese?

Si chiama Vikram Samvat (talvolta Bikram Sambat) e venne adottato ufficialmente nel 1903 dall’allora Primo Ministro Chandra Shamsher Jang Bahadur Rana in sostituzione del precedente calendario, utilizzato fino a quel momento dall’etnia dei Newa, stanziati per lo più nella valle di Kathmandu.

Si tratta di un calendario lunisolare, che prevede dei cicli di 12 mesi, ognuno dei quali diviso in due fasi lunari: una metà detta “luminosa” – di luna crescente, ovvero da novilunio a plenilunio – e una metà detta “oscura” – di luna calante, da plenilunio a novilunio.

L’inizio dell’ “Era nepalese” è strettamente legata – come vedremo nella prossima risposta – alla tradizione induista e viene fatta risalire al 56 a.C., anno a partire dal quale vengono quindi calcolati i mesi e gli anni del calendario. L’anno ha inizio solitamente verso la metà di aprile e corrisponde al passaggio dal mese di Chaitra a quello di Baisakha. I mesi del calendario nepalese hanno una durata variabile da 29 a 32 giorni.

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2. A cosa corrisponde l’inizio del calendario nepalese?

L’anno zero, definito nel 56 a.C., trova origine in una leggendaria vittoria militare portata a compimento da un altrettanto mitico sovrano, detto Vikramaditya  – da cui il nome del calendario Vikram Samvat.

La parola Vikram, di origine sanscrita, significa “coraggio”, Aditya invece “il dio del sole”. Il “Sole coraggioso” fu un appellativo usato ripetutamente nella storia del subcontinente indiano da vari sovrani ed è proprio da questa diffusione del termine che nacquero, nel corso dei secoli, diverse leggende attorno ad una figura di cui a livello storico si conosce certamente meno.

Una figura composita dunque, Vikramaditya, forse il frutto di una graduale mescolanza di leggende supportate da varie scuole di pensiero, ma, se proprio si vuole cercare una corrispondenza sul piano temporale con un sovrano che visse effettivamente nel I secolo a.C., è probabile che il primo Vikramaditya fu un sovrano della dinastia Malwa (anche Malava) che governò nell’India Centrale dall’oltremodo spiritualmente importante città di Ujjain, oggi sita nello stato del Madhya Pradesh. Un sovrano che sconfisse – in una battaglia appunto – probabilmente gli invasori Shaka.

Ujjain

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3. Come si festeggia il Capodanno nepalese?

I festeggiamenti del Capodanno nepalese prevedono, come nel caso di tutte le altre ricorrenze, la frequentazione dei templi principali ma anche riunioni famigliari e picnic all’aria aperta. E’ tuttavia nella splendida cornice della città di Bhaktapur che si svolge la parata più imponente, il Bisket Jatra, un festival della durata di più giorni che vede i fedeli trainare dei carri giganti per le strade e piazze della città.

Bhaktapur

A bordo di queste imperiose portantine vengono venerate le immagini sacre di Lord Bhairava e della Dea Bhadrakali, manifestazioni terrifiche rispettivamente di Shiva e della sua consorte Parvati.

Assolutamente imperdibile in una viaggio in Nepal è la visita di questa meravigliosa cittadina e per saperne di più leggete l’articolo What to do (cosa fare) a Kathmandu e dintorni

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4. Quali altri Capodanni si festeggiano in Nepal?

I Capodanni che si festeggiano in Nepal come abbiamo detto sono svariati e qui vi presento quelli che dopo il Navavarsha risultano essere i principali, ognuno dei quali legato ad un diverso calendario:

Capodanno Indiano

E’ probabile che molti di voi abbiano sentito parlare del Diwali (anche Deepavali), la famosa “festa delle luci” che si svolge ogni anno, sia in Nepal che in India, nei mesi di ottobre/novembre, in onore della Dea Lakshmi, consorte di Vishnu.

Per saperne di più leggi anche Diwali, il festival che illumina l’India

Diwali è ufficialmente il Capodanno che fa riferimento al calendario nazionale indiano, il cosiddetto Shalivahana Samvat, fatto partire nel 78 d.C, anno corrispondente all’inizio dell’ “Era Shaka” – che segue l’ “Era Vikram”.

Diwali

Il calendario indiano, anch’esso lunisolare, fa cominciare l’anno con il mese di Kartika (ottobre/novembre) e inverte, rispetto al calendario nepalese, le fasi di luna crescente e luna calante: mentre il mese nepalese ha inizio con la quindicina di luna calante, per intenderci, quello indiano comincia invece con la quindicina di luna crescente.

Capodanno Tibetano

Si festeggia dal primo al terzo giorno del primo mese lunare del calendario tibetano, i cui anni vengono calcolati a partire dal 127 a.C., con l’ascesa al trono del primo sovrano della dinastia Yarlung. Con riferimento al nostro calendario gregoriano, il Losar (lo=”anno”, sar=“nuovo”) suole cadere nei mesi di gennaio/febbraio e in Nepal viene celebrato per lo più dai popoli Sherpa, Tamang e Gunrung, di discendenza tibetana appunto.

Capodanno Cinese

Festeggiato dalle minoranze cinesi presenti in moltissimi paesi dell’Asia e non solo, fa riferimento al calendario lunisolare cinese – i cui mesi hanno inizio con il novilunio – e coincide con la seconda luna nuova dopo il solstizio d’inverno ovvero, di nuovo, con i mesi di gennaio/febbraio. Ad ogni anno è associato un animale – il 2020 è quello del topo – e si sviluppa in cicli di 12 con un’origine che risale al 2.637 a.C. 

Capodanno “all’Occidentale”

Va da sé che, forse per moda o semplicemente per uniformarsi al resto del mondo anche il nostro Capodanno, che fa riferimento al calendario gregoriano, viene ricordato con qualche festicciola organizzata soprattutto tra i più giovani e nei luoghi solitamente frequentati dai turisti stranieri, tra cui hotel e ristoranti in zona Thamel a Kathmandu. Non aspettatevi comunque fuochi d’artificio o grandi festeggiamenti in piazza!

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Detto questo auguro a tutti i carissimi nepalesi un 2077 che, nonostante il catastrofico inizio, possa continuare all’insegna della positività che tanto li contraddistingue. Loro, soprattutto dopo il terremoto del 2015 sanno benissimo quanto sforzo ci voglia per risollevarsi dalle tragedie a cui la vita a volte ci mette di fronte e, proprio loro, sono quelli che vorrei prendere a modello come simbolo vivente di una rinascita che si può e si deve mettere in atto! Buon Anno Nepal!!!

Se sei interessato all’argomento Nepal e Trekking in Nepal, leggi anche:

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L’ABC del trekking in Nepal: semplici regole per stare bene

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Trekking al Campo Base Everest: tutto quello che c’è da sapere

Trekking al Campo Base dell’Annapurna (A.B.C.)

Trekking ad anello Camogli – San Fruttoso: viaggio tra storia, natura e tradizioni

Trekking ad anello Camogli – San Fruttoso: viaggio tra storia, natura e tradizioni 1080 722 Sonia Sgarella

Cari viaggiatori e amanti del cammino, non me ne vogliate ma mi sento in dovere di farvi una premessa: se su un cartello da escursionismo troviamo scritto “sentiero molto impegnativo” non è che quel “molto impegnativo” ce l’abbiano messo lì per caso ma anzi, trattasi evidentemente di un monito importante rivolto a tutti quelli che, non avendo le capacità per affrontarlo o semplicemente sopravvalutandosi, potrebbero mettere in serio pericolo sé stessi e chi li accompagna.

Ho letto vari articoli riguardo a questo itinerario, di gente che quasi ci si è ritrovata per sbaglio, senza acqua né la minima idea di dove stesse andando, a camminare con le ballerine. A tal proposito e prima di intraprendere questo percorso, fatevi dunque per favore questa domanda: siete sicuri di essere pronti?

Vi do un paio di indicazioni per rendervene conto e vi suggerisco anche la lettura di quest’altro mio articolo Trekking: i consigli base per il buon escursionismo in Italia

– Lunghezza dell’itinerario: 19 km

– Durata del percorso: almeno 4h30 di cammino effettivo

– Dislivello positivo: 780 metri

tratti esposti o molto sposti da superare con l’ausilio di catene

poche fonti d’acqua lungo il percorso (nessuna lungo il Sentiero delle Batterie)

Se la vostra risposta è no, non preoccupatevi, a San Fruttuoso ci potete arrivare lo stesso passando per un sentiero più semplice.

Se invece la vostra risposta dovesse essere sì, allora preparatevi ad imbarcarvi in un’esperienza spettacolare, di quelle che è sicuro non dimenticherete così facilmente! Vi porto a scoprire uno degli itinerari di trekking più spettacolari della Liguria – e non che io ne abbia percorso molti ma mi fido di chi l’ha descritto così – e sicuramente il modo più adrenalinico per raggiungere l’Abbazia di San Fruttuoso, a cavallo del Promontorio di Portofino e affacciato su un incredibile mare turchese, quello di Golfo Paradiso, che da qui si estende ad ovest verso l’antica Repubblica marinara di Genova.

Camogli - San Fruttuoso Trek

E a proposito di borghi marinari, se non siete mai stati a Camogli, un tempo conosciuta come la “città dei mille bianchi velieri”, vi suggerisco certo di farle visita come conclusione delle vostre fatiche, all’ora del tramonto, quando il sole illumina di arancio le facciate dei suoi palazzi decorati a tromp l’oeil, e l’aria è vivida, così che anche voi possiate rimanere incantati dalla sua bellezza e vitalità.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Ed è proprio dal centro di Camogli, nei pressi della Via San Bartolomeo che potrebbe prendere avvio il vostro percorso – utile qualora doveste arrivare in treno – ma se siete muniti di auto allora tanto vale che facciate come me e vi rechiate un po’ più su, fino alla frazione di San Rocco, dove, proprio nei pressi della chiesa si dividono i sentieri che vi permetteranno di raggiungere il vostro obiettivo. In quanto a parcheggi se ne possono trovare di liberi lungo la strada o, male che vada, nel grande piazzale a pagamento situato al limite della ZTL, la quale consente l’accesso ai soli residenti. Se comunque volete a tutti i costi salire a piedi da Camogli mettete in conto circa 30/40 minuti per percorrere altri 200 metri di dislivello.

Arrivati sul sagrato delle chiesa, dovrete quindi decidere che strada prendere e questo, di nuovo, andrà valutato sulla base delle vostre capacità. Esistono due percorsi per raggiungere San Fruttuoso: uno, più semplice, di livello E (Escursionisti) – il cosiddetto Sentiero delle Pietre Strette che noi abbiamo percorso al ritorno – e uno più impegnativo, di livello EE (Escursionisti Esperti) – quello chiamato Sentiero delle Batterie, più spettacolare ma più pericoloso.

Se la vostra risposta alla mia domanda iniziale è stata no, ovvio che da qui prenderete il primo, risalendo al bivio la Via Galletti. Al ritorno, da San Fruttuoso, potreste anche pensare di imbarcarvi su un battello per fare rientro a Camogli (in tal caso vi conviene lasciare la macchina direttamente in città, sempre che troviate posto).

Se alla domanda invece avete risposto sì, allora continuate sul percorso con vista mare (Via Mortola), che si estende in piano attraversando le località Il Poggio e Mortola, tra le casette colorate, gli ulivi, gli alberi di limoni e, se la stagione è quella giusta, tra le fioriture di mimosa. Ma non crediate che sia tutti così: il paesaggio oltre gli abitati si fa subito più selvaggio, ci si addentra nella macchia mediterranea e ci si perde nell’azzurro di quel mare, le cui viste sono talmente magiche da non farvi rendere neanche conto dello scorrere del tempo.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Sono passati 40 minuti e siamo già arrivati alla località Batterie (246 m.), dove si trovano alcuni appostamenti militari risalenti alla Seconda Guerra Mondiale. Siamo all’altezza di Punta Chiappa, una striscia sottile di roccia puddinga che si estende nel mare per una cinquantina di metri e che segna lo spartiacque tra il Golfo Paradiso e la Riserva Marina di Portofino, nella quale rientra anche la baia di San Fruttuoso. Famosa per le acque cristalline che la lambiscono e l’ottima visibilità, durante i mesi estivi Punta Chiappa si trasforma in una meta gettonata per lo snorkeling e – organizzandosi con gli operatori della zona – per il diving. Sempre partendo da San Rocco si può raggiungere Punta Chiappa in circa 30 minuti percorrendo il sentiero che passa anche per Punta Pidocchio.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Ma ecco che da qui incomincia la parte più adrenalinica, quella che a tratti ma per circa un’ora vi vedrà impegnati su passaggi esposti, a strapiombo sul mare e qualche volta, c’è da dirlo, attaccati saldamente alle catene. Probabilmente se lo avessero chiamato il Sentiero delle Catene piuttosto che delle Batterie la cosa sarebbe suonata un po’ troppo minacciosa ma è vero anche che di queste ce ne sono parecchie e che forse altro nome non poteva essere più appropriato. Non fatevi venire l’ansia comunque, concentratevi e basta. Le catene sono state affisse alla roccia per sicurezza ma la verità è che nella maggior parte dei casi, potreste benissimo farne a meno.

Camogli - San Fruttuoso Trek

C’è però un punto in particolare in cui ringrazierete ci siano, fondamentali soprattutto se la roccia è bagnata e di conseguenza scivolosa. Si chiama il Passo del Bacio e voi vi starete chiedendo: ma un bacio tra chi? Racconta la leggenda di due giovani amanti le cui famiglie non approvavano la loro relazione e che da questo punto, datisi l’ultimo bacio, si lanciarono insieme nel vuoto e si unirono per sempre alle onde del mare. Bene, nei vostri possibili attimi di panico, cercate di non fare la stessa fine! 🙂

Camogli - San Fruttuoso Trek

Doveste superare questo punto indenni comunque il percorso prosegue ancora con una serie di saliscendi su terreno sconnesso e altre catene fino ad un ruscello, oltre il quale incomincia la salita per la sella del promontorio di Punta Torretta, posta a protezione di San Fruttuoso e che già lungo il cammino avrete notato sull’altro lato di Cala dell’Oro. Il sentiero procede a piccoli tornanti dapprima tra la vegetazione più rada e quindi nel bosco a prevalenza di carpini neri per un totale di circa 40 minuti. Da lassù (270 m.) continua poi tutto in discesa per riportarsi al livello del mare.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Ce l’avete fatta! Stupitevi, meravigliatevi, entusiasmatevi! Che la raggiungiate in barca o a piedi, da Camogli o da Portofino, l’Abbazia di San Fruttuoso, che si nasconde nella sua splendida baia dal X secolo, appare agli occhi del viaggiatore come un incredibile miraggio e così sarà soprattutto per voi, che ve la siete conquistata con fatica! In piedi sicuramente già nel 977 e ottenuta dalla famiglia Doria nel XVI secolo, l’Abbazia è oggi di proprietà del FAI e può essere visitata tutto l’anno al prezzo di 7,50 euro. (Info sul sito)

Camogli - San Fruttuoso Trek

Una piccola e graziosa spiaggetta su cui rilassare le stanche membra e rigenerare la mente, che altro avreste potuto desiderare dopo almeno 2h30 di cammino con probabili attimi di tensione? Godetevi questi istanti di meritato riposo e se la stagione lo permette non esitate a buttarvi in mare! Attenzione però: il fatto che a San Fruttuoso arrivino i battelli, soprattutto in alta stagione, potrebbe comportare l’afflusso di orde di turisti e quindi togliere in parte fascino ad un luogo che meriterebbe invece di essere visitato in un’atmosfera pacata. Il mio suggerimento per questo sarebbe quello di andarci per esempio in una bella giornata di marzo, quando ancora le barche arrivano solo da Camogli e con poche corse al giorno e la maggior parte di quelli che incontrerete sono quindi camminatori come voi, pochi ma buoni!

Camogli - San Fruttuoso Trek

Dicevamo prima che da San Fruttuoso potreste anche pensare di rientrare a Camogli in battello ma siccome qua vi racconto di un itinerario ad anello che prevede l’uso delle gambine allora è arrivato il momento di rimettersi in moto. Non credevate mica di aver finito di faticare? Il Sentiero delle Pietre Strette, che abbiamo detto essere più semplice, non prevede tratti esposti e l’utilizzo di catene ma in quanto a dislivello positivo vi darà comunque del filo da torcere. Nella fattispecie stiamo parlando di altri 460 metri in salita! Il sentiero dalla spiaggia risale prima verso la Torre Doria – sì, proprio quella che vedete isolata poco più in alto dell’Abbazia – e quindi si inoltra nel bosco seguendo un bucolico ruscello fino all’Agririfugio Molini. (consultate il sito per info sulle aperture).

Ma a proposito di tradizioni: voi lo sapete cos’è una tonnarella? E’ un sistema di pesca a corde fisse più piccolo e semplice rispetto alla cosiddetta tonnara, ideata inizialmente per la pesca del tonno rosso e di cui in Italia rimangono ormai  pochissimi esempi, tra cui due in Sicilia e due in Sardegna. Della tonnarella di Camogli, l’unica dell’Italia peninsulare, si hanno notizie già dal 1600 e ancora oggi, gestita da una Cooperativa di pescatori locali, costituisce la principale fonte di reddito dell’economia cittadina.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Ogni anno, durante i mesi invernali che precedono la stagione di pesca, risalendo la mulattiera che dalla spiaggia di San Fruttuoso vi porta alla Torre Doria, vi potrebbe capitare di assistere alla preparazione delle reti, le quali vengono calate in mare nel mese di aprile – a 400 metri da Punta Chiappa – e lì vi rimangono fino a settembre per essere issate tre volte al giorno dai pescatori. Si tratta di un metodo di pesca più sostenibile di altri in quanto la maglia larga delle reti permette ai pesci più piccoli di non rimanervi intrappolati e ai pescatori di poter selezionare solo il pesce adatto alla commercializzazione, ributtando il resto, ancora vivo, in mare.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Le corde (dette “cavi”) vengono ancora oggi intrecciate a mano secondo i canoni di un tempo, con strumenti a dir poco arcaici e vengono prodotte con una fibra di cocco importata apparentemente dall’India, la quale è andata a sostituire pian piano l’utilizzo di fibre di canapa e l’erba lisca, che cresce abbondante sul promontorio di Portofino.

Ma proseguiamo oltre e dunque, dove eravamo rimasti? Ah sì, all’Agririfugio Molini (200 m.). Continuiamo sempre in salita per coprire il dislivello rimanente che ci divide dalla località Pietre Strette (460 m.), il punto più alto di questo nostro itinerario, nonché il luogo che prende il nome da quegli imponenti massi rocciosi che lì si trovano, a formare delle pittoresche fessure.

E’ questo il fulcro del promontorio e punto dal quale si passa all’altro versante, quello da cui si vedono Santa Margherita Ligure e Rapallo. Continuiamo in direzione di Gaixella (seguendo quindi anche i cartelli per Portofino Vetta) attraverso il bosco mesofilo che in primavera è ricco di fioriture. Lo sapevate che il Parco di Portofino, istituito nel 1935, conserva oltre 900 specie di flora? Il percorso è agevole, si estende in piano su terreno battuto e all’ombra degli alberi.

Camogli - San Fruttoso Trek

Helleborus Foetidus

In località Gaixella, che raggiungerete in massimo 15 minuti, individuate il bivio che, inizialmente sempre nel bosco, scende fino al piccolo abitato di Galletti e quindi da lì, fino alle spalle della chiesa di San Rocco, esattamente là dove alla mattina avevate deciso che strada prendere. In totale, da San Fruttuoso, saranno passate circa 2 ore. Complimenti, missione compiuta!!! 

Camogli - San Fruttuoso Trek

Che dite adesso, focaccia e birretta? 🙂 Eccome no, via che si riprende la macchina e si scende a Camogli! Non so voi ma io che non c’ero mai stata ne sono rimasta totalmente affascinata: il lungo mare con i palazzi colorati, il porto antico, il Castello della Dragonara, la Basilica di Santa Maria Assunta, Camogli, tenuta al caldo dalle montagne e baciata dal mare.

Camogli - San Fruttuoso Trek

Lungomare di Camogli

Camogli - San Fruttuoso Trek

Castello della Dragonara

Camogli - San Fruttuoso Trek

Porto antico

Camogli - San Fruttuoso Trek

Basilica di Santa Maria Assunta

E se vi piacciono il pesce e le sagre di paese, tornate a farle visita la seconda domenica del mese di maggio, per vedere come si fanno a friggere tre tonnellate di pesce fresco in una padella di quattro metri di diametro! La Sagra del Pesce nel 2020 si svolgerà domenica 10 maggio.

Un ringraziamento particolare va a Simone, per avermi accompagnato in questa avventura e per avere vissuto insieme a me quei brevi momenti di panico che ci hanno però portato al successo! 🙂

Dieci buoni motivi per visitare il Giappone a gennaio

Dieci buoni motivi per visitare il Giappone a gennaio 1024 682 Sonia Sgarella

Quali sono le prime immagini che vi vengono in mente sognando un viaggio esotico a gennaio? Non vi biasimerei se fossero spiagge baciate dal sole, palme che si muovono al vento, mare turchese, maschera e boccaglio? Beh, in tal caso vi consiglio di leggere il mio articolo sui più bei siti di immersione nelle Filippine oppure di dare un’occhiata al mio itinerario sull’isola di Cuba! 🙂

Ma avete mai pensato invece ad una vacanza invernale oltreoceano con il freddo, la neve e tutti gli annessi e connessi che una stagione come questa potrebbe comportare, magari in un paese così diverso dal nostro come il Giappone? Lo so, laggiù avevate forse pensato di andarci nel mese di aprile, con i ciliegi in fiore, oppure in estate, per godervelo in maglietta e pantaloncini o magari in autunno, chissà, per vedere i colori delle foglie che cambiano.

Tutte ottime idee certamente ma qui vi voglio stupire con dieci buoni motivi per cui il Giappone potrebbe rientrare a pieno titolo nella top list delle destinazioni più magiche da esplorare in inverno, proprio durante quei mesi che erroneamente vengono considerati come i meno ospitali. Gennaio in Giappone dunque, perché no! Se la cosa vi stuzzica, continuate a leggere e cominciate a farci un pensierino per il prossimo anno!

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1. Ci sono meno turisti

Davvero ormai l’abbiamo tutti ben presente di come l’esperienza a contatto con la meraviglia di un luogo, per quanto quest’ultima rimanga lo stesso tale, possa essere ampiamente influenzata (e spesso rovinata) dalla presenza di tanta, troppa gente. Dover fare a gara per accaparrarsi il punto migliore da cui scattare la classica foto da cartolina, ritrovarsi immischiati in una massa intenta a scattare selfies, tra voci urlanti e spesso irrispettose; bo io personalmente non ci trovo nulla di così entusiasmante in tutto questo e vado invece sempre in cerca dell’opposto.

Il Giappone in inverno – devo ammetterlo – non è che sia esattamente un deserto: mi sono ritrovata anch’io in coda aspettando un tavolo in un ristorante di Kamakura nel weekend, assediata da gruppi di Filippini nei giardini zen dei templi di Kyoto e a camminare tra la folla il giorno della Festa della Maggiore Età, ma il tutto è stato pur sempre estremamente gestibile e non ho mai comunque trovati i treni pieni, tutti gli hotel al completo o gli onsen congestionati; anzi, a dir la verità io gli onsen me li sono quasi sempre goduta da sola! 🙂

Leggi anche Come organizzare un viaggio in Giappone

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2. I prezzi degli hotel sono più economici

L’altro vantaggio del viaggiare in bassa stagione (tolto quindi il periodo del nostro e del Capodanno cinese) è proprio quello di trovare super offerte e prezzi abbordabilissimi per sistemazioni di buona, se non addirittura ottima categoria.

Ryokan

Stanza tradizionale nel Ryokan Tsazumikan a Kamimoku

Kanazawa

Hotel Mystays Kanazawa Castle

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3. Il ramen è ancora più buono

Missione ramen! Trovare il ramen perfetto e stilare una classifica di quelli già provati diventa un po’ una prassi per tutti coloro che si recano in visita Giappone ed è un modo sempre interessante per entrare a contatto con la cultura locale attraverso i suo sapori. Trattasi in fondo di un’arte, quella di preparare piatti che soddisfino non solo il palato ma anche la vista e in questo c’è da elogiare i cuochi Giapponesi come degli eccezionali maestri: non solo in Giappone ci sono infatti forse più stelle Micheline che in ogni altra parte del mondo ma dal 2019 la cucina tradizionale giapponese (detta washoku, ovvero “armonia del cibo”) è addirittura entrata a far parte della lista Unesco come Patrimonio intangibile dell’Umanità. Un’arte questa che i cuochi giapponesi sono anche abili a mettere in pratica nel riproporre piatti di altre tradizioni, asiatiche e non. Insomma, è proprio vero che i Giapponesi quando si mettono a fare una cosa finiscono col farla in maniera eccellente!

Ramen

Ebbene, pur essendo apparentemente di lontana origine cinese, la shina soba (“zuppa cinese”, detta appunto ramen) è entrata a far parte a pieno titolo dei piatti più amati e diffusi su tutto il territorio giapponese, tanto da esserne diventata quasi un’icona culturale. Ne esistono un’infinità di varianti legate sia al territorio che al cuoco stesso ma in linea di massima le differenze sostanziali possono riguardare sia il tipo di noodles che il tipo di brodo.

Ramen

Udon Soba

Ramen

Qualunque diventerà il vostro ramen preferito, ditemi comunque ora: che cosa c’è di più bello, salutare e rigenerante che gustarsi una meravigliosa zuppa di noodles bollente quando fuori fa freddo? L’usanza vuole che più si faccia rumore sorseggiando il brodo, maggiore sia l’apprezzamento!

Ramen

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4. Onsen e freddo: un connubio perfetto!

Vi immaginate cosa sarebbe immergervi in una vasca d’acqua bollente quando fuori ci sono 30° e l’umidità è al 90%? Non credo vi verrebbe così tanta voglia di farlo e sarebbe un grande peccato perché l’onsen è forse una tra le cose più giapponesi che si possano trovare in Giappone e farne esperienza, di certo, una tra più memorabili!  Immaginatevi quindi, al contrario, di immergervi in una vasca d’acqua bollente, quando fuori ci sono 0°e la natura è ricoperta di candida neve. Magico vero? Ebbene questo è di certo uno tra i principali modi per rendere il vostro viaggio in Giappone in inverno un vero toccasana, magari proprio ritagliandovi in ogni singola giornata il vostro momento onsen, che sia all’interno di un ryokan o di un bagno pubblico in città.

Onsen

Rotenburo nel Ryokan Tsazumikan

Se non avete bene capito di che cosa si tratti, ve lo spiego qui di seguito: dicesi onsen una sorgente di acqua termale molto calda – la cui temperatura si aggira intorno ai 40° – e caratterizzata da proprietà benefiche. In Giappone l’utilizzo degli onsen come bagni pubblici – più che come luoghi di cura – risale al periodo in cui non tutte le case erano dotate di un bagno in cui potersi lavare e rimane quindi ancora oggi una tradizione, seppur concepita non tanto  come una necessità, se non più come momento di relax per il corpo e per la mente. Onsen (sorgente termale) e sento (bagno pubblico) sono dunque oggi due parole che quasi si equivalgono ma la differenza sta proprio nelle proprietà dell’acqua, termale solo nel primo caso.

Onsen

Sento nell’Hotel Mystays Kanazawa Castle

Di onsen e sento se ne trovano un’infinità sparsi per tutto il Giappone; vi sono famose stazioni termali che recano nel nome la parola onsen, onsen all’aperto (i rotenburo), onsen nei ryokan e negli hotel, onsen pubblici e privati, onsen piccoli e intimi, onsen più grandi, come fossero le nostre spa o addirittura onsen concepiti come parchi di divertimento. Insomma, la parola onsen oggi viene utilizzata in mille modi ma le regole per la fruizione, salvo rare eccezioni, sono sempre le stesse e possono essere riassunte come segue:

Onsen Rules

– svestirsi completamente (negli onsen si entra nudi, divisi maschi e femmine, salvo casi eccezionali) e riporre i propri vestiti negli appositi armadietti

– lavarsi per bene prima di entrare nelle vasche e farlo seduti sui seggiolini onde evitare di schizzare chi vi sta intorno (mentre nei ryokan troverete prodotti di ogni sorta, negli altri bagni pubblici dovrete portarvi tutto voi)

– non fare foto

– non mangiare o bere

– non nuotare né fare casino

– asciugarsi prima di rientrare nello spogliatoio (con l’asciugamano che vi siete portati)

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5. Aumentano le chance di vedere il Monte Fuji

Ebbene si, questa è ovviamente una cosa che non vi posso promettere ma è vero che tendenzialmente l’inverno sia la stagione in cui lo schivo Monte Fuji – in altre stagioni più probabilmente nascosto dietro a una coltre di nubi e foschia – si mostri con più facilità agli occhi dei visitatori e che addirittura si riesca ad intravedere fin dalla città di Tokyo! Purtroppo per gli amanti delle scarpinate, scalarne la vetta in inverno non è possibile ma la vista del Fuji-San ricoperto da un abbagliante cappotto di neve e con lo sfondo del cielo azzurro vi regalerà comunque un’immensa emozione. E’ lui infatti di certo il simbolo indiscusso del paese del Sol Levante!

Fuji San

Fuji San, vista dal Lago Kawaguchiko

Fuji San

Fuji San, vista da Tokyo

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6. Abiti tradizionali per la Festa della Maggiore Età

Pensando al Giappone – è quasi scontato – una delle prime immagini che balzano alla mente, è quella del kimono, ovvero del costume nazionale. Che sia una geisha ad indossarlo, una vecchietta agghindata per le feste o un uomo non importa, è sicuro che attirerà la vostra attenzione in quanto simbolo dell’eleganza e della grazia nipponica.

Kimono

Il secondo lunedì del mese di gennaio in Giappone si festeggia il Seijin no hi, ovvero la Festa della Maggiore Età per tutti quei ragazzi e ragazze che hanno compiuto o compiranno i 20 anni tra il 2 di aprile dell’anno precedente e l’1 di aprile del nuovo anno e questa sarà la vostra occasione per ammirare gli abiti tradizionali indossati appunto dai festeggiati, i quali si riversano per le strade e nei templi (spesso seguiti da un fotografo) in cerca della foto ricordo perfetta.

Kimono

La celebrazione del Seijin no hi sembrerebbe trovare radici in un lontano passato, apparentemente nell’anno 714 d.C. quando un principe, proprio per segnare il passaggio all’età adulta, cambiò il suo modo di vestire e la propria acconciatura. Festa nazionale solo dal 1948, il Seijin no hi, dall’anno 2000 si festeggia di lunedì per onorare il sistema del cosiddetto Happy Monday, una riforma del calendario lavorativo che regala quindi ai giapponesi un giorno in più di ferie oltre il weekend.

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7. Le scimmie della neve…nella neve!

Ebbene questa è stata di certo una delle prime cose che mi sono imposta di fare nel mio viaggio in Giappone in inverno, ovvero di andare a fare visita alle buffe Snow Monkeys a mollo nel loro onsen. Quale periodo migliore avrei potuto infatti trovare se non quando fuori c’è la neve?? Vi devo dire tutta la verità però: immaginavo già che si trattasse di un luogo costruito apposta per il turista e in effetti ne ho avuto la conferma e per quanto assistere alle interazioni tra le scimmie e ammirare il loro modo così umano di godersi l’acqua calda termale sia stato certamente divertente, resta il fatto che quello a cui vi troverete di fronte non è altro che uno zoo in cui gli animali vengono nutriti per mantenerli sempre in loco.

Snow Monkey 1

Macachi giapponesi al Jigokudani Monkey Park

Snow Moneky 2

Ciò che mi fa dire che sia valsa veramente la pena di andare fin là è stato dunque non solo visitare il Jigokudani Monkey Park – personalmente non farei mai il viaggio a/r in giornata da Tokyo – ma unire a questa pur sempre piacevole camminata nel bosco innevato, l’esperienza fatta in ryokan (Suminoyu) e nella stazione termale di Shibu Onsen, un villaggetto di montagna che vanta la presenza di ben 9 bagni pubblici, ognuno con diverse proprietà curative. Girare con lo yukata (vestaglia tradizionale giapponese)e gli zoccoli per il paese a caccia degli onsen credetemi, sarà una delle esperienze più esilaranti e memorabili del vostro viaggio in Giappone!

Ryokan

Il kotatsu, tavolo giapponese riscaldato nella stanza del ryokan

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8. Per chi ama gli sport invernali…

Sciare o ciaspolare è la vostra passione? Allora siete arrivati nel posto giusto perché sembrerebbe che farlo nel paese del Sol Levante sia qualcosa di assolutamente speciale e questo per via della neve particolarmente polverosa. Ora, se il non plus ultra per una vacanza all’insegna degli sport invernali dovrebbe essere l’isola di Hokkaido, ovvero l’estremo nord del paese, è vero anche che arrivarci comporterebbe necessariamente un dispendio maggiore di soldi e di tempo; puntare dunque alla Hakuba Valley per esempio, nella Prefettura di Nagano (dove si sono tenute le Olimpiadi invernali del 1998), potrebbe essere un ottimo ripiego e sicuramente più facile da inserire nel vostro itinerario per un primo assaggio di neve made in Japan!

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9. Saldi!

Tutto il mondo è paese e anche in Giappone gennaio è il mese dei saldi! Aspettate il mio prossimo articolo sui quartieri più fighi di Tokyo ed è sicuro che già soltanto lì troverete pane per i vostri denti.

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10. Tokyo illuminata

Come se non bastasse in una città già ampiamente illuminata al neon, Tokyo non si sveste delle luci natalizie subito dopo le festività, bensì continua a mantenerle fieramente ancora per qualche tempo, in alcuni casi fino alla metà o fine di febbraio. Consultate il sito di Japan Guide per maggiori informazioni a riguardo e sul dove trovarle.

Tokyo By Night

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Cosa ve ne pare allora? Vi ho convinto? Pensate, non dovrete neanche sbattervi più di tanto nel preparare la valigia perché le cose che vi serviranno le avrete già lì pronte e a disposizione nell’armadio. Non ci sarà nessun bisogno di scoperchiare il reparto estivo.

Freddo non ti temo! Il Giappone è lì che vi aspetta! WAKU WAKU!!!

Come organizzare un viaggio in Giappone

Come organizzare un viaggio in Giappone 1024 682 Sonia Sgarella

Avete presente la cartina della Metro di Milano? Awww, piccina lei! Ecco, questa invece è quella della Metro di Tokyo! Sbabam!:-0

Tokyo Metro mappa

Impressionante vero?? Mi chiedo come una città così capillarmente perforata possa mantenersi saldamente in piedi! Complimenti agli architetti! Ebbene, per tutti quelli che credevano che destreggiarsi nel “tubo” di Londra – uno dei sistemi metropolitani più estesi del mondo – fosse già sufficientemente complicato, ecco che viene a rincuorarlo la metropolitana di Tokyo, con le sue 13 linee per lo più sotterranee gestite da due compagnie diverse e una serie cospicua di linee di superficie, tra cui la JR Yamanote Line, che collega a circolo le stazioni più importanti della capitale.

Ma no dai, non andatemi in paranoia, anche le cose apparentemente più difficili possono essere facilmente decifrate con un minimo di studio preventivo e, guarda caso, sapete che c’è? Il segreto per un viaggio di successo in Giappone sta proprio in questo, nel sapersi organizzare e nel partire sufficientemente preparati, con tutte le carte in tasca da poter sfoderare al momento giusto. Questo lo si può certamente fare ed è cosa buona e giusta in un paese dove tutto (e intendo proprio tutto tutto tutto) funziona rasente alla perfezione e dove – state quasi pur sicuri –  che i vostri piani verranno rispettati non al minuto, bensì possibilmente al secondo! 🙂

Cominciamo dunque dall’inizio e vediamo: quali sono i passaggi da seguire prima della partenza e durante il viaggio per organizzare la vostra prima avventura in Giappone?

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Prima della partenza:

1. Acquistare il Japan Rail Pass e consultare Hyperdia

C’è una cosa che è fondamentale fare prima della partenza se interessati agli spostamenti in treno tra le varie città del Giappone ed è quella di acquistare il Japan Rail Pass, un abbonamento multiuso e a prezzo vantaggioso di cui possono approfittare soltanto i turisti stranieri quando ancora nei propri paesi di domicilio. Il Japan Rail Pass, per meglio intenderci, NON può essere acquistato in Giappone!

La durata di tale abbonamento può essere di 7, 14 o 21 giorni, calcolata dal giorno in cui deciderete voi stessi di farlo partire e dovrà essere attivato entro 3 mesi dalla data di acquisto. Inclusi nell’abbonamento sono tutti i treni e alcuni pullman delle linee JR, compresi gli Shinkansen – i cosiddetti “treni proiettile”- ad eccezione dei Nozomi e Mizuho e la Yamanote Line di Tokyo. Incluso è anche il traghetto per l’isola di Miyajima, vicino ad Hiroshima.

L’abbonamento può essere acquistato online su siti come questo o presso le agenzie rivenditrici come HIS Italy, con sedi a Roma e a Milano. All’atto dell’acquisto vi verrà consegnato/spedito un voucher che potrete (e dovrete) quindi convertire nel Pass vero e proprio solo una volta arrivati in Giappone dietro presentazione del passaporto. Il costo può variare leggermente a seconda del cambio euro/yen ma rimane comunque indubbiamente conveniente. Ad oggi siamo intorno ai 247 euro per quello da 7 giorni.

Japan Rail Pass

Per rendervene ancor più conto, ideato il vostro itinerario, consultate il sito Hyperdia, una fonte preziosa per informazioni circa gli orari e i prezzi dei treni, con le varie opzioni di percorso disponibili in un semplice click. Io per esempio, con l’acquisto del Japan Rail Pass ho risparmiato circa 100 euro rispetto a quello che avrei speso acquistando i biglietti singolarmente. Come si suol dire comunque  il concetto è questo: basterebbe un solo viaggio a/r Tokyo-Kyoto per ripagare quasi interamente il costo di un abbonamento da 7 giorni.

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2. Cambiare la valuta

Se non è così difficile da reperire, io personalmente preferisco sempre avere con me un po’ di moneta del posto con la quale far fronte alle prime esigenze in loco senza dovermi cimentare fin da subito nell’utilizzo di un bancomat, specialmente dopo 12 ore estenuanti di volo. Se poi è vero che cambiare euro in valuta straniera in Italia conviene più che farlo all’estero, perché allora non approfittarne?

Con il fatto che ormai le prenotazioni degli hotel le si salda quasi sempre online, che il Pass per i trasporti lo comprerete prima della partenza e che spesso e volentieri si possa pagare direttamente negli esercizi commerciali con carta di credito (anche prepagata, Visa o Mastercard), alla fine il contante di cui avrete bisogno per un ipotetico viaggio di due settimane, non ammonterà comunque di certo a migliaia di euro. Potreste di fatto anche pensare di portarne a sufficienza per tutta la durata del viaggio e quindi evitare completamente di prelevare in loco pagando inutili commissioni alle vostre banche.

Il Giappone è noto per essere uno dei paesi con il minor tasso di criminalità al mondo per cui non mi preoccuperei assolutamente del fatto che vi possano derubare.

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3. Prenotare gli alloggi

Credo che per questo ormai ci siano più modi che giorni in un anno, basta sapere un po’ smanettare tra i  vari Booking.com, Airbnb e Agoda del caso. E’ importante prenotare con anticipo, soprattutto se in alta stagione, per accaparrarsi le migliori offerte avendo quanta più scelta possibile ed evitando così di trovarvi a pagare degli spropositi per delle sistemazioni che magari non lo meritavano neanche.

Mi raccomando: fate sempre attenzione ad un’informazione importante quale la metratura della stanza! Credetemi, in alcuni contesti – e non sto parlando dei letti in capsula ma di stanze d’hotel o mini appartamenti –  potreste seriamente avere dei problemi ad aprire la valigia! Anche quei 2 metri di spazio in più risulteranno quindi essere di vitale importanza! 

Valutate inoltre la distanza dalla fermata della metro se a Tokyo, dalla stazione dei treni se altrove e se previsto il servizio pick up incluso nel caso di ryokan dispersi tra i monti.

Assolutamente imperdibile è l’esperienza in ryokan, l’alloggio tradizionale, con letti tradizionali, cena tradizionale e – cazzo che dramma! – con colazione tradizionale! Di seguito comunque vi elenco le strutture in cui ho alloggiato io durante il mio soggiorno di due settimane:

– Smile Hotel Asakusa – Tokyo – 4 notti – HOTEL

– Japaning Hotel Hakkoen – Kyoto – 3 notti – APPARTAMENTO

– Hotel Mystays Kanazawa Castle – Kanazawa – 1 notte – HOTEL

– Suminoyu – Shibuonsen – 1 notte – RYOKAN

– Tatsumikan – Kamimoku – 1 notte – RYOKAN

– Hotel Sails – Tokyo – 4 notti – APPARTAMENTO

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4. Prenotare il Pocket Wifi

Io personalmente non l’ho acquistato e credetemi, ho incontrato reti wifi libere praticamente ovunque: negli hotel, nelle stazioni, sui treni, per strada, da Starbucks e nei centri commerciali però, foste maniaci della connessione o veramente vi servisse, l’opzione Pocket Wifi è certamente la migliore tra quelle da considerare. Si tratta fondamentalmente di un piccolo router che vi porterete appresso e che vi garantirà connessione continua ovunque siate. Lo potete ordinare online – vi sono vari siti, tra cui questoe optare per il ritiro in aeroporto al vostro arrivo o la consegna in hotel. Assicuratevi che il pacchetto preveda l’utilizzo dati illimitato e possibilmente l’assicurazione. In alcuni casi troverete anche l’inclusione di un power bank ma se così non fosse, portatelo voi.

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5. Studiare la mappa della Metro di Tokyo

Ma eccoci dunque ritornati al punto di partenza perché, checché lo vogliate o no cari ragazzi, quella benedetta carta della Metro dovrete per forza cercare di capirla e credetemi, farlo non è poi così difficile. Basatevi innanzitutto sulla leggenda allegata alla mappa, la quale vuole essere chiarificante circa i colori e i nomi delle linee. Sì perché a Tokyo le linee sono designate da un colore e da un nome, non da un numero. I numeri sono di riferimento solo per le singole stazioni.

Leggenda Tokyo Mtero

Le società che gestiscono la fitta rete di trasporti dell’aerea metropolitana sono varie ma per quanto riguarda le 13 linee sotterranee, soltanto due: Tokyo Metro Line e Toei Line, informazione che vi tornerà utile nella scelta dell’abbonamento. Individuati dunque il colore e la lettera di riferimento della linea (A per Asakusa Line, H per Hibiya Line, G per Ginza Line), ora non vi resta che capire il concetto che sta dietro al numero.

Tokyo Metro

Allungando le linee su una retta immaginaria, noterete che le varie fermate sono scandite in sequenza numerica, dalla 1 alla 20 circa, a seconda della linea. Se voi vi trovate quindi per esempio alla fermata di Ueno sulla Ginza Line (G-16) e volete dirigervi ad Asakusa, dovrete seguire le indicazioni per G-19; se invece siete diretti a Shibuya, per G-1.

Tokyo Mtero - Ginza Line

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In aeroporto:

6. Convertire il Japan Rail Pass e prenotare i posti a sedere

Eccovi dunque finalmente atterrati nel paese del Sol Levante, stanchi che non vedete l’ora di fiondarvi in hotel a farvi una doccia e invece no, dovrete pazientare ancora un attimo e portare a termine quel paio di cosette che vi conviene  sistemare quando ancora in aeroporto. Convertite quindi innanzitutto il voucher che avete ricevuto in Italia nell’effettivo Japan Rail Pass. Per farlo sarà sufficiente recarsi nell’ufficio JR, presentare il voucher insieme al passaporto e comunicare la data in cui volete farlo partire. Se avete intenzione di passare qualche giorno a Tokyo scegliete come data di inizio quella in cui avete programmato di effettuare il primo spostamento lungo fuori città.

Già che ci siete poi, con le date sottomano, potreste anche effettuare le prenotazioni per i posti a sedere sulle tratte che lo prevedono e incominciare quindi a collezionare i biglietti di riferimento. La prenotazione del posto non è obbligatoria – tutti i treni contemplano infatti sempre la presenza di carrozze a posti liberi – ma è ovvio che si tratta di una possibilità che, non costando nulla di più, tanto vale sfruttare per garantirsi un viaggio comodamente seduti. Se il treno invece non contempla la presenza di carrozze a posti assegnati, sarà sufficiente salire a bordo e mostrare il solo Pass in caso di controllo.

Japan Rail Pass

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7. Acquistare il biglietto per il transfer dall’aeroporto al centro, l’abbonamento alla Metro di Tokyo e la carta Pasmo/Suica

E’ arrivato finalmente il momento di spostarsi in centro e quindi di accedere al fantastico mondo dei trasporti giapponesi ma prima di tutto dovrete acquistare i biglietti per poterci salire a bordo. La cosa più conveniente per chi si ferma a Tokyo oltre le 24 ore ed è intenzionato ad esplorare la città, è quella di acquistare un biglietto valido per più giorni e, di nuovo, messo a disposizione per i soli turisti stranieri. Il costo è decisamente conveniente e vi permetterà di utilizzare le linee di entrambe le società che ne gestiscono la fitta rete, ovvero la Tokyo Metro Line e la Toei Line.

Tokyo Metro

Insieme a questo tipo di abbonamento, è possibile approfittare di tariffe vantaggiose anche per la tratta Narita-Ueno a bordo del Keisei Skyliner, il servizio più rapido di trasporto in città. Sempre per i turisti stranieri sono in vendita infatti degli abbonamenti che includono sia il transfer di sola andata o andata e ritorno da/per l’aeroporto e biglietti da 24/48/72 ore della metro, la cui validità e scadenza viene calcolata a partire dall’orario del primo utilizzo. L’abbonamento della metro potete farlo quindi partire anche il giorno dopo.

Tokyo Metro

A seconda del dove sarete alloggiati e del vostro orario di arrivo comunque esistono anche altri sistemi di trasporto dall’aeroporto verso il centro, alcuni più economici ma anche ovviamente più lenti, quali il servizio Limousine Bus, il Narita Express e i treni delle linee JR Sobu e Keisei Access Express (comodo se diretti ad Asakusa). Allo stesso modo esistono anche altri tipi di abbonamenti giornalieri ma è certo che quelli di cui vi ho appena parlato sono i più convenienti.

Un’altra chicca nel panorama dei trasporti e non solo, sono le tessere ricaricabili Pasmo e Suica, utilizzabili come “moneta elettronica” sia presso i tornelli delle stazioni e sugli autobus ma anche per fare acquisti nei negozi convenzionati, come nei 7Eleven e Family Mart, i convenience stores aperti 24/7. Dopo aver acquistato la carta prepagata presso gli sportelli automatici della stazione dell’aeroporto (il costo è di 500 Yen) e averla ricaricata di una cifra a vostra scelta, potrete attraversare i tornelli delle stazioni semplicemente toccando con la scheda l’area designata e il prezzo del biglietto vi verrà dedotto automaticamente.

Tokyo Metro

Queste tessere le potrete utilizzare il primo giorno se per esempio dovete effettuare un solo tragitto con la metro e non volete far partire subito l’abbonamento di più giorni, oppure se siete diretti nei dintorni di Tokyo e non avete ancora attivato il Rail Pass ma anche su quasi tutti i treni e pullman del Giappone. Le tariffe sono solitamente leggermente più basse rispetto a quelle che paghereste acquistando un biglietto singolo e alla fine del vostro soggiorno, recandovi presso l’apposito ufficio, vi verranno restituiti sia la cifra che dovesse eventualmente avanzare, sia i 500 Yen pagati per acquistarla. Il sistema fondamentalmente è lo stesso della Oyster di Londra.

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8. Ritirare il Pocket Wifi

Se l’avete ordinato con consegna in aeroporto, seguite le istruzioni ricevute e passate a ritirarlo.

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In città:

9. Applicare tutto quanto imparato finora

Ebbene si, è arrivato il momento di mettere in pratica tutto quanto appreso finora e di sfoderare quindi tutti i vostri biglietti, tessere e abbonamenti. Attenzione che a volte la mappa della metro di Tokyo può essere ingannevole: spesso risulta infatti più veloce scendere ad una fermata – anche se sulla cartina vi sembra più lontana – e camminare verso la vostra destinazione piuttosto che cambiare linea per raggiungere in treno esattamente la fermata che vi sembra essere la più vicina. Per esempio se volete raggiungere la Stazione di Tokyo e vi trovate sulla Ginza Line è inutile cambiare a Ginza e prendere la Marunouchi Line per poi tornare indietro; scendete piuttosto a Kyobashi e camminate cinque minuti. Controllate quindi sempre su Google Maps il percorso più conveniente in termini di tempo! Per riconoscere le fermate della Metro fate riferimento a questo simbolo.

Tokyo Metro

Le uscite – che in alcune stazioni sono innumerevoli – possono essere indicate con un numero, con delle lettere maiuscole seguite da un numero, oppure con un numero seguito da una lettera minuscola, il tutto nero su fondo giallo. Per capire quale prendere è necessario fare riferimento alle mappe che troverete nelle stazioni, sia in zona piattaforme dei treni, sia in zona tornelli.

Tokyo Metro

10. Comportatevi bene!

Mantenete  sempre la sinistra sulle scale mobili, mettetevi in fila in attesa del treno come indicato per terra e shhhhh, fate silenzio: in Giappone è maleducazione parlare al telefono o ad alta voce sui mezzi di trasporto! Se poi vi capiterà di dover prendere la metro a Tokyo nelle ore di punta e le carrozze dovessero essere stracolme, fate come loro: approcciate la porta, giratevi di schiena e con nonchalance spingetevi addosso alla folla. Vedrete che magicamente vi ritroverete a bordo anche voi! Buon viaggio!!! 🙂

Trekking in Nepal: Circuito dell’Annapurna e Lago Tilicho

Trekking in Nepal: Circuito dell’Annapurna e Lago Tilicho 1024 682 Sonia Sgarella

Voce del verbo yakkare = muoversi come uno yak: un incedere lento e costante, pesante e imperterrito, perseverare in modalità slow motion, lavorare sul risparmio energetico, fare in modo che il corpo si muova per inerzia sperando che la mente tenga a bada sé stessa e che vi porti a destinazione, possibilmente senza troppa fatica.

Circuito Annapurna

Ah quanto sono sarcastici i nepalesi: nepali flat, killing up, killing down, dhal bhat power 24 hours e adesso ci sta pure che sopra i 4.000 metri non si parli più di trekking, bensì di yakking! Ma quanto hanno ragione! 🙂 Ho ancora impressa davanti agli occhi quell’immagine emblematica: noi – io, Maddalena e Mattia – seduti nella tiepida sala da pranzo di un lodge di Thorung Phedi sorseggiando un hot ginger lemon e loro – il mondo fuori dalla finestra – che si muove al rallentatore in salita verso l’High Camp.

A 4.500 metri non bisogna disperdere le energie; l’obiettivo è cercare un passo lento e cadenzato, lasciare che sia il respiro a comandare il movimento e concentrarsi sugli istanti presenti senza pensare alla meta. Ricordatevi: la vera sfida non è arrivare ma è farlo in forma come quando si è partiti! Fare yakking, non trekking! Le prestazioni di velocità, se proprio dovete, risparmiatele  piuttosto per la discesa, quando vi servirà scaricare un po’ di tensione dalle ginocchia.

Circuito dell'Annapurna e Lago Tilicho

Volete sapere dove è stata scattata questa foto? Lungo quello che da decenni (venne aperto al turismo dal 1977) viene considerato come uno dei trekking più belli del mondo: il Circuito dell’Annapurna signore e signori, un susseguirsi continuo di paesaggi mutevoli e, a mio modesto parere, in una posizione d’eccellenza tra i migliori trekking del Nepal!

Circuito dell'Annapurna

Giorno 2: tra Gyaru e Ngawal

Circuito dell'Annapurna

Gangapurna @ 7.455 m.

Circuito Annapurna

Giorno 4: da Manang a Sri Kharka, valle del fiume Marsyangdi 

Circuito Annapurna

Giorno 9: da Ranipauwa a Lubra, Lower Mustang

Dal verde lussureggiante di un’antica foresta pluviale all’arido colore dell’Altopiano Tibetano nel deserto del Lower Mustang, passando – e questo a mio avviso non dovrebbe assolutamente mancare – per uno specchio d’acqua incontaminato tra i più alti del mondo; il tutto sempre e ovviamente incorniciato dalle vette leggendarie dell’ Annapurna II, III e IV , del Gangapurna, Tilicho, Chulu, Pisang, Dhaulagiri, Manaslu; insomma, dalle vette più alte del pianeta!

Circuito dell'Annapurna

Dhaulagiri @ 8.167 m.

E’ vero, negli anni – avrete sentito dire – ne hanno deturpato in parte la bellezza costruendoci la strada lungo parti del tracciato dove prima si poteva solo camminare ma il cuore del percorso è ancora intatto ed è proprio lì che ci si dovrebbe recare: da Chame a Jomson, passando per il Thorung La e per il Lago Tilicho!

Circuito Annapurna

Mettetelo in conto: gli spostamenti in autobus fino a Besisahar, in jeep fino a Chame e in jeep o in autobus da Jomson a Pokhara non sono cosa da poco – se non abituati o predisposti potrebbero mettere a dura prova la vostra resistenza psico-fisica – ma, una volta incominciato il cammino credetemi, sarete pronti ad ammettere di essere disposti a farlo di nuovo. Da Jomson comunque – volendo e tempo permettendo – è possibile fare rientro a Pokhara in aereo con un volo diretto di 20 minuti, forse una valida alternativa ad 8 ore di calvario su strada sterrata.

Con qualunque mezzo decidiate di spostarvi comunque fate in modo di percorrere l’itinerario da est a ovest, in senso anti orario e  questo perché l’ascesa al Thorung La (5.414 metri) vi risulti più gestibile dato il minor dislivello.

Il mio itinerario

1. Da Chame  ad Upper Pisang – 16 km – 765 D+ – 175 D-

È così, il primo giorno di cammino di solito è quello che offre meno attrattive in termini paesaggistici: le montagne più alte sono ancora troppo lontane per essere ammirate in tutta la loro imponenza – anche se l’emozione nello scorgerle è tanta – e la strada carrozzabile ancora troppo vicina per darvi l’idea di essere immersi in un ambiente naturale incontaminato; il primo giorno, inoltre, è quello di ricerca dell’assestamento fisico: ci si deve abituare alla presenza costante di uno zaino sulle spalle,  leggero o pesante che sia, alle scarpe, che forse non mettevate da un po’ o che – grandissimo errore – non avete neanche mai messo.

Circuito Annapurna

Vi trovate catapultati in un ambiente nuovo, entusiasti ma anche inconsciamente preoccupati, con varie domande che vi frullano nella testa tra le quali “chissà se ce la farò?”.  Andate tranquilli, è normale che sia così: godetevi anche questi momenti e provate poi a ripensarci alla fine del viaggio…vi verrà da sorridere!

Leggi anche L’ABC del trekking in Nepal: semplici regole per stare bene

Questa prima giornata, in termini di difficoltà non è certo una delle più impegnative, ma proprio perché siete freschi e forse digiuni di camminate da qualche tempo, si farà comunque sentire. Mettiamola così comunque: partire da Chame (2.670 m.) vuol dire risparmiarsi la parte più calda del percorso e quindi faticare sì, ma non più di tanto..

Dopo circa 1h30 di cammino da Chame, in parte su strada sterrata e in parte su sentiero, raggiungerete l’apple farm di Bhratang. Un’apple farm in Nepal?? Ebbene sì, piantagioni di mele come in Trentino!!! Era infatti il marzo del 2015 quando un intraprendente proprietario terriero acquistò dall’Italia 60.000 alberi da mela e decise di piantarli proprio lì, nel luogo dove oggi sorge la più grande produzione di mele di tutto il Nepal.

Continuando un’altra ora si arriva a Dhukar Pokhari, un piccolo agglomerato di tea houses coloratissime perfetto per fermarsi a mangiare. Da qui potreste decidere di continuare lungo la strada carrabile verso Lower Pisang ma certo non si tratta della miglior decisione; l’opzione migliore è invece quella di proseguire lungo il sentiero verso Upper Pisang e da lì, incominciare a godere dei panorami incredibili che vi si apriranno di fronte agli occhi.

Circuito dell'Annapurna

..la vedete anche voi una faccia nella montagna???

Circuito dell'Annapurna

Upper Pisang – sentiero verso Ghyaru

Ad Upper Pisang (3.350 m.) stanno aprendo numerose nuove tea houses – io sono stata per esempio nel nuovissimo Hotel Mountain Bridge – per cui non fate caso alle guide datate che ne menzionano soltanto quattro. A sovrastare il villaggio, il monastero buddhista merita sicuramente una visita; mettetelo in programma prima che diventi buio.

2. Da Upper Pisang a Manang – 18 km – 840 D+ – 615 D-

Ebbene qui la storia comincia a farsi un po’ più impegnativa sia in termini di distanza che in termini di dislivello ma tranquilli, il giorno dopo avrete modo di riposare a Manang! Il percorso ufficiale e decisamente più panoramico è quello che da Upper Pisang prosegue in salita verso Ghyaru (2h. 320 D+), un paesello interessante incorniciato dai terrazzamenti per la coltivazione prevalente di orzo e grano saraceno.

Circuito dell'Annapurna

Muro Mani

Circuito dell'Annapurna

Tante delle antiche abitazioni sono state abbandonate dalla popolazione (che negli anni si è trasferita a Pokhara o a Kathmandu) ma vi capiterà sicuramente di incontrare ancora qualche donnina che da qui ha deciso invece di non andarsene – e che continua quindi ancora a lavorare nei campi, con gli abiti tradizionali e la pelle bruciata dal sole.

Circuito Annapurna

Ghyaru @ 3.730 m.

Circuito dell'Annapurna

Da Ghyaru ci si allontana ancora in salita fino a raggiungere i 3.750 m. di un piccolo passo che vi regalerà immagini memorabili dei suoi dintorni, per poi cominciare a discendere verso Ngawal (1h15, 3.680 m.), un buon punto di ristoro per fermarsi a rifocillare lo stomaco. Lungo tutto il percorso le viste sull’Annapurna II, IV e III e sulla valle del fiume Marsyangdi continuano ad essere semplicemente sublimi!

Circuito Annapurna

Annapurna II @ 7.937 m.

Circuito dell'Annapurna

Pareti di ghiaccio sull’Annapurna II

Ora, da Ngawal a Manang avete di nuovo due possibili opzioni: una alta più lunga (4h) e una bassa più breve (2h30); noi abbiamo optato per quella più breve, ovvero per un tratto di strada sterrata (da dove non passa praticamente nessun veicolo) che prosegue in discesa fino a Munji e quindi da lì, un po’ su sentiero e un po’ su strada, fino a Manang (via Braka).

Circuito dell'Annapurna

Ngawal @ 3.680 m.

Circuito dell'Annapurna

Braka @ 3.470 m.

Braka (3.470 m.) – trovandosi circa alla stessa altezza di Manang – potreste considerarla come un’altra opzione di sosta per la prima notte di acclimatamento – e proseguire poi a Manang soltanto per la seconda. Da Braka è per esempio immediato accedere al sentiero che conduce all’Ice Lake (4.600 m. – 4/6 ore a/r), una tra le escursioni possibili da compiere in mezza giornata durante la mattinata successiva. L’alternativa – così come abbiamo fatto noi – è invece appunto quella di continuare direttamente a Manang e lì fermarsi due notti.

3. Acclimatamento a Manang (3.519 m.)

Manang è il villaggio più grande dell’omonimo distretto e conta certamente un numero sufficiente di tea houses da poter garantire alloggio a tutti i viaggiatori anche in periodi di alta stagione.

Circuito Annapurna

Manang vista dal greto del fiume Marsyangdi

Circuito Annapurna

Manang vista dal sentiero verso il View Point

Costruita sul bordo di una panoramica parete sedimentaria che si sgretola verso valle laddove il fiume Marsyangdi ne ha scavato il suo ampio letto, Manang costituisce per la maggior parte dei trekkers diretti verso il Thorung La, una tappa fondamentale di acclimatamento alla quota e offre quindi al turista qualche occasione in più di svago e ristoro, tra cui un paio di caffetterie, alcuni negozi e un locale che propone la visione di film a varie ore del giorno.

Circuito dell'Annapurna

In quanto a passeggiate nei dintorni consigliate sempre per aiutare il corpo ad acclimatarsi – la regola vuole che sia meglio dormire più in basso rispetto al punto più alto raggiunto in giornata – la più gettonata è sicuramente quella al laghetto del Gangapurna (che svetta con i suoi 7.455 m. dall’altro lato della valle) e al punto panoramico situato circa 200 m. più in alto. Lassù troverete anche una piccola tea house che oltre a bevande calde di vario tipo vende anche qualche souvenir a prezzi ancor più convenienti che non in paese (dove comunque si riescono ad ottenere dei buoni affari).

Circuito dell'Annapurna

Ghiacciaio del Gangapurna

Circuito dell'Annapurna

Laghetto del Gangapurna

Un’altra possibilità un po’ più impegnativa – io non ci sono stata ma dovrebbero essere circa 2h – potrebbe invece essere quella di raggiungere il Praken Gompa (3.945 m.), appollaiato come un nido d’aquila sul ripido versante della montagna che sovrasta Manang e dove per anni ha vissuto il vecchio monaco Deshi Lama dando benedizioni a tutti i visitatori. Attualmente sembrerebbe che sia la figlia ad accogliere gli avventurieri ma comunque, benedizione a prescindere, il luogo costituisce un ottimo punto panoramico su tutta la valle.

4. Da Manang al Tilicho Base Camp – 15,5 km – 1.000 D+ – 420 D-

A questo punto dovrete scegliere: continuare dritti verso il Thorung La – rimanendo dunque fedeli al percorso principale del Circuito – o prendere la deviazione verso il Lago Tilicho, aggiungendo quindi due giorni  di cammino al vostro programma. Non c’è ombra di dubbio: la seconda opzione è quella da scegliere come una delle migliori escursioni da fare nella zona!

Circuito Annapurna

Shiva Bom Bolenath!

Tilicho Lake, il lago più alto del mondo (4.919 m.) – o almeno questo è quel che si dice – è un’incantevole distesa di acqua turchese immersa in un ambiente grandioso e incontaminato sovrastato dall’imponente parete del Tilicho Peak (7.134 m.): un luogo estremamente suggestivo che vale tutta la pena (e la fatica) di essere visitato.

Circuito Annapurna

Da Manang il percorso prosegue prima su strada sterrata e poi su sentiero verso Khangsar (3.745 m. – 1h45) e almeno all’inizio, in uscita da Manang, corrisponde con quello che si estende verso il Thorung La. Seguite le indicazioni in prossimità del bivio. Khangsar, l’ultimo villaggio raggiungibile su strada, volendo potrebbe anche costituire una seconda opzione di appoggio per le vostre giornate di acclimatamento, trovandosi soltanto 200 metri più in alto rispetto a Manang ed essendo comunque da lì sempre possibile raggiungere sia il Lago Tilicho che Yak Kharka; da Khangsar parte infatti un sentiero in salita che si ricongiunge con quello alto Sri Kharka – Yak Kharka, il quale viene percorso di ritorno dal Tilicho in direzione del Thorung La.

Circuito Annapurna

Campi di grano saraceno in uscita da Manang

Esattamente all’altezza di Khangsar (3.734 m.) e che si estende fino al Tilicho, incomincerete ad essere accompagnati dalle viste spettacolari delle imponenti pareti verticali della cosiddetta Grande Barriera, un gigante ed esteso muro di pietra e ghiaccio che venne così denominato da Maurice Herzog nel suo tentativo di trovare una  via d’accesso alla vetta dell’Annapurna I. Le vicende di questo grande alpinista francese che per primo, insieme al team della sua spedizione, nel 1950 riuscì a conquistare la sommità di uno degli ottomila sono raccontate all’interno del libro “Annapurna”, scritto da lui personalmente.

Circuito dell'Annapurna

La Grande Barriera

Da Khangsar a Sri Kharka, passando per il monastero di Tare Gompa, sono circa 350 metri di dislivello che dovreste riuscire a percorrere in circa 1h. A Sri Kharka vi dovrete fermare per pranzo, non essendovi poi altre possibilità fino al Tilicho Base Camp, il quale dista da lì altre 2h15 circa di cammino.

Circuito Annapurna

Monastero di Tare Gompa

Il percorso che va da Sri Kharka al Tilicho Base Camp ha davvero dell’incredibile: quasi vi sembrerà di essere sbarcati su un altro pianeta. Stiamo entrando nella fascia trans himalayana, il terreno si fa totalmente arido dando vita a formazioni rocciose dall’aspetto lunare e vi troverete a questo punto ad attraversare versanti ripidi e ghiaiosi.

Circuito Annapurna

Pinnacoli di roccia sulla strada per il Tilicho Base Camp

Circuito Annapurna

Sarà dunque molto importante in questa fase fare attenzione non solo a non scivolare ma anche ad eventuali cadute di sassi dall’altro. Tenete gli occhi bene aperti, mantenetevi a debita distanza da chi vi precede (si suole consigliare almeno una decina di metri) ed evitate di sostare nei punti più esposti. Per il resto ovviamente godetevi lo spettacolo!

Circuito Annapurna

Il Tilicho Base Camp, che sorge ad un’altezza di circa 4.000 metri, si trova ben nascosto dietro al versante di una collina, per cui riuscirete a scorgerlo solo quando praticamente ormai arrivati. Data la popolarità che sta acquisendo la zona, al momento della mia visita erano in corso i lavori per la costruzione di un nuovo lodge, ultimato il quale ve ne saranno dunque quattro.

Circuito Annapurna

Tilicho Base Camp @ 4.150 m.

5. Da Tilicho Base Camp al Tilicho Lake e Sri Kharka – 18,7 km – 1.185 D+ – 1.250 D-

Vi ho già spiegato quanto valga la pena raggiungere il Lago Tilicho vero? Ebbene questo concetto tenetelo saldo nella mente sopratutto quando, ad un certo punto dei 900 metri di dislivello che vi separano dalla meta, vi sembrerà di stare morendo! 🙂 Scherzo ovviamente, non morirete di certo ma è vero anche che, come prima impresa sopra i 4.000 metri, quella del Lago Tilicho non è certo una scampagnata.

Circuito Annapurna

Ricordatevi, yakking is the way: passo lento e calibrato col respiro, non cercate di strafare; il Lago Tilicho non si sposta, è lassù che vi aspetta a qualunque ora arriviate. Certo l’ideale sarebbe in mattinata – verso le 11 è infatti solito alzarsi il vento – e con un margine di tempo sufficiente per tornare a Sri Kharka ad un orario accettabile, prima che faccia buio. Tanto per darvi un’idea, noi siamo partiti alle 6 dal Tilicho Base Camp (la cucina apre prestissimo e volendo potreste anche fare una colazione leggera), abbiamo raggiunto il lago (4.990 m.) dopo circa 2h45, impiegato 1h45 per rientrare al Campo Base e, fatta colazione, altre 2h da lì a Sri Kharka.

Circuito Annapurna

Neve sopra ai 4.500 m.

Circuito Annapurna

Alpeggi abbandonati verso il Tilicho

Circuito Annapurna

Landslide Prone Area – sentiero di rientro a Sri Kharka

Ovviamente per la prima parte di questa tappa potrete lasciare tutto il peso superfluo nel lodge del Tilicho Base Camp e portare quindi con  voi solo uno zainetto con al suo interno lo stretto necessario: acqua, snack vari, quanto di abbigliamento più caldo abbiate a disposizione e una torcia frontale (con la quale partirete). In caso di neve abbondante sarà necessario prevedere inoltre l’utilizzo di ghette e ramponcini per cui assicuratevi di averli con voi.

6. Da Sri Kharka a Yak Kharka – 9,8 km – 500 D+ – 515 D-

Per raggiungere Yak Kharka da Sri Kharka potrete mantenervi direttamente sul sentiero alto che passa per le rovine di Upper Khangsar e del suo antico monastero abbandonato e quindi evitare in questo modo di dover fare ritorno a Khangsar o addirittura a Manang. Il tragitto anche oggi è di nuovo meraviglioso e il piacere di mantenersi per lunghi traversi quasi sempre alla stessa altezza vi farà godere ancor di più l’esperienza.

Circuito Annapurna

Rovine del monastero di Old Upper Khangsar

Circuito dell'Annapurna

Girando intorno alla collina che separa la valle del Marsyangdi da quella del Thorung Khola, la prospettiva incomincia a cambiare, aprendosi ora verso le suggestive vette dei monti Chulu (Chulu West, Chulu Central, Chulu East e Chulu Far East), tutte sopra i 6.000 metri di altezza e possibili mete di scalate alpinistiche.

Circuito Annapurna

Monti Chulu

Circuito Annapurna

Qui il sentiero scende ripido per circa 200 metri fino al letto del fiume e quindi, superato il ponte sospeso e la tea house che si trova dall’altro (un buon punto per pranzare), risale il versante della collina per riportarvi di nuovo alla stessa altezza di prima. Il totale di cammino effettivo per questa giornata sarà di circa 3h30. Arrivati a Yak Kharka non perdetevi la torta al cioccolato dell’Hotel Gangapurna!

Circuito Annapurna

Valle del Thorung Khola

7. Da Yak Kharka a Thorung Phedi – 7 km – 570 D+ – 80 D-

Una giornata breve ma emotivamente intensa che vi porterà alla base del Thorung Peak (6.144 m.) e a solo una notte di distanza – la notte prima degli esami! – dal famigerato Thorung La (5.416 m.), il – dicesi – Passo più alto del mondo! Ebbene circa questa tappa c’è poco da dire, sono solo 2h di cammino per 570 m. di dislivello positivo e, se siete già passati dal Lago Tilicho, l’altezza per voi non dovrebbe costituire di certo un problema.

Circuito Annapurna

Ponte sospeso sul Thorung Khola

Il paesaggio ovviamente continua a regalare degli scorci pazzeschi e il sentiero anche questa volta vi porterà ad attraversare, oltre ad un lungo ponte sospeso sul Thorung Khola, ripidi versanti ghiaiosi a rischio caduta sassi. Tra Manang e Thorung Phedi, a circa 40 minuti di cammino dalla prima, attraverserete poi anche l’insediamento di Churi Ledar (4.200 m.).

Circuito Annapurna

Ponte sospeso di Churi Ledar

Arrivati a Thorung Phedi (4.450 m.) avrete così praticamente tutta la giornata a disposizione e non vi resterà quindi che trovare i mille modi per occupare il tempo, tra cui chiacchierare con altri viaggiatori, leggere, scrivere il diario, giocare a carte, bere, mangiare; l’unica cosa che vi sconsiglio è quella di dormire, onde evitare di rimanere ad occhi aperti tutta la notte e arrivare ad attraversare il passo con le batterie completamente a terra.

Circuito Annapurna

Nel 1981, quando ancora tra Manang e Muktinath non esisteva alcun punto d’appoggio, un intraprendente pioniere del turismo locale pensò che aprire a Thorung Phedi una prima tea house potesse essere un buon modo per cominciare a fare affari. Così fu: dal 1981 il Thorung Base Camp Lodge accoglie i visitatori che si apprestano ad attraversare il passo e oggi, nella sua grande sala da pranzo, potrete sorseggiare una bevanda calda degustando degli ottimi cinnamon rolls, una prospettiva decisamente allettante quando fuori le temperature si avvicinano sempre di più allo zero!

8. Da Thorung Phedi a Muktinath – 13 km – 880 D+ – 1.600 D-

Ed eccolo finalmente, il grande giorno è ormai arrivato e vi toccherà svegliarvi prima dell’alba – che non vuol dire necessariamente alle 2 di notte, anzi, a mia opinione partire alle 5 è già più che sufficiente. Sveglia dunque alle 4, colazione veloce (la cucina apre alle 3) e poi via che si va: la salita iniziale fino all’High Camp (4.870 m.) sarà già di per sé una bella prova di resistenza ma dovreste riuscire a coprirla in massimo 1h30 (noi ne abbiamo impiegata 1h).

Circuito Annapurna

Prime luci del mattino all’High Camp

L’idea di passare la notte prima della traversata all’High Camp e risparmiarvi quindi al mattino, oltre alla levataccia, anche 400 m. in più di dislivello positivo lo so, potrebbe essere allettante ma il rischio di incappare nei sintomi del Mal di Montagna purtroppo molto più alto e non vorreste mai che questo compromettesse o ritardasse la vostra impresa; solo per chi è perfettamente acclimatato alla quota – la deviazione al Lago Tilicho in teoria dovrebbe già essere sufficiente – e solo se la notte precedente avete dormito a Churi Ledar, questa potrebbe essere una soluzione; se avete invece dormito a Yak Kharka la differenza d’altezza è troppo grande (circa 900 m.) e dovreste quindi assolutamente evitare di dormire all’High Camp.

Circuito Annapurna

Sole che illumina il Thorung Peak – verso il Tgorung La

Da qui il sentiero continua per altri 20 minuti in leggera salita fino ad attraversare un ponte di ferro e quindi in salita un po’ più decisa fino ad una piccola tea house. In totale da Thorung  Phedi fino al Thorung La io ci ho messo 3h20 e tante volte ho pensato di essere quasi arrivata quando invece si trattava di falsi passi. Ma non vi preoccupate, alla fine arriva anche quello giusto, con tanto di cartello di congratulazioni e la classica serie infinita di bandierine colorate che svolazzano al vento. Ce l’avete fatta cazzo!!! :-)))

Circuito Annapurna

Grandi ragazzi!!!

Vento e temperatura permettendo prendetevi qui quella bella mezz’ora per scattare le foto di rito e godervi il momento e poi di nuovo pronti in modalità discesa: da qui si va giù in picchiata per 1.600 metri! Guardatelo il Lower Mustang che smeraviglia: il paesaggio è cambiato totalmente e nonostante siate accanto a dei ghiacciai imponenti (alla vostra sinistra quello del Thorung Peak), riuscite a scorgere in fondo alla valle l’oasi di Muktibath. Il terreno è arido , un perfetto deserto d’alta quota che mi ricorda tanto il Ladakh e dall’altra parte sullo sfondo, eccolo che comincia ad apparire e a mostrarsi in tutta la sua eleganza: Sua Maestà il Dhaulagiri!

Leggi anche Viaggio in Ladakh: benvenuti in paradiso

Circuito Annapurna

Ghiacciaio del Thorung Peak

Circuito Annapurna

Lower Mustang – oasi di Muktinath in fondo alla valle

Circuito Annapurna

Il Dhaulagiri che incomincia a farsi vedere

2h30 di killing down, alla fine delle quali piedi e ginocchia vi chiederanno pietà di loro ma ecco che siete arrivati circa a quota 4.200 m. e alle cinque tea houses dove finalmente vi potrete sedere a mangiare. E’ stata indubbiamente una grande impresa quella che avete appena compiuto e vi meritate adesso un po’ di sano riposo. Da qui vi aspetta ancora un’altra ora per l’area templare di Muktinath (3.760 m.) e quindi altri 15 minuti per la zona dei lodge a Ranipauwa (3.700 m.). In totale nella sola giornata di oggi avrete camminato per circa 7 ore escluse le pause.

Circuito Annapurna

Muktinath è luogo di pellegrinaggio probabilmente da secoli (c’è chi dice millenni) e questo sia per i devoti di fede induista che per quelli di fede buddhista. In generale si crede che a Muktinah, per via di una fessura nel terreno da cui allo stesso tempo sgorga dell’acqua ed emana un’eterna fiammella blu, i cinque elementi della natura (acqua, aria, terra, fuoco e cielo) siano uniti in maniera inscindibile e che quindi questo sia un segno ben chiaro della presenza divina. Non solo, il ritrovamento nei fiumi della zona di tantissime pietre fossili di colore nero (dette saligram) – secondo la tradizione rappresentazioni aniconiche del divino – sarebbe, secondo la fede induista, una chiara testimonianza della presenza, nello specifico, del Dio Visnu e quindi ragione per cui Muktinath fa parte dell’elenco di quei 108 luoghi sacri (Divya Desam) a lui devoti.

Circuito Annapurna

Monastero buddhista e sullo sfondo il Dhaulagiri

A Muktinath arrivano pellegrini da tutta l’India principalmente per fare visita al Tempio di Visnu Lokhesvara ed immergersi nelle acque delle due piscine che si trovano lì accanto in un gesto di purificazione. Come in tutti i complessi templari di fede induista, seppur per noi sia ben difficile riuscire ad intendere i loro atti di devozione, l’esperienza è comunque pur sempre garantita ed è quindi interessante passare di lì per vedere che cosa succede. Per scorgere la fiammella dovrete invece recarvi al Dhola Mebar Temple, un tempio dall’architettura tipicamente buddhista che troverete di lì a pochi minuti.

Circuito Annapurna

Ranipauwa (3.700 m.), piccola e polverosa non è niente di che e purtroppo vi riporterà nel modo dei veicoli a motore di cui vi eravate dimenticati per qualche giorno. Ma a proposito: avete mai visto un indiano andare a cavallo con il casco da moto in testa? Ebbene si, a Muktinath succede anche questo!

Circuito Annapurna

9. Da Muktinath a Jomson via Lupra – 18,8 km – 870 D+ – 1750 D-

Ultima giornata di cammino che, nonostante le aspettative, almeno nella prima parte da Ranipauwa a Lubra, ci ha davvero lasciato piacevolmente stupiti, tanto che io personalmente  la definirei come una tra le più affascinanti. 3 ore di cammino che vi regaleranno delle viste superbe, la maggior parte delle quali con il Dhaulagiri (8.167 m.) sullo sfondo e la sensazione di essere veramente arrivati ai confini del mondo.

Circuito dell'Annapurna

Sempre il Dhaulagiri

Circuito Annapurna

Circuito Annapurna

Purtroppo però, dopo una gradevole pausa ristoratrice nel villaggio agricolo di Lubra, il ritorno alla strada e al traffico di veicoli che fanno da spola tra Muktinath e Jomson vi lasceranno un po’ con l’amaro in bocca e…con tanta sabbia in faccia! Oh si ragazzi, tirate fuori tutti gli scalda collo che avete a disposizione perché da qui non potrete più farne a meno; nel pomeriggio infatti di solito nella valle del Kali Gandaki si alza un vento talmente forte che, unito alla polvere smossa da macchine e moto, non vi permetterà di respirare senza, un ottimo modo – penserete voi – per finire in bellezza! 🙂

Circuito Annapurna

Lubra @ 3.020 m.

Circuito Annapurna

Ma no tranquilli, non è finita qui, il peggio deve ancora arrivare e prende il nome di Jomson, un gran bel posto di merda! 🙂 Chissà perché avevo un’idea completamente diversa di quello che potesse essere, bo, forse me la aspettavo più simile a Leh, in Ladakh, un villaggio tranquillo e ordinato, il luogo perfetto dove terminare un trekking impegnativo di tanti giorni e invece no, avevo indubbiamente delle aspettative sbagliate. Sarà forse per la posizione sfigata sotto vento ma Jomson non è altro che un avamposto polveroso dove è sicuro che non ci vogliate passare più di una notte per cui assicuratevi di avere organizzato il modo per andarvene subito la mattina successiva (in aereo, jeep o bus)!

Pokhara è un luogo decisamente migliore dove tornare a ripensare a quello che è appena stato e alle tante meraviglie della natura che avete visto lungo tutto il percorso. Capite adesso perché il Circuito dell’Annapurna è diventato così popolare? Perché le viste lungo tutto il percorso sono semplicemente imbattibili!!! Ancora una volta il Nepal è stato capace di regalarmi un’esperienza unica e indimenticabile e per questo lo ringrazio infinitamente! Dhanyavaad Nepal, arrivederci alla prossima!

Circuito dell'Annapurna

Per consultare il calendario delle mie prossime partenze di gruppo clicca qui!!!

Se invece preferisci organizzarti da te leggi l’articolo Trekking in Nepal: tutto quello che c’è da sapere

Viaggio a Cuba: il mio itinerario, info e contatti

Viaggio a Cuba: il mio itinerario, info e contatti 1024 684 Sonia Sgarella

A continuazione dell’articolo Cuba, mi vida: prepararsi al viaggio, ecco che qui vi parlo delle cose da fare e dei luoghi da visitare sull’isola, i quali sono davvero tanti e tutti meravigliosi! Per questo, in base al tempo che avete a disposizione e ai vostri interessi, dovrete ahimè decidere da che parte andare – l’isola si divide tendenzialmente tra Est ed Ovest – rassegnandovi magari all’idea di non riuscire a fare tutto. Seppur cercando di ottimizzare i tempi l’isola è infatti abbastanza grande e ricca di attrattive da richiedere di essere visitata con calma – in pieno stile rilassato caraibico – ed è quindi fondamentale fare delle scelte.

Qui vi presento il mio itinerario di un mese, suggerendovi per ogni luogo case particolari, posti dove mangiare ed escursioni da fare ma poi ovviamente starà a voi decidere che cosa includere, che cosa eliminare o che cosa magari aggiungere al vostro programma: io per esempio non ho visitato Cienfuegos ma forse voi potreste farlo oppure un altro classico è quello di prenotare qualche giorno di assoluto relax in soluzione all inclusive in uno dei tanti resort sparsi sui Cayos al largo della costa nord dell’isola; per questo però dovrete fare riferimento ad altri siti perché io personalmente non mi ritengo una buona fonte a tal riguardo.

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… Cuba in due settimane…

1. La Havana

Bella e fatiscente come nessun altra città del Centro e del Sud America, unica per la sua storia e per la sua gente che la strada la considera come un’estensione di casa propria, colorata all’ennesima potenza, viva, vibrante. Ad Havana è certo che ci dovrete passare del tempo, non importa se all’inizio o alla fine del vostro viaggio ma la capitale resta pur sempre la capitale e merita indubbiamente almeno 3 giorni e 3 notti della vostra permanenza. L’Havana Vieja, l’Havana Centro e il Vedado, è così che si divide la città ed è così, passando in rassegna questi tre quartieri, che potreste programmare la vostra visita.

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San Francisco, de la Catedral, de Armas e Vieja sono i nomi delle quattro piazze principali de La Havana Vieja, ovvero la parte più antica della città. Una cosa da fare assolutamente imperdibile appena arrivati nella capitale, per capirne la storia, imparare ad orientarsi ed ottenere varie dritte da chi la città la conosce davvero, è quella di partecipare ad una visita guidata gratuita con le guide di Free Walking Tour, i cui giri città incominciano sempre da la Plaza (o Loma) del Angel, alle 9.30 e alle 16, in direzione di Havana Vieja o di Havana Centro. I tour hanno una durata di  circa 3 ore e credetemi, le guide sono una più valida dell’altra, appassionate e coinvolgenti. Alla fine della visita – ne sono certa soddisfatti – non dovrete fare altro che lasciare una piccola mancia (solitamente di 5 CUC) e quindi continuare a godervi la città più consapevoli del dove siate approdati.

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Decisamente molto interessante è anche la tappa all’Hotel National le cui visite guidate vengono organizzate al mattino (indicativamente alle 10 ma verificate sul sito) ad un costo di 5 CUC, prezzo che include anche un cocktail, da gustarsi nello splendido giardino affacciato sul mare e sul Malecon. A queste, perché no, potrete inoltre aggiungerci un tour su una macchina classica americana fino a Plaza de la Republica. Il costo è di circa 50 CUC all’ora per l’intero veicolo e la maggior parte delle auto le troverete parcheggiate in attesa di clienti al Parque Central.

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Sul dove dormire beh, le sistemazioni sono infinite ma, se viaggiate da soli, forse la soluzione più sensata – e che comincia a diffondersi soltanto adesso – sarebbe quella dell’ostello. Io personalmente mi sono trovata molto bene a Casa de Ania la quale, per una dozzina di euro a notte, offriva non solo il letto in dormitorio ma anche la colazione e un’ora di wifi al giorno incluse nel prezzo. Se però la colazione vi viene più comodo farla in giro o semplicemente vi va di provare qualcosa di nuovo – magari vicino al punto di partenza del walking tour – non perdete assolutamente quella di Lo de Monik, uno spettacolo per il palato a soli 5 CUC.

E delizia per le papille – se anche un po’ più caro rispetto alla media – sono certamente i piatti cucinati con impegno e dedizione nella cucina del Somos Cuba, un ristorante dall’atmosfera familiare (vi sembrerà di entrare nella sala da pranzo di una casa particolare) ma dall’arredamento abbastanza estroso. Le opzioni al momento della mia visita erano 4 e tutti i piatti – così come funziona nella maggior parte dei ristoranti a Cuba – venivano serviti con contorno di riso e insalata, più una porzione di frutta di stagione: vegetariano a 10 CUC, pollo a 13, pesce intero a 15 e aragosta a 20.

Se state cercando invece una stanza nei pressi dell’Autostazione Viazul  – perché avete per esempio deciso di lasciare la capitale come ultima tappa e siete quindi solo di passaggio – non posso fare altro che consigliarvi Yolanda’s House, vicino alla quale troverete un ristorantino intimo veramente meritevole di lode, El Balcon de Diego, che serve piatti di qualità e buon vino a prezzi più che ragionevoli.

Arrivando al discorso internet invece – che tanto preoccupa i connection addicted – udite udite perché vi sto per sfoderare una chicca mica da ridere! Non so per quanto durerà e se al momento della vostra visita la troverete ancora attiva ma esiste un punto della città, nella zona del quartiere cinese e dietro alla torre di Etecsa, dove è possibile connettersi, non solo gratuitamente alla rete ma ad una che è pure veloce. Alle spalle del Capitolio e superata la porta del Barrio Cino su Calle Dragones, girate a destra nella via Aguila e fermatevi esattamente dove vedrete altre (poche) persone connesse. Agganciatevi all’unica rete libera (stupidamente non mi sono segnata il nome ma sono sicura che lo scoprirete da soli) e taaaaac…via che si naviga!:-) Se non dovesse funzionare in questo modo rimane comunque pur sempre la soluzione delle schedine Etecsa e la ricerca delle piazze in cui sono presenti gli hot spot.

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2. Viñales

Devo ammetterlo, io per Cuba ci sono partita senza la minima aspettativa  e mai avrei immaginato di incontrare paesaggi così belli e natura tanto rigogliosa come quella di Viñales, patria indiscussa della coltivazione di tabacco e destinazione da mettere assolutamente in lista per un primo viaggio sull’isola.

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Passeggiate a cavallo ed escursioni a piedi o in bicicletta sono solo alcune delle attività che potrete svolgere nella valle di Viñales e dintorni, Patrimonio Mondiale Unesco, dalla terra color ruggine e costellata di formazioni rocciose calcaree dalle pareti scoscese, dette mogotes; qualunque percorso decidiate di scegliere è sicuro comunque che vi regalerà degli scorci favolosi sulla natura circostante. Le piantagioni di tabacco in questa zona la fanno da padrone e certo non potrete fare a meno di andare a visitare una fabbrica di produzione di sigari cubani ma non è tutto: da Viñales potrete anche raggiungere in giornata una spiaggia paradisiaca, quella di Cayo Jutias (15 CUC con Cubanacan per trasporto a/r).

Cayo Jutias

Ora, se siete dei buongustai e vi piace mangiare tanto a colazione credo di avere trovato la casa particolare che fa per voi: Casa Floyd, probabilmente per il miglior desayuno di sempre! Con Floyd e la moglie – e questo comunque è quasi sempre il caso in qualunque casa particolare – volendo potreste anche organizzare tutte le attività possibili nella zona ma ciò non vuol dire ovviamente che lo dobbiate fare per forza; io con loro per esempio ho organizzato soltanto l’escursione a cavallo, mentre per il trasporto a Cayo Jutias e per le lezioni di salsa mi sono rivolta alle agenzie sotto i portici di fronte alla piazza.

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L’escursione a cavallo che solitamente viene proposta è quella nel Valle del Silencio ed ha una durata di circa 4 ore. Contrattare i cavalli direttamente con i proprietari piuttosto che con la casa particolare ovviamente vi farebbe risparmiare qualche CUC (4 all’ora invece che 5) e trovarli non è certo impossibile: vi basterà infatti scendere lungo la Calle Adela Azcuy Norte in direzione dei mogotes e, appena prima di imboccare il “Sendero por el Corazion del Valle”, chiedere ai proprietari che incontrerete – più probabile nel pomeriggio. Già che siete lì comunque potete ora approfittarne per un’interessante camminata verso la Cueva de la Vaca, alla quale si accede passando attraverso l’omonima finca con ristorante. Da qui è possibile proseguire per concludere l’itinerario ad anello nello stesso punto in cui si è iniziato (al bivio del cartello).

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Affittando una bicicletta (ma possibile anche a piedi se avete più tempo) il consiglio è quello di spingervi poi in direzione del Mural de la Preistoria, non perché questo valga la pena di essere visto – la verità è che è proprio una gran cagata – ma perché la campagna circostante – nella quale vi potrete addentrare seguendo il sentiero in direzione del Mirador – è a dir poco meravigliosa e lussureggiante; l’accesso dalla strada principale che si stacca ad ovest del villaggio è presso il Campismo dos Hermanas. Tornando dunque verso Viñales e imboccando la carrabile verso Pinar del Rio potrete quindi godervi la vista dalla terrazza dell’ Hotel los Jasminez, uno dei migliori punti panoramici nei pressi della città.

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Se vi interessano le grotte, un’altra opzione per esplorare la zona è poi quella di addentrarsi nelle cavità del terreno che si trovano nei dintorni di Viñales, in particolare nella grotta più grande di Cuba, la Cueva de Santo Tomas. Io personalmente non l’ho visitata (gli ambienti bui e umidicci non è che mi facciano proprio impazzire) ma le agenzie sotto i portici della piazza (Cubanacan, Havanatur, Infotur) la promuovono come una delle tante mete imperdibili.

Per mangiare bene a Viñales le opzioni sono varie: vi consiglio di certo il Ristorante Bily per un ottimo barbecue e il Ristorante La Cueva se siete in astinenza da pizza. Le lezioni di salsa le potete organizzare direttamente con Yaneisy Castillo, contattandola al numero (0053)-52549251 o all’indirizzo email yaneisyc@nauta.cu. Il costo è di 10 CUC all’ora. Il mio suggerimento è quello di rimanere almeno 3 notti.

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3. Playa Giròn

Parola d’ordine immersioni! Se siete arrivati a Cuba con l’idea di dedicarvi anche all’esplorazione dei fondali marini, a Playa Giron troverete sicuramente pane per i vostri denti e al prezzo più contenuto di tutta l’isola. 25 CUC per ogni bombola di ossigeno – comprensivo di attrezzatura e di trasporto da/per la vostra casa particolare – non è niente male se lo si compara con altri paesi ma anche soltanto con altre mete sull’isola stessa, dove i prezzi possono arrivare anche a 40/50 CUC ad immersione. Certo non aspettatevi i siti migliori sulla faccia della terra (anche se tutto dipende sempre dal vostro metro di paragone) ma si tratta comunque di una ambiente tropicale e, in quanto tale, vivace e colorato. Il sito di immersione viene deciso direttamente dai Dive Masters sulla base delle condizioni climatiche e della presenza o meno di persone che sono già state in immersione nei giorni precedente. Le Immersioni vengono organizzate solo al mattino.

Playa Giron

Non solo mare comunque: nei dintorni del villaggio è infatti possibile organizzare un’escursione con guida lungo il Sendero Enigma de las Rocas, un percorso di 2 km. che vi porterà a conoscere (ovviamente va a fortuna) innumerevoli specie di fauna selvatica tra cui possibilmente serpenti, iguane, granchi e un simpatico coccodrillo che è stato importato dalla Cienaga de Zapata, un parco naturale non molto distante. Il costo per l’escursione di circa 3 ore è di 15 CUC a persona ed è prenotabile tramite la vostra casa particolare. Se volete invece sdraiarvi su una spiaggia senza un muro di cemento davanti (quando lo vedrete capirete di cosa sto parlando), puntate a qualche centinaio di metri a est del villaggio per raggiungere Playa Coco.

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Per quanto riguarda vitto e alloggio Yadira y Yulien offrono due stanze con bagno privato sul retro della loro casa, indipendenti dall’edificio della famiglia e al prezzo ragionevole di circa 20 CUC. Il ristorante da non perdere assolutamente mentre sarete in zona è il Giron Especial del Sig. Carlitos (amico di Yulien) il quale serve aragosta e gamberetti alla griglia con contorno a 7 CUC. Spettacolare anche il flan! A Playa Giròn a mio parere vale la pena di fermarsi non più di due notti.

Aragosta

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4. Trinidad

Trinidad per molti viaggiatori con meno tempo a disposizione costituisce di solito il punto più lontano da raggiungere, l’estremo oriente delle peregrinazioni più brevi sull’isola, città antica, colorata e coloniale con un sacco di cose da offrire, al suo interno e nei dintorni. Quattro notti dovrebbero bastare per passarne in rassegna almeno le bellezze principali ma è anche vero che, avendo più tempo a disposizione, questo è uno di quei luoghi in cui potreste voler rimanere anche più a lungo, soprattutto se siete entrati a pieno titolo tra gli amanti di salsa e reggaeton; in tal caso è molto probabile che  non ve ne vogliate più andare!

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Camminare per le strade ciottolate della città è il modo più semplice e ovvio per ammirarne la sua bellezza ma se volete raggiungere il punto panoramico più bello in assoluto, ovvero quello che vi doni una vista privilegiata sui tetti delle case coloniali, allora non dovrete fare altro che recarvi al Museo Historico Municipal e salire sulla torre che si trova al suo interno. Il costo ovviamente è irrisorio, a soli 2 CUC.

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Di giorno nei dintorni è possibile effettuare un sacco di escursioni: da Playa Ancòn, che tra quelle di Cuba è certamente una delle più belle (8 CUC per arrivarci in taxi), all’escursione in catamarano a Cayo Las Iguanas (55 CUC pasto incluso) e poi ancora, dal Valle de Los Ingenios (15 CUC p/p in taxi privato), con gli antichi zuccherifici, al Topes de Collantes, con i vari sentieri escursionistici e le tante cascate tra cui Vegas Grande (20 CUC p/p per il taxi privato + 10 CUC per l’ingresso al sentiero).

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Ma è certamente alla sera che Trinidad dà il meglio si sé, a partire dalle ottime possibilità culinarie e per arrivare fino alle notti danzanti all’interno di una grotta – la famosa discoteca La Cueva – senza però ovviamente poter mancare prima all’appuntamento quotidiano con la Casa de la Musica e la Casa de la Trova per gli spettacoli di salsa! Tra i vari ristoranti sicuramente meritevole non solo per la qualità dei piatti ma anche per l’ambiente e per i cocktail, vi posso suggerire La Redaccion ma anche Obbatalà, sulla terrazza accanto alla Casa de la Trova. Per quanto riguarda il pernottamento, certamente una delle sistemazioni più economiche che potessi incontrare su Airbnb in ottima posizione centrale, l’Hostal Liana, seppur non una tra le più lussuose in cui io abbia mai dormito, ha comunque servito da ottimo punto d’appoggio e come sempre la gentilezza della padrona di casa fa si che oggi io ve lo possa suggerire.

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… Cuba in tre settimane…

Ma ecco che qui comincia la seconda parte di viaggio, quella che tendenzialmente riuscirete ad organizzare solo avendo a disposizione almeno tre, se non anche quattro settimane. Badate bene: raggiungere gli estremi orientali dell’isola significa dover organizzare in anticipo anche la via del rientro verso La Havana, ovvero avere una prenotazione per un posto a sedere su un autobus oppure in aereo; questo se non volete rischiare di perdere il vostro volo internazionale, lasciando sempre e comunque qualche giorno cuscinetto per ovviare ad eventuali ritardi e cambiamenti di programma dell’ultimo minuto.

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5. Camaguey

A Camaguey a mio parere vale la pena fermarsi un po’ per scoprire una cittadina poco battuta dal turismo internazionale e un po’ anche per spezzare il lungo viaggio verso Santiago; da Trinidad esiste soltanto un autobus che ogni giorno fa la spola partendo alle 8 del mattino e arrivando a Camaguey nel primo pomeriggio e prenderlo vi darà la possibilità di avere il tempo giusto per farvi un giretto in centro, tra le viuzze ricche d’arte e le piazzette nascoste come Plaza San Juan de Dios e Plaza del Carmen, cenare in un ristorante d’atmosfera come El Paso – dove certo le porzioni non si sprecano – e quindi passare la notte in un letto confortevole e recuperare le forze pronti per un’altra tratta di autobus fino a Santiago, prevista per il giorno seguente (con il Viazul delle 06.40 oppure con quello delle 15.30).

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Un po’ spostata rispetto al centro storico ma certamente raggiungibile a piedi con una breve passeggiata, Villa Vigia è la casa particular dove io ho passato la notte, praticamente un intero appartamentino con due letti matrimoniali e una doccia super efficiente. La padrona di casa, se anche deciderete di prendere il primo pullman del mattino, non si farà problemi a svegliarsi prima dell’alba per prepararvi la colazione e per cui non esitate a chiederle il favore!

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6. Santiago de Cuba

Santiago, la città più caliente dell’isola, sia per il clima ma sia e soprattutto per l’animo combattivo e seduttore dei suoi abitanti che qui ci proveranno con voi ragazze più che in ogni altro angolo del paese. I fischi e i richiamini maliziosi li sentirete arrivare da ogni dove e forse anche a voi verrà da ridere quando sarà un vecchietto di 80 anni a tentare l’approccio con una nonchalance degna di ammirazione. Non c’è niente da fare, è più forte di loro e fa parte della cultura tanto quanto la salsa e il rum! Non sarebbero cubani altrimenti!

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Anche Santiago, come tutte le altre città dell’isola la si gira a piedi – seppur con qualche saliscendi in più – e sarà quindi già muovendo i primi passi tra le vie del centro che noterete la differenza tra questa piccola metropoli caraibica e le altre città della parte occidentale dell’isola: l’influenza africana qui si vede e si sente ancor più forte, non solo nell’aspetto dei suoi abitanti ma quanto più nella musica, che qui rimbomba con ritmi ancora più marcati, quelli della salsa, della rumba e del son, che proprio a Santiago sembrerebbe avere avuto origine.  Il locale più in voga per passare una serata danzante?  La Claqueta, accanto alla Cattedrale di Nostra Signora ma in generale, se la musica è quel che vi interessa, ne troverete anche molti altri.

Santiago de Cuba

Ma parlando di storia: “La rivoluzione è partita da qui” – sentirete forse pronunciare più volte – ed effettivamente fu proprio a Santiago che mosse i primi passi il movimento rivoluzionario capeggiato da un ancora quasi sconosciuto e giovane Fidel Castro, con l’assalto alla caserma Moncada del governo Batista, il 26 luglio del 1953, appena terminati i festeggiamenti del carnevale, l’evento festaiolo più importante dell’isola. Nonostante il fallimento e l’imprigionamento di Fidel, questo primo tentativo d’insurrezione si ricorda ancora oggi come il primo glorioso passo sulla strada della vittoria ed è per questo che una visita al Museo Cuartel Moncada – considerato il migliore del paese – è praticamente d’obbligo.

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E poi ancora gli edifici coloniali del centro, tra cui il più antico di Cuba – l’oggi Museo de Ambiente Historico Cubano – che fu la residenza di Diego Velasquez, il primo governatore dell’arcipelago, la Cattedrale di Nostra Signora, dalla cima del cui campanile si hanno delle ottime viste sul centro cittadino, la Plaza de Marte, la Calle Heredia e ovviamente il Malécon, da raggiungere verso l’ora del tramonto possibilmente con una bella birra ghiacciata in mano! Nei dintorni di Santiago da non perdere è il Castillo del Morro, costruito per difendere la città dagli attacchi dei pirati e dichiarato Patrimonio Mondiale Unesco nel 1997, sito in una splendida posizione panoramica che da sola merita certamente la visita.

Santiago de Cuba

Sul dove mangiare e dormire le soluzioni sono infinite e tutto ovviamente dipende da quanto si voglia spendere. Io personalmente mi sono trovata benissimo a mangiare più volte al Restaurante Hostal Aurora così come al St Pauli mentre per dormire certamente una soluzione economicissima – seppur non propriamente di lusso – è stata Casa Levy, non lontano dal Parque Céspedes dove è presente un hot spot per la connessione a internet. Due notti a Santiago credo possano essere sufficienti, magari una in andata e una al ritorno da Baracoa se avete deciso di spostarvi in pullman.

Casa Levy

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7. Baracoa

Probabilmente il mio angolo di Cuba preferito e questo senz’altro anche per l’incredibile accoglienza e disponibilità ricevuta a casa di Yadaimis (Daita) e che vi suggerisco con tutto il cuore di contattare all’indirizzo email yadaimis@nauta.cu. La stanza è tenuta benissimo – un vero affare per soli 15 CUC a notte – e sulla terrazza dell’ultimo piano con vista mare, oltre a degustare colazioni e cene deliziose preparate da un’abile cuoca, potrete anche organizzare lezioni di salsa; non solo, tramite varie conoscenze, Daita si assicurerà che il vostro tempo in zona lo spendiate al meglio, organizzandovi tutta una serie di escursioni in giornata – una più interessante dell’altra – che vi porteranno ad esplorare certamente uno degli angoli più affascinanti di tutta Cuba.

Baracoa

Purtroppo in parte devastata dall’uragano Matthew nel 2016, la bellezza di Baracoa non si può certo dire che risieda nella sua architettura se non piuttosto nell’atmosfera modesta e tranquilla (qui si gira più che altro in bici, bici-taxi o su carretti trainati da cavalli), nella sua posizione affacciata al mare e nella natura rigogliosa e lussureggiante che la circonda, fatta di palme e di alberi da frutta, tra cui anche quelli del cacao. Avreste mai pensato di venire a Cuba per mangiare cioccolato? Ebbene nei dintorni di Baracoa certo non potrete fare a meno di passare a visitare una finca del cacao, per capire come avviene la produzione e conoscerne dunque i prodotti.

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A poca strada da Baracoa, El Yunque, il Parque Natural Majayara, Yumurì e Playa Maguana sono poi le quattro mete fondamentali che per nessun motivo dovreste mancare di visitare già che siete arrivati fin qua, dei paradisi naturali intatti dove la presenza dell’uomo rimane comunque in totale armonia e dove potrete vivere delle esperienze estremamente piacevoli. In particolare, veramente meritevole è la salita allo Yunque, una montagna dalla forma di incudine alta 575 metri, Patrimonio della Biosfera e che da sempre costituisce un punto di riferimento ai naviganti, a partire da Cristoforo Colombo che ne parlò nel suo diario di bordo. Un paio d’ore è tutto quello che ci vuole ma la salita è abbastanza ripida per cui è sicuramente necessario effettuarla con delle scarpe appropriate (vanno benissimo un paio da running); mettete però anche in conto di dover guadare un fiume per poter accedere al sentiero di ascesa e che l’acqua potrebbe arrivarvi tranquillamente alla vita, per cui mettetevi sotto il costume da bagno che tanto vi servirà poi per visitare un’altra cascata nella zona, dove è possibile fare il bagno.

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25 km a est di Baracoa, oltre la Bahìa de Mata e Playa Manglito – appena dopo la quale potrete fermarvi a mangiare al Ristorante El Coral per provare la specialità della zona, i pesciolini conosciuti col nome di tetis – la Boca de Yumurì è l’altra tra le quattro attrattive di cui vi parlavo, ovvero là dove il fiume Yumurì incontra il mare ed è possibile risalirlo in barca per raggiungere delle piscine naturali in cui fare il bagno. L’ambiente è spettacolare essendo che il fiume si estende in una lunga gola sovrastata da alte falesie, quasi fosse una sorta di canyon tropicale.

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Più vicino alla città e raggiungibile a piedi è poi il Parque Natural Majayara, oltrepassato il Rio Miel, all’interno del quale si nasconde la Cueva del Agua, una grotta attraversata da un fiume sotterraneo, un mirador che offre una vista privilegiata sulla costa e sul mare e una piccola spiaggia paradisiaca, Playa Blanca, talmente isolata da essere poco frequentata, se non addirittura alle volte deserta. Se cercate invece una spiaggia più ampia dove passare in pieno relax una mezza giornata compresa la pausa pranzo allora spostatevi 22 km a nord di Baracoa, a Playa Maguana, una distesa di sabbia dorata che si estende per qualche chilometro e in prossimità della quale c’è anche un piccolo ristorante che vi delizierà con strepitosi piatti di pesce.

El Yunque

Mi raccomando, ricordatevi di avere già un biglietto di ritorno prenotato – in corriera o in aereo – prima di avventurarvi da queste parti perché le connessioni sono saltuarie – una al giorno da/per Santiago in pullman e due alla settimana da/per La Havana in aereo, il martedì e la domenica – e rischiate veramente di rimanere a piedi.

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… Cuba in quattro settimane…

Queste due tappe ovviamente le potreste aggiungere all’itinerario di due settimane – qualora vi avanzasse tempo – ma, in alternativa, con un mese a disposizione, io le ho lasciate per il viaggio di ritorno verso La Havana.

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8. Santa Clara

Nel luogo in cui il 31 dicembre del 1958 Ernesto Che Guevara costrinse alla fuga il dittatore cubano Fulgencio Batista, è lì che sorge oggi uno dei complessi monumentali più importanti simbolo della rivoluzione: il mausoleo che custodisce i resti del meglio conosciuto “comandante amico” e il museo che ripercorre la storia della sua vita incredibile. Una tappa imperdibile dunque per tutti gli appassionati di storia e per chiunque riconosca l’importanza di questa figura a livello sia politico che umano, un uomo per il quale in tanti oggi nutrono un rispetto quasi religioso.

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Santa Clara, una città piacevole in cui passare anche solo una notte per riprendersi da un possibile lungo viaggio o semplicemente perché già che ci siete non disdegnate dare una possibilità anche ai luoghi meno scontati. Riki’s Hostal è certamente un’ottima sistemazione a pochi passi dal centro mentre il Ristorante Saborearte un’ottima chicca culinaria, molto frequentato dalla gente del posto. Dopo cena, tappa imperdibile secondo i più, non potrete che fare un salto al Club Mejunje, una vera e propria istituzione locale per la musica dal vivo e dove, ogni sabato sera, va in scena l’unico spettacolo di drag queen esistente sull’isola. Da Santa Clara verso Varadero o La Havana potete facilmente spostarvi con i taxi collettivi.

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9. Varadero

Questa era proprio una domanda che mi attanagliava: vale la pena passare da Varadero oppure no? Ebbene alla fine per darmi una risposta un salto ce l’ho fatto e che cosa vi posso dire…Varadero non è Cuba, è un luogo creato appositamente per fini turistici ma ragazzi, il mare e la spiaggia sono uno spettacolo! Dipende sempre dal cosa si sta cercando: se anche a voi come a me avanzano dei giorni e li volete passare con il culo in spiaggia allora perché no?

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A Varadero non ci sono soltanto i resort ma esiste anche una sorta di agglomerato urbano dove è possibile trovare case particolari che non vi spennino e ristoranti per cenare a poco prezzo. Certo la qualità non è quella della cucina casalinga ma in fondo cosa importa… siete lì per godervi il sole e il mare, non per mangiare come maiali! Casa Marta Torres (0053-45613761) offre sistemazioni a 25/30 CUC a due passi dal mare. Per la Havana i taxi collettivi partono al mattino verso le 11.

Viaggio in Ladakh: benvenuti in paradiso

Viaggio in Ladakh: benvenuti in paradiso 1024 615 Sonia Sgarella

Ho viaggiato per giorni respirando la polvere di un deserto ad alta quota pensando che in fondo alla strada potesse esserci solo la fine del mondo; immaginavo ad un certo punto un cartello con la scritta “spiacenti, la Terra finisce qui” e che da lì saremmo dovuti tornare indietro.

Ma la strada di fatto continuava, direzione un paradiso in Terra: Ladakh, mon amour! Credetemi, ancora oggi, a distanza di tanti anni da quando ci misi piede per la prima volta (nel lontano 2009) e nonostante i vari (molti) paesi del mondo visitati nel frattempo – la maggior parte dei quali ovviamente meravigliosi! – resto ancora della stessa opinione: il Ladakh, per bellezza e particolarità, li supera tutti ed è quello che più mi è rimasto nel cuore!

Ladakh - Leh-Manali Highway

Situato nell’estremo nord dell’India ai confini con la Cina e con il Pakistan, amministrativamente incluso nello stato federato del Jammu & Kashmir (di cui ne costituisce un distretto), incastonato e protetto tra le maestose catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya, in un territorio che si sviluppa dai 3.000 agli oltre 6.000 metri d’altezza, il Ladakh è uno tra gli angoli di mondo più suggestivi e surreali, di questo ne sono certa.

Ladakh

Ad un passo dal cielo, in quel deserto d’alta quota punteggiato di cime innevate, è lì che si nascondono delle incredibili oasi di pace dal fascino immutabile (quelle che gli rendono il nome di Piccolo Tibet), piccoli mondi remoti in cui le principali scuole del buddhismo tibetano trovano rifugio ed ispirazione.  Seppur a distanza di secoli dalla loro fondazione, qui si praticano ancora invariati i rituali della fede, all’interno di monasteri che incantano e stupiscono per la loro bellezza, quasi fossero una sorta di miraggio.

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Viaggiare in Ladakh significa lasciarsi trasportare indietro nel tempo in un mondo sospeso tra la terra e il cielo, in una regione quindi a maggioranza buddhista che costituiva un tempo la parte più occidentale del Tibet e luogo in cui ancora oggi le antiche tradizioni religiose vengono scrupolosamente tramandate da padre a figlio e da maestro a discepolo. Spiritualità e religiosità – lo noterete appena atterrati a Leh – influenzano ogni aspetto della vita quotidiana, lì dove il riconosciuto rispetto per la vita e per la terra vogliono essere di insegnamento non solo ai loro più prossimi vicini ma a tutti coloro che qui si recano in visita.

Ladakh

Il periodo migliore per un viaggio in Ladakh è quello che corrisponde all’incirca con la nostra estate, da maggio a settembre, quando lo scioglimento delle nevi permette la riapertura delle uniche strade carrozzabili che connettono Leh, il capoluogo, con il resto dell’India e più precisamente con Manali, in Himachal Pradesh, e con Srinagar, in Kashmir. Certo lassù è sempre possibile volare (i collegamenti aerei con Delhi rimangono attivi tutto l’anno) e probabilmente un viaggio in inverno a quelle altezze risulterebbe spettacolare (la verità è che si tratta di uno dei miei sogni) ma richiedrebbe sicuramente maggiore pianificazione e adattamento.

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Leh, una piacevole cittadina di circa 27.000 abitanti che sorge ad un’altezza di 3.486 metri, costituisce la base e il luogo di partenza per tutti gli spostamenti. Cominciando da lì il modo più sensato per esplorare il Ladakh è quello di muoversi in direzione dei quattro punti cardinali, esplorarne le valli circostanti e superare gli altri passi ma facendo sempre ritorno al punto di partenza. In una dozzina di giorni è possibile scoprire non solo i punti principali, bensì anche alcuni degli gli angoli più nascosti di questa regione meravigliosa, sorta sulle sponde del leggendario fiume Indo, che diede nome alla nazione intera e che è lì per regalare acqua ad una terra altrimenti arida.

E sarà proprio risalendo il corso di questo fiume maestoso (che nasce in Tibet, attraversa l’India e finisce in Pakistan), che si parte allora in direzione sud-est, seguendone la riva sinistra, per arrivare inizialmente al luogo in cui sorge l’ultima dimora dei re ladakhi, costruita nel 1825 sul modello del palazzo-fortezza di Leh, ormai abbandonato. Si tratta dello Stok Khar, dove ancora oggi risiedono i discendenti della famiglia reale e al cui interno, nell’interessante museo, viene conservato un pezzo di storia del paese.

Proseguendo lungo la strada nella piana desolata, seguono poi il monastero di Matho e quindi già quello di Hemis, il più grande e ricco del Ladakh facente capo alla scuola dei monaci Drukpa, i cosiddetti “berretti rossi”, la cui filosofia trova fondamento nel pensiero degli yogi Tilopa, Naropa, Marpa e Milarepa, quest’ultimo il massimo poeta che il Tibet abbia mai avuto.

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Ogni anno, tra maggio e luglio, il monastero di Hemis si prepara ad ospitare il festival più famoso della regione himalayana. Pellegrini provenienti da ogni angolo del paese e vestiti degli abiti tradizionali migliori, si riuniscono nel cortile principale del Gompa per assistere ai due giorni di celebrazioni volti a rievocare la vita e gli insegnamenti di Guru Rimpoche nel giorno della sua nascita.

Conosciuto anche con il nome sanscrito di Padmasambhava (“il nato dal loto”), Guru Rimpoche è considerato dalla tradizione il fondatore del buddhismo tibetano e colui che ne ha permesso la diffusone. Due giorni di danze scandite dal ritmo intenso di cimbali, trombe e tamburi; un momento di ritrovo e di divertimento ma soprattutto un’occasione per il popolo di entrare in contatto con la vita e la parola del grande maestro, che gli abitanti percepiscono presente all’evento insieme a loro.

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Un’importante opportunità per apprendere i contenuti essenziali del suo insegnamento attraverso uno strumento accessibile a tutti: la danza è infatti il mezzo offerto dai monaci residenti ai fedeli per aiutarli a percepire l’essenza della dottrina e dargli uno stimolo per approfondire in seguito la propria ricerca personale. In occasione di tale evento non sarà difficile farsi trasportare dal coinvolgimento collettivo. Sono tutti presenti, grandi e piccoli, uomini e donne, monaci e laici, perché la sola partecipazione, si dice, predisporrà le condizioni karmiche che favoriranno il raggiungimento più veloce della liberazione, ovvero del Nirvana.

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Ripartendo di nuovo da Leh, sempre in direzione sud-est ma passando questa volta alla riva destra dell’Indo, si susseguono invece il palazzo di Shey, il monastero di Thiksey e quello di Stakna, il secondo dei quali rappresenta l’apice di straordinarietà per quel che riguarda l’architettura degli edifici monastici. Appartenente all’ordine riformato dei monaci Gelug-pa, ovvero dei “berretti gialli” (a cui fa capo Sua Santità il XIV Dalai Lama), il monastero custodisce un’immensa statua di Maitreya, il Buddha del futuro, un tempio dedicato a Tara, divinità femminile, e notevoli esempi di arte tantrica affrescati sulle pareti interne del Dukang, la sala della preghiera.

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Ogni mattina intorno alle 7 i monaci del monastero di Thiksey richiamano i fedeli alla preghiera per mezzo di tradizionali strumenti musicali e si riuniscono per la recita dei versi sacri. Un momento davvero speciale a cui assistere in assorto silenzio e respirare l’aria di spiritualità che rende il Ladakh un luogo così magico e speciale!

E sempre a sud-est di Leh, già che ci siete, che ne dite di fare un salto anche dall’oracolo? Nel villaggio di Choglamsar, a pochi chilometri da Leh in direzione est, risiede (sempre che sia ancora viva!) Saboo Lamo, l’oracolo della famiglia reale, una piccola signora di ormai 90 anni che ogni domenica mattina riceve i suoi pazienti, i quali si rivolgono a lei per raccontarle dei propri dolori e chiederle aiuto. La sciamana, una personaggio dall’incredibile fascino, con l’ausilio di ossessive formule magiche sarebbe in grado di estirpare i mali dal corpo degli ammalati, succhiandoli e spuntandoli in un rituale a cui vale veramente la pena di assistere!

Proseguendo ora lungo la valle e prendendo la deviazione verso il Lago di Pangong – addentrandosi quindi nella valle di Sakti – ecco apparire il sorprendente monastero di Chemrey, costruito nei primi anni del XVII secolo e dipendente tuttora da quello di Hemis. A guardarlo non crederete ai vostri occhi per quanto è bello! Poco più in là, all’estremità settentrionale della valle, il monastero di Tagthog, appartenente all’ordine Nyingma e costruito nei pressi della grotta dove avrebbe meditato Guru Padmasambhava.

Ladakh

Superato il Passo di Chang, a 5.320 metri, arriviamo dunque al Lago di Pangong, in un’ambiente d’alta quota incredibile dove il turchese dell’acqua e quello del cielo, il bianco candido delle nuvole e i colori di una spettacolare natura desertica d’alta montagna si incontrano e si fondono: una visione fantastica, lì, ad un passo dal cielo, dove solo una mente divina potrebbe aver concepito cotanta inimmaginabile bellezza! Il Pangong Tso è un lago salato, quello di maggiore estensione in tutta la catena dell’Himalaya, sito ad un’altezza di circa 4.250 metri, lungo 134 km, largo al massimo 5 km ed incluso per 2/3 in territorio tibetano.

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A fare a gara con il Lago di Pangong per bellezza vi è poi anche quello di Tso Moriri, sito a 4.600 metri d’altezza, 240 chilometri a sud-est di Leh e già sulla strada che collega il Ladakh a Manali. Il lago, così come quello di Pangong, può essere raggiunto solo nei mesi estivi e previo rilascio di un permesso che ne limita l’accesso su base annuale. Arrivare nella zona di entrambi i laghi significa attraversare regioni di immenso fascino dove da millenni le popolazioni nomadi vivono nel silenzio di paesaggi grandiosi e infiniti, dedite all’allevamento degli yak e delle capre pashmina.

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Ma passiamo ora a nord di Leh per superare il leggendario passo del Khardung La, a 5.359 metri – il valico carrabile più alto del mondo – e raggiungiamo quindi le Valli dei fiumi Shyok e Nubra, un tempo remoti avamposti lungo la via della seta dove, oltre ai monasteri di Diskit e Sumur, si nascondo luoghi di eremitaggio e altri laghi incantati. Qui è possibile incontrare i famosi cammelli della Battriana.

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Infine ad ovest di Leh, passato il monastero di Spituk e in direzione di quello di Lamayuru, incontriamo una profusione di luoghi sacri e capolavori d’arte indo-kashmira: il monastero di Phyang, quello di Likir e di Alchi, quest’ultimo risalente al X secolo e che conserva tre gigantesche statue rappresentanti Avalokiteshvara, Maitreya e Manjushri, la triade più famosa del lamaismo. Da Likir è possibile partire a piedi per un semplice itinerario di trekking della durata di tre giorni e due notti, passando dagli insediamenti di Yangthang ed Hemis Shukpachan e terminando quindi a Lamayuru.

Che dite, pensate che valga la pena di spiccare il volo verso il Ladakh? Sappiate che siete ancora in tempo! La bella stagione è più vicina di quanto sembri, la neve sugli alti passi si scioglierà presto e il Ladakh tornerà  a connettersi al mondo dopo il lungo inverno. Come un fiore sboccia, un fiore raro del deserto: Ladakh, mon amour!

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Qualche informazione sulla cucina…

Basata su prodotti cerealicoli e pochi vegetali la cucina del Ladakh, decisamente frugale e molto simile a quella tibetana, viene spesso affiancata dai piatti tipici della cucina indiana e kashmira.

I momo sono sicuramente il piatto più apprezzato dai palati occidentali: ravioli fatti di farina d’orzo, ripieni con carne o verdure e cotti al vapore, una ricetta tipica delle regioni himalayane. Una variante della stessa vuole che i momo possano anche essere fritti.

A Leh, un ottimo ristorante dove provarne un’ampia varietà è il Tibetan Kitchen, un locale pulito e confortevole e che vanta oltretutto un impeccabile servizio. Un ristorante dove ritornare più volte nell’arco del vostro soggiorno, a pranzo o a cena, sicuri che non ne rimarrete mai delusi!

Un altro piatto tipico della tradizione tibetana è la thukpa, una zuppa di noodles e verdure a cui possono essere aggiunti pezzettini di carne, solitamente pollo o montone, rendendola un sostanzioso piatto unico, perfetto come pasto invernale. Una variante che al posto dei noodles utilizza dei rettangolini di pasta appiattita è chiamata thenthuk.

Il pane locale, detto tagi, più spesso e croccante del chapati indiano seppur più piccolo, viene preparato sul tawa, un disco di ferro leggermente concavo che viene scaldato su pietra. Normalmente consumato a colazione può essere accompagnato con una tazza di tè salato, una bevanda che alla maggior parte di noi occidentali, risulta a dir poco disgustosa! Immaginatevi infatti una tazza di tè a cui viene aggiunto del burro di vacca o di yak e un pizzico di sale…in sostanza la sensazione sarà quella di deglutire un denso brodo di dado!

Tornando alle prelibatezze non mancate di fare scorta di albicocche che possono essere consumate fresche, secche o sotto forma di marmellata. Oltre alle coltivazioni di grano, orzo e piselli, l’altra grande produzione del Ladakh sono infatti gli alberi da frutta tra cui albicocche, mele e noci.

E a proposito di orzo quanti di voi non hanno mai sentito parlare della tsampa? E’ l’alimento base del pasto quotidiano ladakho. Si tratta di farina d’orzo tostato, un ingrediente altamente nutritivo che può essere consumato in vari modi: aggiunto ad una tazza di tè, con dello zucchero, con il latte o con lo yogurt, oppure consumata da sola cercando di buttarla direttamente in bocca…un’impresa che riuscirà solo ai più esperti!

… e altre info utili

Il fattore altitudine potrebbe costituire un fastidioso problema se non si lascia abbastanza tempo al nostro corpo di acclimatarsi. E’ consigliabile dunque soffermarsi qualche giorno nel capoluogo e dintorni prima di avventurarvi nel superamento degli alti passi. A Leh non vi mancheranno certo le cose da fare: dalla visita dell’antico palazzo a quella dei vari monasteri sparsi per la cittadina fino ad arrivare allo Shanti Stupa da dove potrete godere di meravigliose viste sulla valle sottostante.

Nel capoluogo inoltre non sarà neanche difficile incontrare occasioni per lo shopping: mercatini tibetani, negozi di artigianato locale e di meraviglie provenienti dall’India e dal Kashmir attireranno immancabilmente la vostra attenzione invogliandovi ad acquistare di tutto.

Chi non vorrebbe possedere almeno un thangka da appendere alla propria parete di casa? Trattasi di tele dipinte con colori vivaci, di veri e propri capolavori raffiguranti nel centro la divinità oggetto di devozione. Non solo dunque qualcosa di bello ma anche di significativo e spesso didattico, come è il caso dei thangka rappresentanti la cosiddetta “ruota della vita” che ha il compito di ricordare, a chi sceglie le gioie terrene, tutto l’orrore collegato al ciclo delle rinascite. Attraverso il simbolismo e l’iconografia questi dipinti vogliono aiutare l’uomo a prendere coscienza di questa legge ineluttabile e conferirgli i mezzi affinché egli possa essere artefice del proprio destino.

Ruote della preghiera, bandierine colorate, immagini sacre e oggettistica rituale, sono inoltre tutto ciò che è legato al culto e alla pratica buddhista e che fa sempre piacere portare a casa, in ricordo di questa terra spettacolare dove la spiritualità è parte integrante della vita quotidiana.

Per i più vanitosi invece, non si può ripartire dal Ladakh senza aver prima comprato almeno un piccolo gioiello o una fantastica pashmina proveniente dal Kashmir. La lana pashmina è una pregiatissima fibra tessile che si ricava dal pelo di una particolare specie di capra allevata sulla catena montuosa dell’Himalaya. Insieme a questo tipo di scialli, alcuni meravigliosamente decorati, ne troverete altri prodotti invece con la lana di yak, il bue tibetano, simbolo incontrastato di questa incantevole terra d’alta quota ai confini col cielo.

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Foto credits: Marco Puccinelli, amico viaggiatore, toscano D.O.C.

Cuba, mi vida: prepararsi al viaggio

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Mi amor, mi carino, mi vida…se tutto il mondo si rivolgesse al prossimo con lo stesso calor cubano, il nostro pianeta potrebbe essere un posto migliore! Passione, coinvolgimento e orgoglio, che sia nel ricordare le gesta degli eroi della patria (Josè Martin, Fidel Castro, Camilo Cienfuegos e il comandante Che Guevara), nel commentare una partita di baseball (lo sport nazionale), in un passo di salsa o in un buon bicchiere di rum condito alla perfezione con hierba buena, quel che è certo è questo: allo spirito e al carisma del popolo cubano bisognerebbe guardare con un’enorme dose di stima ed ammirazione!

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Dico questo perché sapete, sono finita su vari blog prima di partire, ho ascoltato i commenti di qualcuno che ci era già stato e ai tanti giudizi positivi mi sono stupita di averne incontrati così tanti di altrettanto negativi. “Cuba la ami o la odi” – ho sentito dire. Ma davvero??? – mi sono chiesta riflettendoci sopra mentre scoprivo un’isola meravigliosa – Pensate che io a Cuba non volevo nemmeno andarci – riguardo a questo viaggio sono sempre stata abbastanza scettica – e invece ne sono rimasta letteralmente affascinata! Bellezze naturali e architettoniche, una storia più unica che rara, divertimento, vitalità, allegria, mojito, piña colada, la birra Cristal e cibo squisito, per non parlare della quasi totale assenza di criminalità. Che cos’è che vorreste di più da una vacanza? Un massaggio? Pensate, si trova anche quello a 5$ sulla spiaggia! 🙂

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Cuba bisogna capirla però e questo non è poi così facile: immaginatevi voi a vivere in un paese che ormai da decenni naviga in balia dei giochi di forza tra il proprio governo e quello di altri paesi, vicini e lontani (Spagna, Russia, Stati Uniti, Brasile), dal quale non è facile andarsene, dove ancora oggi ci sono giorni in cui le panetterie non hanno abbastanza farina per produrre pane, mancano uova, internet viene centellinato a colpi di decine di pesos e dove lo stipendio medio di un dottore è pari a 40$ al mese, per non parlare di quello di un operaio. Tanto di cappello allora al popolo cubano che, se non è tempo di rivoluzione, alle difficoltà preferisce reagir ballando! Cuba – a mio parere – trasmette energia!

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A Cuba comunque le cose stanno cambiando velocemente, quella finestra di ciel sereno che si  è aperta con il governo Obama, seppur socchiusasi di nuovo con le mosse di Trump, ha portato certo una ventata di speranza al popolo e buone prospettive per il futuro dell’isola, la quale incomincia ad aprirsi al mondo e a permettere a quest’ultimo di entrarci più agevolmente. Se i commenti negativi dunque risalgono a qualche anno fa, quando per viaggiare in maniera indipendente ancora quasi tutto doveva essere organizzato sul posto e fregature ed inconvenienti potevano essere all’ordine del giorno allora lo posso capire ma oggi la situazione è completamente diversa e credetemi, viaggiare a Cuba risulta praticamente una passeggiata; basta sapersi organizzare per tempo.

Cuba - Santiago

La Cuba di cui vi parlo io ovviamente non è né quella dei resort all inclusive, né quella dei Cayo sui quali i cubani non possono neanche mettere piede. L’isola che vi voglio raccontare è quella delle case particolari, quella dei trasferimenti in pullman o in taxi collettivo, quella che l’internet è meglio che te lo scordi che tanto si può vivere anche senza e anzi, forse è meglio così: Cuba ti sta facendo il favore di farti riprendere in mano il controllo del tuo tempo e delle relazioni con le persone senza se che vi sia sempre un cellulare di mezzo. La Cuba che vi voglio raccomandare è quella del cibo al ristorante ma anche quella del cibo fatto in casa, delle colazioni che potrebbero sfamare una famiglia intera, dell’ospitalità incondizionata – e a Cuba sanno esattamente che cosa voglia dire – e, perché no, anche quella delle lezioni di salsa e delle serate passate a ballare con chiunque si trovi in pista! Un viaggio a Cuba per me è umanamente rigenerante!

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Ma dicevamo dunque quali sono le cose da fare prima della partenza? E quali durante? Vai che si parte!

Innanzitutto, se preferite non lasciare nulla al caso, avete poco tempo a disposizione e non volete perderne neanche un po’ sul posto per l’organizzazione di alloggio e trasporti, incominciate già da casa col registrarvi sul sito di Viazul e di Airbnb. Per quanto riguarda Viazul fatelo con un anticipo di almeno due settimane dalla data in cui volete viaggiare perché quelle sono le tempistiche minime di prenotazione: oltre tale scadenza il sistema infatti non vi mostrerà neanche più la disponibilità dei posti. Un po’ diverso è invece il caso di Airbnb: le prenotazioni le potreste fare anche dall’aeroporto un minuto prima della partenza ma sappiate che, appena messo piede sull’isola, seppur la pagina sarà ancora accessibile per la consultazione delle strutture, vi verrà negata l’autorizzazione per poter effettuare il pagamento e quindi confermare la prenotazione.

Ve lo dico già da adesso comunque: nel caso in cui non vi siate organizzati con anticipo non disperate, in loco riuscirete sicuramente a risolvere la situazione, provando per esempio a prenotare un autobus all’ultimo minuto (anche se un po’ difficile in alta stagione) o spostandovi con i taxi collettivi (molto più probabile) e chiedendo ai proprietari della casa in cui alloggiate di prenotarvene una nella vostra destinazione successiva. E’ logico che in questo modo – e potreste volerne tenere conto – i vostri piani iniziali potrebbero subire delle variazioni e che sicuramente avrete bisogno di molta più disponibilità di denaro contante. L’aspetto positivo di prenotare sia il trasporto che il pernottamento già dall’Italia infatti è proprio quello di poter saldare il conto direttamente online e di dover quindi pagare meno commissioni alla vostra banca in caso di prelievo o di girare con centinaia e centinaia di euro in tasca.

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Parlando di trasporti sappiate inoltre che il costo dei taxi collettivi (prenotabili solo in loco o rivolgendovi ai vostri host), ovvero di quelle vecchie macchine americane tutte colorate e con i sedili coperti di plastica che possono portare da 4 a quante-persone-riescono-a-entrarci, non sempre risulta molto più alto di quello di un autobus. Bisogna quindi fare due calcoli: nella fattispecie il tragitto con Viazul da La Havana a Vinales costa per esempio 12$; tenendo conto che molto probabilmente il vostro alloggio in città si troverà da qualche parte in zona Havana Centro o Havana Vieja, dovrete calcolare un prezzo di 10$ per raggiungere la stazione degli autobus. Un taxi collettivo, che vi viene a prendere sotto casa e che vi porta direttamente all’indirizzo di destinazione ha un costo di 25$, 3$ in più rispetto allo sbatti di andare in stazione, il possibile ritardo dell’autobus e ovviamente i tempi di percorrenza più lunghi. In tal caso io, se fossi in voi, quando si tratta di spostamenti da/per la capitale, opterei quindi per il taxi collettivo, ovvero per lasciare tutto all’ultimo minuto. Non preoccupatevi, i taxi collettivi li riuscirete ad organizzare anche la sera prima.

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Certamente però c’è un altro fattore da valutare, il quale potrebbe di nuovo rimescolare le carte sul tavolo – giuro che non lo sto facendo apposta per confondervi le idee!: se state pianificando un viaggio a Cuba nei mesi più caldi dell’anno, viaggiare su una macchina senza aria condizionata, appiccicati ad altri viaggiatori e con la pelle incollata ai sedili di plastica credo che siate d’accordo con me nel dire che non suoni esattamente come un’ottima prospettiva di viaggio, soprattutto se la percorrenza fosse abbastanza lunga da portarvi a decidere di scendere a metà strada dal veicolo per la disperazione e farvela a piedi! 🙂 In tal caso allora avere un sedile spazioso prenotato su un autobus climatizzato potrebbe essere un’idea migliore. Questo a mio parere vale comunque anche durante i mesi con temperature più piacevoli: se il tragitto è lungo, fa caldo, gli orari sono buoni e alla stazione degli autobus ci potete arrivare a piedi o con pochi spicci, optare per un Viazul è sicuramente una scelta molto più confortevole. Ah, tenete a portata di mano pantaloni lunghi, felpa con cappuccio, sciarpa e pure una giacca leggera!

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Trattando di Airbnb e di case particolari, per continuare, personalmente non posso che spendere belle parole: in tutti i luoghi che ho visitato mi sono trovata sempre da dio e pagando praticamente una stupidata, ovvero tra i 10 e i 15 euro a notte (meno se diviso per due) per una stanza con bagno privato e, il più delle volte due letti matrimoniali a disposizione. Per chi non avesse ancora ben capito il significato di casa particolare, non si tratta di nient’altro che di una casa privata all’interno della quale vengono affittate una o più stanze. In linea di massima il prezzo di affitto equivale ad una quota fissa divisibile tra il numero degli ospiti, variabile a seconda del numero di letti presenti. Da non perdere certamente sono le colazioni casalinghe che volendo, per soli 5 CUC  (5$), vi forniranno carburante sufficiente per tirare fino all’ora di cena. Frutta tropicale e di stagione, uova, prosciutto, formaggio, dolci di varia natura, succhi naturali, caffè, tè, latte, pane, burro e marmellata e chi più ne ha più ne metta: riuscire a finire tutto potrebbe essere la più grande impresa di ogni vostra nuova giornata!

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Ma torniamo ora al discorso internet che tanto preoccupa chi veramente pensa di non poterne fare più a meno ma che in fondo, a queste stesse persone, le aiuterà a disintossicarsi finché realizzeranno che quasi quasi senza telefono si vive anche meglio. Al momento l’unico provider esistente è quello di Etecsa, i cui hot spot li si trova ubicati principalmente nelle piazze delle città (o dovunque vediate tante persone chine sullo schermo del proprio cellulare). Per potersi connettere è necessario acquistare delle schede prepagate, il cui valore ufficiale è quello di 1 CUC per un’ora di connessione. Solo acquistando le tessere negli uffici Etecsa riuscirete però a pagarle il prezzo ufficiale, altrimenti vi costeranno fino al doppio del costo base. Essendo che ogni persona può acquistare un numero limitato di schede per volta (3,5,7 a seconda del posto) le code fuori dai rivenditori ufficiali sono spesso infinite (sopratutto a La Havana) per cui toccherà a voi valutare la situazione e decidere se aspettare, pagare di più o connettervi con estrema moderazione.

Non avendo spesso internet a disposizione un’applicazione molto utile da scaricare preferibilmente prima della partenza è quella di Maps Me, un sistema di mappe utilizzabili offline che vi aiuterà ad orientarvi nelle città e a meglio capire le distanze tra un punto e un altro. Tanto per cominciare è fondamentale comunque rendersi conto delle effettive dimensioni dell’isola, la quale di certo non è piccola abbastanza da permettervi di girarla tutta nel giro di due settimane. A dir la verità non è piccola abbastanza per girarla tutta neanche in un mese per cui è importante organizzare il programma di viaggio in modo da non ammazzarsi di ore di pullman e dedicare tempo sufficiente ad ogni luogo, così da poterselo godere appieno.

Prima della partenza inoltre andate su Youtube e guardatevi un tutorial per imparare i passi base della salsa cubana, un modo per entrare subito nel ritmo e nello spirito danzante che anima le serate dell’isola caraibica e per vivere appieno la vostra esperienza, divertendovi come dei pazzi. In ogni città che visiterete sull’isola mai e poi mai potrebbe mancare l’occasione per fare pratica, che sia prenotando lezioni private o facendo le ore piccole alle varie Casas de la Musica o de la Trova. Il costo medio per una lezione da un’ora è normalmente di 10 CUC.

E a proposito di CUC, che cos’è questa strana moneta che si sono inventati i cubani perché nel paese smettessero di circolare i dollari americani? Il cosiddetto Peso Convertibile (CUC) non è nient’altro che l’equivalente di 1$ e una delle due monete ufficiali di Cuba; l’altra è il Peso Cubano (CUP), molto meno forte del primo (1 CUC = 25 CUP) e che può essere utilizzato per le piccole spese, come prodotti da forno e gelato. Il valore di un Euro al momento della mia visita (gennaio 2019) equivaleva a 1,10 CUC. A Cuba cambiare dollari statunitensi non conviene in quanto ad essi viene applicata una tassa svantaggiosa; meglio quindi premunirsi di Euro prima della partenza e cambiarli in loco nelle Cadecas de Cambio. A La Havana ce n’è una apparentemente sempre senza coda nella Piazza del monumento a Cristobal Colon (il nostro Cristoforo Colombo), all’imbocco nord della Plaza de San Francisco. L’alternativa ovviamente è quella di prelevare.

Bene ragazzi, detto questo, volete sapere che cosa c’è di bello da fare e da vedere a Cuba? Allora leggete l’articolo Viaggio a Cuba: il mio itinerario, info e contatti!

Trekking al Campo Base Everest: tutto quello che c’è da sapere

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“Qualunque cosa tu possa o sogni di fare, incominciala ora! L’audacia reca in sé genio, potere e magia” (Goethe) 

Viaggiatori, sognatori, amanti del trekking e delle imprese audaci, sentite un po’ quel che ho da dirvi: il trekking al Campo Base dell’Everest, SE FATTO NEL MODO GIUSTO (e in questo articolo vi spiego come), a mio parere non è poi così difficile! Intendiamoci, non che si tratti di una scampagnata ovviamente, ma rispetto ad altri trekking – con molti più saliscendi, dislivelli da coprire in giornata, ore di cammino, killing-up e killing-down – quello nella Valle del Khumbu non è poi tra i più massacranti. Certo, il fattore altezza – quello che vi farà sentire maggiormente la fatica, a tratti mancare il fiato e che potrebbe ahimè anche riservarvi spiacevoli sorprese – fa parte del pacchetto e non è da sottovalutare ma andate pur tranquilli: SE BEN GESTITO, non sarà tale da compromettere la vostra impresa.

Leggi anche L’ABC del Trekking in Nepal: semplici regole per stare bene

Credetemi, lungi da me peccar di leggerezza e chi ha letto l’articolo qui sopra sa quanto ci tenga a ribadire il concetto che con le montagne non si scherza affatto; a parlarvi non è una persona che si è preparata per mesi e nè tantomeno una così allenata; ok, non faccio una vita prettamente sedentaria, giro in bici e cammino quando posso ma vivo in pianura e quindi immaginatevi che sforzo!  Comunque non vado né a correre e né tanto meno regolarmente in palestra; peso 52 chili, sono alta 1,67 e pensateci, se non è stato così difficile per me pur portandomi 11 chili di zaino sulle spalle, credo che qui siano in tanti a poterne uscire vittoriosi, ma da una di quelle vittorie che vi ricorderete per tutta la vita!

Everest Base Camp

Foto scattata dal Kala Patthar (5.545 m.). Dietro di me l’Everest.

Chomolungma o Sagarmatha, la “Madre Dea della Terra”: chiamarla semplicemente Everest (che tra l’altro andrebbe pronunciato qualcosa come “Ivrest“), ovvero con il nome di un geografo e cartografo britannico che detta montagna sembrerebbe non averla neanche mai vista, trovo che sia oltremodo riduttivo – senza offesa Sig. Everest nè!; sarebbe forse invece più cortese designarla sin dall’inizio con i nomi – certo più reverenziali – dategli da quelle popolazioni (rispettivamente tibetana e nepalese) che sotto la sua ombra ci hanno vissuto per secoli, glorificandola come la sede inscindibile della sua Dea protettrice – Miyolangsangma, originariamente una demonessa convertita al buddhismo da Padmasambhava, meglio conosciuto con l’appellativo di Guru Rimpoche – e come una presenza da rispettare con devozione, a tratti con timore.

Everest Base Camp Trek - Kala PattharVista dal Kala Patthar

Sappiate comunque che, seppur sarà lei a darvi il motivo e la forza per mettervi in cammino, l’Everest non è certo l’unica tra le bellezze che incontrerete lungo il percorso; di montagne dalla forma perfetta e maestosa ne vedrete tante altre ed è questo che in fondo renderà il vostro trekking così speciale! L’Ama Dablam (6.814 m., considerata una delle montagne più belle del mondo nonché il cosiddetto “Cervino dell’Himalaya”), il Pumori (7.161 m.), il Lhotse (8.516 m.) e il Nuptse (7.864 m.) ma anche il Tabuche (6.495 m.), il Cholatse (6.335 m.), il Thamserku (6.618 m.) , il Kangtega (6.783 m.) e il Cho Oyu (8.201 m.); insomma, siete arrivati nella terra dei sogni!

Everest Base Camp Trek

Il Pumori (7.161 m.)

Lo so, avrete di certo sentito dire che si tratta di uno dei due trekking più trafficati del Nepal (l’altro il Campo Base dell’Annapurna), e forse questo – l’idea di incontrare fiumane di gente – vi sta creando qualche dubbio sul se sceglierlo o no per la vostra avventura. E’ vero, soprattutto nei mesi di aprile/maggio e di ottobre/novembre la quantità di gente aumenta di molto rispetto ad altri periodi dell’anno – quelli in fondo sono i migliori per mettersi in cammino – ma non lasciate che sia questo a farvi rinunciare: con qualche piccolo accorgimento saranno ancora tanti i momenti in cui vi troverete a camminare da soli nel silenzio della natura. I gruppi inoltre vi serviranno alla sera nei lodge per riscaldare l’ambiente come mucche in una stalla! 🙂

Leggi anche Trekking al Campo Base dell’Annapurna

Di seguito gli argomenti trattati in questo articolo che vuole essere una guida senza pretese dove mettere insieme quante più informazioni possibili recuperate lungo il percorso. Per comodità di lettura l’ho diviso in 5 sezioni:

1. Quale percorso scegliere – Everest Base Camp, Gokyo Trek o Three Passes

2. Everest Base Camp Trek: Il mio Itinerario in 13 giorni

3. In volo verso Lukla – tutto quello che le compagnie non vi dicono

4. Attenzione alla tosse del Khumbu

5. Cosa portare nello zaino

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1. Quale percorso scegliere – Everest Base Camp, Gokyo Trek o Three Passes

Beh, se siete arrivati a questo articolo suppongo che abbiate già le idee abbastanza chiare sul fatto di voler arrivare il più vicino possibile a Sua Maestà la montagna più alta del mondo. Ebbene, se è questo che vi interessa allora non aspettate altro: puntate prima dritto alla meta e, solo successivamente, se il fisico e il tempo (sia quello meteorologico che quello che avete a disposizione) ve lo permetteranno, allontanatevi dal percorso principale dell’Everest Base Camp Trek verso quelli  meno noti detti del Gokyo e dei Tre Passi. L’itinerario così impostato, che rispetti dunque il SENSO ANTI ORARIO a mio parere è l’ideale per tre motivi principali:

  • perché vi garantirà un migliore acclimatamento – importante a prescindere ma soprattutto se la vostra intenzione è quella di completare il circuito più lungo ed impegnativo, ovvero quello dei Tre Passi (il Kongma-La, il Cho-La e il Renjo-La);
  • perché vi darà la possibilità di rinunciare in qualunque momento qualora non ve la sentiste di proseguire e di fare quindi ritorno a Lukla avendo comunque raggiunto (almeno si spera!) il vostro obiettivo principale;
  • perché durante le giornate di riposo per acclimatamento vi offrirà infinite possibilità di escursioni secondarie che aiuteranno il vostro corpo a mantenersi in allenamento e lo prepareranno per le giornate più impegnative. 

Ricordatevi: optare per un andamento che rispetti le fasi di acclimatamento – non mi stancherò mai di dirlo – è oltremodo vitale anche quando si crede di non averne bisogno e questo per evitare di incappare in quei problemi legati al “mal di montagna” che, come è noto, a queste altezze – a 5.000 metri la quantità di ossigeno presente nell’aria corrisponde al 53% rispetto al livello del mare, a 5.500 m. al 50% –  sono all’ordine del giorno. Lo so, a qualcuno queste parole potrebbero sembrar scontate ma credetemi, si tratta di passaggi sostanziali che purtroppo più volte ho visto ingenuamente trascurare. Guardate una cartina prima di partire: un dislivello obbligato di 1.000 metri in salita, quasi all’inizio del trekking e a quelle altezze, è chiaro che potrebbe facilmente compromettere la vostra salute (mi riferisco al percorso da Lungdhen al Renjo La, valido per i Tre Passi se fatti in senso orario), per cui sarebbe consigliabile evitarlo; facendolo in senso contrario per lo meno i 1.000 metri li coprireste in discesa e con le gambe ormai allenate!

Ma facciamo ritorno a quello che vuole essere il punto focale di questo articolo, l’Everest Base Camp Trek, l’originale, tra tutti il meno impegnativo e che, in quanto diretto, richiede anche meno tempo: la verità è che sarebbe più sensato chiamarlo il Kala Patthar Trek, dal nome del punto panoramico per eccellenza, ovvero di quella collina scura (Kala Patthar= “pietra nera”) sita al lato dell’accampamento di Gorak Shep da cui avrete le viste migliori sull’intera valle e sulle montagne circostanti. Dal Campo Base vero e proprio l’Everest sappiate che non è visibile e, a meno che non vi troviate da quelle parti durante i mesi di spedizioni alla vetta (aprile/maggio) – quando può essere sicuramente interessante dare un’occhiata a cosa combinano gli alpinisti in fase di preparazione – non sarebbe poi così grave se anche voi riteneste inutile andarci.

Everest Base Camp Trek - Pumori

Bando comunque ai programmi preimpostati che di solito prevedono di raggiungere il Campo Base (5.364 m.) in giornata da Lobuche (4.910 m.) con una levataccia prima dell’alba e, la mattina dopo, il Kala Patthar (5.545 m.) sempre partendo nel buio della notte: se al vostro arrivo a Gorak Shep (che fu il Campo Base originario stabilito nel 1953) trovaste cielo limpido, io fossi in voi punterei dritto alla meta che vi garantisca la vista sull’Everest (quando oltretutto c’è meno gente) e mi risparmierei  quindi la salita al freddo e al gelo del giorno dopo (a metà novembre le temperature al mattino erano di -10 gradi); le foto al tramonto inoltre  – tenetene conto qualora vi voleste intrattenere fino a quell’ora – sono meglio di quelle all’alba in quanto il sole, sorgendo esattamente dietro all’Everest, non vi permetterebbe di scattare immagini prive di riflessi. Non solo: lasciare la salita del Kala Patthar all’alba del giorno dopo inoltre vorrebbe dire dargli soltanto una possibilità. E se fosse nuvoloso?? E’ vero che al mattino le probabilità di cielo limpido sono maggiori rispetto al pomeriggio ma che ne sapete; mai come in questo caso, dopo tutta la fatica per arrivarci, io metterei in atto un semplice ma efficace concetto: CARPE DIEM!

Everest Base Camp Trek

Per quanto riguarda il numero di giorni necessari per portare a termine il Trekking al Campo Base dell’Everest da KTM a KTM mettetene in conto 13/14, per estendere al Gokyo Trek 17/18, mentre per i Tre Passi almeno una ventina. A questi ovviamente andranno aggiunti dei giorni cuscinetto che servano per ovviare ai problemi di voli cancellati (2/3), oppure 5/7 giorni se la vostra intenzione è quella di andare o tornare a piedi da Shivalaya/Jiri, raggiungibili con una luuuunga corsa in autobus da Kathmandu (10/12 ore).

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2. Everest Base Camp Trek: Il mio Itinerario in 13 giorni

Qualunque percorso decidiate di scegliere comunque questo è sicuro: in fase di ascesa lungo l’Everest Base Camp Trek, da Lukla a Gorak Shep, NON METTETECI MENO DI 8 GIORNI! Qui di seguito vi parlerò del mio itinerario, passandovi alcuni consigli sul dove dormire, aggiornamenti sui prezzi (a novembre 2018) e qualche altro suggerimento dove possibile:

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1°giorno: Lukla (2.840 m.) – Phakding (2.610 m.)

– 11 km – 2h30 circa di cammino prevalentemente in discesa – pernottamento presso la Khumbu Traveller’s Guest House che propone noodles e salsa di pomodoro fatti in casa – costo della camera singola con bagno 300 rupie.

A Lukla vi dovrete fermare a pagare una tassa di 2.000 rupie volta a rimpinguare le casse della Khumbu Pasang Lamu Rural Municipality, una comunità rurale composta da sette villaggi nel distretto del Solukhumbu. Tale tassa dal 1 ottobre 2017 sostituisce la TIMS  che non è più quindi necessario ottenere per recarsi nella regione dell’Everest a meno che non si decida di raggiungere Lukla a piedi da Shivalaya/Jiri ( in tal caso vi servirà anche il Gaurishankar Conservation Area Project (GCAP) Entry Permit, ottenibile al Tourism Board di Kathmandu). Il nome Pasang Lamu Shepa fu quello della prima donna nepalese a raggiungere la vetta dell’Everest nel 1993, luogo in cui purtroppo, in fase di discesa, ci lasciò la vita all’età di soli 32 anni.

Everest Base Camp Trek

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2°giorno: Phakding (2.610 m.) – Namche Bazaar (3.440 m.)

– 15 km – 5h30 circa di cammino (3h + 2h30) in stile nepali flat fino a Jorsalle (2.740 m.) e in salita abbastanza ripida fino a Namche – sosta pranzo a Jorsalle presso il River View Terrace Restaurant – pernottamento presso la Zamling Guest House – costo della camera singola con bagno in comune 200 rupie – costo della doccia 500 rupie – prese in camera.

A circa due ore di cammino da Phakding, seguendo la valle del fiume Dudh Kosi, raggiungerete il villaggio di Monjo (2.835 m.) che potrebbe costituire una base alternativa dove pernottare qualora il primo giorno ve la sentiste di proseguire un po’ più in su (l’altezza è più o meno quella di Lukla). Qui incontrerete un altro check-post dove vi toccherà pagare questa volta la tassa d’ingresso al Sagarmatha National Park ad un costo di 3.000 rupie.

Everest Base Camp Trek

Arrivati a Namche Bazaar avrete quindi raggiunto l’insediamento più grande del Khumbu, il cuore del territorio sherpa, il luogo in cui gli antenati di questa cultura si stabilirono arrivando dal Tibet oltre 450 anni fa. Illustre personaggio della comunità del passato fu certamente il leggendario Tenzing Norgay, colui che insieme al neozelandese Sir. Edmund Hillary nel 1953 mise piede per la prima volta sulla sommità dell’Everest, a 8.848 metri. Zamling (o Jamling) è il nome di uno dei sui figli, colui che l’ha voluto ricordare e rendergli onore attraverso la scrittura di un libro, Touching My Father’s Soul, una lettura più che consigliata!

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Qualunque cosa vi foste dimenticati di portare da casa in termini di abbigliamento o attrezzatura tecnica è quasi sicuro che la troverete a Namche Bazaar. I prezzi sono praticamente quelli europei ma è anche vero che in tanti negozi incontrerete marchi originali. Senza esagerare ma volendo, qui potrete anche permettervi una birra all’Irish Pub più alto del mondo! Badate bene che, seppur vi siano diversi bancomat nel villaggio, la maggior parte di questi risulta spesso priva di contanti. PORTATEVI SOLDI A SUFFICIENZA per tutta la durata del trekking previsto e anche una buona dose di fondi d’emergenza! 

Everest Base Camp Trek

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3°giorno: Namche Bazaar (3.440 m.) – Khumjung (3.780 m.) – Namche Bazaar

– 10 km – 3h tra andata e ritorno – pranzo e pernottamento alla Zamling Guest House di Namche Bazaar che al conto finale (l’unico caso durante tutto il trekking) aggiunge il 23% di imposte.

Giornata di acclimatamento durante la quale potete decidere di fare tappa al villaggio di Khumjung, situato alle spalle delle colline che fanno da sfondo a Namche Bazaar. Il modo più semplice per arrivarci è quello di cominciare il percorso esattamente dietro al piccolo monastero che troverete al lato della Zamling Guest House e quindi fare ritorno da quello che teoricamente dovrebbe essere il principale, già in direzione di Tengboche. Il percorso può estere esteso anche al villaggio di Kunde.

Everest Base Camp Trek

A Khumjung, incontrerete il Samten Choling Monastery – secondo le fonti il secondo più antico del Khumbu – all’interno del quale è conservato quello che si dice essere il cranio di uno Yeti, l’abominevole uomo delle nevi! Il costo d’ingresso è di 300 rupie. Vi sarete probabilmente già resi conto di essere arrivati nel regno delle patate, qui dove si coltivano e poi si seppelliscono in delle buche sotto terra per conservarle durante i mesi invernali.

Everest Base Camp Trek

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4°giorno: Namche Bazaar – Phortse (3.810 m.)

– 14,5 km – 4h30 – sosta pranzo a Mong-La presso lo Snowland View Lodge – pernottamento presso il Little Sherpa Lodge and Restaurant – costo della camera singola con bagno in comune 500 rupie – prese in camera.

Con questa deviazione si abbandona momentaneamente il percorso principale e si seguono invece le indicazioni per il Gokyo Trek che troverete appena oltre il piccolo insediamento di Kyanjuma (“incrocio di sentieri” a 3.550 m.), a circa 1h30 da Namche Bazaar. Il percorso fin qui prosegue abbastanza liscio, pressoché in piano e regala delle viste a dir poco magnifiche sull’Ama Dablam, sul Lhotse, sul Nuptse e sulla sommità dell’Everest in lontananza.

Everest Base Camp Trek

Optare per questo itinerario costituisce un’ottima variante a quello dell’Everest Base Camp per più motivi: perché vi permette di vedere le cose da una prospettiva più alta e ampia, perché è meno trafficato e di conseguenza meno polveroso ma soprattutto perché vi risparmierà una salita di quelle massacranti per raggiungere Tengboche (che potrete fare invece al ritorno in discesa).

Everest Base Camp Trek

Da kyanjuma a Mong-La (3.973 m.) – che si trova appunto abbarbicato su un piccolo passo (“La”) – trattasi di circa un’altra ora e mezza di cammino in salita. Le viste da questo punto sono anch’esse spettacolari e già si intravede lì di fronte il villagio di Phortse (“terrazze soleggiate”) che costituirà il vostro rifugio per la notte. Vi piacerebbe che ci fosse un ponte ad unire i versanti delle due montagne alla vostra altezza vero? Ebbene il ponte c’è ma per attraversarlo dovrete scendere per 45 minuti fino al fiume e da lì risalirne altrettanti.

Everest Base Camp Trek

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5°giorno: Phortse (3.810 m.) – Dingboche (4.410 m.)

– 16,5 km – 5h – sosta pranzo a Shomare – pernottamento all’Everest Resort – costo della camera singola con bagno in comune 500 rupie.

Il percorso da Phortse a Pangboche (2h30) è magnifico e selvaggio, reso ancor più unico dal fatto che siano poche le persone a percorrerlo. L’Ama Dablam gli fa da sfondo costantemente mentre guardando in basso a destra si intravede il piccolo agglomerato di Tengboche con lo storico monastero ad occuparne la parte più alta. Portate acqua a sufficienza.

Everest Base Camp Trek

Pangboche (3.930 m.) è un villaggio di tutto rispetto, dedito sempre alla coltivazione di patate e all’allevamento di yak. Nella parte alta del paese sorge il più antico monastero della valle, apparentemente fondato dal Lama Sange Dorje nel XVII secolo e circondato da una sufficiente quantità di lodge e tea houses. Pangboche potrebbe costituire una buona sistemazione per coloro che, all’andata o al ritorno, fossero interessati a raggiungere il Campo Base dell’Ama Dablam (2h circa), da cui partono le spedizioni alla vetta.

Everest Base Camp Trek

Da questo momento in poi, allontanandovi da Pangboche, dite pure arrivederci alla vegetazione fatta di alberi (che rincontrerete solo al ritorno) e preparatevi invece ad addentrarvi in un mondo fatto di piccoli arbusti e rocce nude; le alte vette sono sempre più vicine, l’aria sempre più sottile e le temperature via via più rigide; i panorami d’altro canto sempre più belli, selvaggi e lunari.

Il sentiero risale ora verso Shomare (4.010 m.) – raggiungibile in circa mezz’ora – e da lì prosegue in falsopiano lungo l’ampia valle dell’Imja Khola, il tributario del Dudh Kosi che dovrete attraversare (45 min.) per raggiungere Dingboche (1h). Avrete probabilmente notato sulla mappa che appena prima di incrociare il fiume i percorsi si dividono: uno a destra, che lo continua appunto a seguire verso Dingboche e Chhukhung, l’altro a sinistra, che invece se ne discosta per continuare verso Periche.

Everest Base Camp Trek

Everest Base Camp Trek

Sia che il vostro obiettivo sia quello di proseguire facendo andata e ritorno lungo l’Everest Base Camp Trek, sia che vogliate tentare la sorte con i Tre Passi, proseguire verso Dingboche e fermarsi lì per due notti (oppure farne una lì e una a Chhukung) è sicuramente la scelta migliore: la zona offre meravigliose possibilità di escursione e non solo quindi darete al vostro corpo la possibilità di acclimatarsi all’altezza ma avrete anche modo di esplorare ulteriori destinazioni. E’ proprio in questa zona che si può ammirare per esempio l’Imja Tse, quella montagna meglio conosciuta al mondo con l’appellativo di Island Peak (6.189 m.), una delle cime alpinistiche più accessibili della zona che sorge appunto come un’isola tra le altre.

Everest Base Camp Trek

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6°giorno: Dingboche (4.410 m.) – Chhukhung (4.730 m.) – Dingboche

– 3h tra andata e ritorno – pernottamento all’Everest Resort.

Giornata di acclimatamento in cui è possibile raggiungere Chhukhung (4.730 m.), l’ultimo insediamento nella valle dell’Imja Khola. Dal villaggio si staccano più sentieri: verso oriente c’è appunto il Campo Base dell’Island Peak, verso nord il Chuukhung Ri – entrambe possibili escursioni in giornata qualora decideste di intrattenervi a Chhukhung una notte in più – mentre verso nord-ovest il Kongma-La Trek, il primo e più alto fra i tre passi dell’omonimo trekking e che collega Chhukhung a Lobuche. Trattasi di un percorso che supera i 5.500 metri d’altezza, una lunga traversata che può durare anche 9 ore senza incontrare anima viva né ristoro. Dicono – io non l’ho fatto – che l’itinerario da seguire in determinati punti non sia esattamente così intuibile,  che è necessario dunque fare molta attenzione – soprattutto se senza guida – e rinunciare o posticipare in caso di cattivo tempo. Se non rientrate tra gli interessati ad affrontare gli alti passi o a permanere nella valle per ulteriori escursioni – per cui sarà più conveniente pernottare a Chhukgung – potete dunque fare ritorno a Dingboche e godervi un po’ di meritato riposo. Nel centro del villaggio c’è una caffetteria che ogni giorno alle 14.00 propone la visione di un film, un modo alternativo e inatteso per passare il tempo a queste altezze. Andate con anticipo perché il locale si riempie in fretta!

Everest Base Camp Trek

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7°giorno: Dingboche (4.410 m.) – Lobuche (4.910 m.)

– 11 km – 4h30 – sosta pranzo e pernottamento all’Alpine House di Lobuche – costo della stanza con bagno in comune 700 rupie.

Dopo una prima mezz’oretta in salita verso la cima della collina che divide Dingboche da Periche, il percorso prosegue dolcemente attraverso un meraviglioso pianoro con viste spettacolari sulle vette quasi gemelle del Tabuche (6.495 m.) e del Cholatse (6.335 m.). Questo percorso è forse uno tra i più piacevoli, di quelli in cui la fatica non sarà certo la vostra distrazione principale e potrete quindi godervi il paesaggio, ammirandolo nel suo cambiamento continuo con estrema tranquillità.

Everest Base Camp Trek

Everest Base Camp Trek

La prima destinazione e possibilità di ristoro di questa giornata è l’insediamento di Doughla (4.620 m.), situato al di là di un fiume glaciale esondato diversi anni fa (2007) ma che ha ancora l’aspetto di una frana appena staccatasi dalla montagna. Vi toccherà a questo punto farvi strada tra i massi e risalire quindi dall’altro lato; il percorso da Dingboche ha una durata di circa 2h15.

Everest Base Camp Trek

Mettete adesso in cantiere un po’ di energie perché l’ora successiva sarà tra quelle più complicate, vuoi per l’altezza che incomincia a farsi sentire e vuoi per la verticalità del sentiero che risale la montagna fino ad un pianoro superiore dove, a darvi il benvenuto, incontrerete prima i monumenti commemorativi di alcune vittime dell’Everest, tra cui Babu Chhiri Sherpa – scivolato in un crepaccio durante la sua undicesima ascesa – e Scott Fisher – morto durante la tragedia del 1996. Guardatevi indietro adesso: ne avete fatta di strada eh! 🙂

Everest Base Camp Trek

Non mi dite che pensavate di essere arrivati? Ebbene no ma tranquilli, da questo punto a Lobuche vi rimane solo un’altra ora di cammino e il percorso non è poi così impegnativo. La vedete li di fronte quella montagna dalla forma perfetta che si staglia all’orizzonte? E’ il Pumori (7.161 m.), una tra le vette più maestose della valle e che da questo momento in poi sarà lì a fare da sfondo alla maggior parte delle vostre foto. A Lobuche incontrerete varie sistemazioni: io ho dormito all’Alpine House (che non era male) ma vi suggerirei piuttosto di provare la New EBC Guest House. Dopo pranzo volendo potreste risalire qualche collina che affaccia sul ghiacciaio del Khumbu per godervi lo spettacolo.

Everest Base Camp Trek

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8°giorno: Lobuche (4.910 m.) – Gorak Shep (5.140 m.)

– 3 km – 2h30 – sosta pranzo e pernottamento al Buddha Lodge di Gorak Shep – costo della camera singola (minuscola) con bagno in comune 500 rupie.

La verità è che Gorak Shep è un po’ un posto infame dove, a meno che non siate intenzionati a raggiungere sia il Campo Base dell’Everest (5.364 m.) che il Kala Patthar (5.545 m.), non varrebbe neanche la pena di pernottare. Le camere nei lodge sono decisamente le più spartane, il mangiare niente di che e ovviamente l’altezza non sarà quella che concilierà il vostro sonno. Le opzioni alternative, qualora l’idea di dormire ad un’altezza inferiore vi faccia sentire meglio, sono sia quella di effettuare un’escursione in giornata da Lobuche (dove rimarreste a questo punto due notti), sia quella (un po’ più dispendiosa) di optare per il confortevole lodge della Piramide italiana che si trova subito a nord di Lobuche, nascosta in una valle laterale.

Everest Base Camp Trek

Trattasi di un laboratorio di ricerca che si occupa di svariati progetti scientifici e che prende ufficialmente il nome di Ev-K2-CNR. Immediatamente sotto alla piramide si trova il lodge, l’8000 Inn, che per un prezzo fisso di circa 35$ (a seconda della stagione) offre stanza, colazione, cena, doccia calda in bagni confortevoli e possibilità di ricaricare qualunque apparecchiatura elettrica. Si tratta fondamentalmente dell’ultima sistemazione “lusso” sulla strada per l’Everest. Volendo, se non sono i soldi che vi mancano, potreste anche pensare di saltare Lobuche e di rimanere direttamente qui a dormire due notti.

Everest Base Camp Trek

Da Gorak Shep alla punta del Kala Patthar io ci ho messo 1h30 ma, a seconda della vostra condizione fisica le tempistiche potrebbero essere anche più lunghe. Salite con calma fermandovi tutte le volte che riterrete necessarie e portando con voi nient’altro che i bastoncini, acqua, magari uno snack o due e macchina fotografica. Ovviamente l’abbigliamento dovrà essere quanto più pesante possibile a seconda delle condizioni climatiche e dell’orario. Se all’alba o al tramonto portate con voi una torcia frontale. Quindi? Ci siete arrivati? 🙂

Everest Base Camp Trek

9°giorno: Gorak Shep (5.140 m.) – Periche (4.240 m.)

– 15 km – 5h. – sosta pranzo a Dhougla – pernottamento a Periche – costo della stanza singola con bagno in comune 500 rupie.

Ah che soddisfazione e  leggerezza riprendere il cammino in discesa vero? 🙂 Per raggiungere Periche non dovrete fare altro a questo punto che ripercorrere i vostri passi fino a Dhougla e da lì, attraversato il torrente glaciale, prendere il sentiero basso che scende – prima ripido e poi in falsopiano – lungo l’ampia e bucolica valle del Khumbu Kola. Da Lobuche a Dhougla, le due ore che avevate percorso in salita, in discesa diventeranno circa 1h15 mentre da Dhougla a Periche considerate più o meno 1h45.

Everest Base Camp Trek

L’avrete probabilmente già notato all’andata ma altrimenti fateci caso: a circa 40 min. di cammino da Lobuche, in direzione dei memoriali alle vittime sull’Everest e all’altezza di una spianata ghiaiosa, si giunge al bivio (indicato da un cartello giallo) da cui parte il sentiero per il Cho-La, il secondo e più impegnativo dei Tre Passi sulla strada per Gokyo.

Everest Base Camp Trek

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10°giorno: Periche (4.240 m.) – Namche Bazaar (3.440 m.)

– 8h – sosta pranzo a Deboche – pernottamento alla Zamling Guest House di Namche Bazaar.

Una giornata abbastanza lunga che volendo potrebbe però essere spezzata in due prevedendo una notte a Tengboche (3.860 m.), la sede del più famoso monastero del Khumbu. Da Periche a Pangboche il percorso è quasi tutto in discesa e si tratta – fatta eccezione per la prima parte fino al bivio per Dingboche all’altezza dell’ Imja Khola – dello stesso itineario già seguito all’andata. A Pangboche potete mantenervi sul percorso che attraversa la parte bassa del villaggio e proseguire quindi oltre verso l’insediamento di Deboche (3.820 m.) e lì fermarvi a mangiare prima di riprendere in salita ripida fino a Tengboche. In totale calcolate circa 4h.

Everest Base Camp Trek

Everest Base Camp Trek

Da Tengboche il sentiero scende a picco per circa 1h. lungo il versante opposto della montagna e fino all’insediamento di Phungi Tanga (3.250 m.) dove, oltre a qualche tea house, troverete anche un piccolo check post dell’esercito. Avete capito adesso perché questa parte di percorso è stata meglio farla in discesa? Personalmente, data la possibilità di deviare verso Phortse, non trovo il motivo di massacrarsi con quella salita all’andata!

Da Phungi Tanga a Sanasa è un’altra ora di cammino in salita nella foresta che vi riporterà quindi prima al bivio con il sentiero per Gokyo, poi a Kyanjuma e da lì a Namche lungo lo stesso percorso in stile nepali flat dell’andata. In totale da Tengboche mettete in conto 4h30. Complimenti ragazzi, ce l’avete fatta! Adesso si che potete farvi una doccia come si deve e cenare come se non ci fosse un domani! 🙂

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11°giorno/12°giorno: Namche Bazaar  (3.440 m.) – Phakding (3.440 m.)/Lukla (2.840 m.)

– 15 km o 26 km – 4h30 o 7h. – sosta pranzo a Jorsalle presso il River View Terrace Restaurant – pernottamento alla Khumbu Traveller’s Guest House di Pakhding o al Sunrise Lodge di Lukla.

Verso la fine del trekking si può incominciare a prendersela con calma e visto che in questa giornata le ore di cammino non sono poi così tante potete anche evitare di puntare la sveglia all’alba e godervi finalmente una colazione da campioni. Volendo ovviamente potreste rendere la giornata più lunga e proseguire direttamente fino a Lukla (oppure a Chheplung se la vostra intenzione è quella di farvela a piedi fino a Shivalaya/Jiri); in tal caso (se il vostro volo è prenotato per il giorno successivo) fate in modo di arrivare a Lukla entro le ore 15, in modo da avere il tempo di riconfermare la partenza presso gli uffici della vostra compagnia aerea (leggi bene la prossima sezione per avere maggiori info a riguardo). Fossi in voi io comunque non prenoterei il volo di ritorno prima del 13° giorno. 

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3. In volo verso Lukla – tutto quello che le compagnie non vi dicono

Quando venne costruito nel 1964 con lo scopo di trasportare materiale per la costruzione di un ospedale, in pochi avrebbero scommesso che la pista di atterraggio di quello che oggi viene riconosciuto come l’aeroporto più pericoloso del mondo, sarebbe diventata la porta d’accesso alla valle del Khumbu per migliaia di turisti. Ebbene così è stato e ad oggi, durante l’alta stagione, i voli in partenza e in arrivo da quella pista inclinata di 11,7° e lunga soltanto 527 metri sono a decine, ognuno più o meno con una capacità di posti a sedere di circa una ventina di passeggeri.

Everest Base Camp Trek - Lukla

Le compagnie che svolgono questo servizio al momento della mia visita erano 4: Tara Air (controllata dalla storica Yeti Airlines), Sita Air, Summit Air (dal 2017 il nuovo nome dato a Goma Air) e Nepal Airlines. A novembre 2018 il costo per un biglietto di sola andata si aggirava attorno ai 170/180 $, con nessuno sconto per l’acquisto del biglietto di ritorno, pagato esattamente il doppio. Le prenotazioni possono essere effettuate direttamente sul sito della compagnia (se ci riuscite) oppure tramite agenzia a Kathmandu ma è sicuro che, se si tratta di alta stagione, il tutto debba essere fatto con un certo anticipo. I voli, soprattutto quelli di ritorno DEVONO ESSERE RICONFERMATI (in caso contrario la compagnia potrebbe decidere di assegnare il vostro posto a qualcun’altro) e questo lo si può fare direttamente negli uffici delle compagnie aeree a Lukla (aperti solo per un’ora dalle 15 alle 16), per telefono oppure tramite il lodge dove deciderete di pernottare l’ultima sera. Se viaggiate da soli prendete i contatti prima di lasciare il paesello.

Ma arriviamo adesso al dunque: quale compagnia scegliere – vi starete probabilmente chiedendo – e quali sono quelle cose che vorreste sapere prima di partire (e magari di trovarvi bloccati a Lukla senza un’idea di quel che stia succedendo o qualcuno che vi informi circa la situazione e le vostre prospettive di andarvene)? Lo saprete bene anche voi: finché fila tutto liscio è facile esaltare le doti di una compagnia piuttosto che di un’altra – in fondo hanno contribuito alla buona riuscita di un’impresa spettacolare – ma è proprio quando qualcosa va storto che si finisce col tirare le somme e condannare quella che si è rivelata inefficiente e che vi ha fatto perdere tempo inutilmente quando di certo avreste potuto impiegarlo in maniera migliore.

Everest Base Camp Trek - Lukla

Vi racconto in breve la mia esperienza: volo prenotato con Summit Air da Lukla a Kathmandu in data 21 novembre 2018 alle ore 9; aeroporto preso d’assalto per via delle cancellazioni del giorno precedente causa maltempo; dopo un’intera mattinata passata ad aspettare il nostro turno (vedendoci passare davanti decine di gruppi organizzati) ci viene comunicato che tutti i voli da quel momento in poi saranno diretti all’eroporto di Ramechhap, a 5 ore di strada da Kathmandu; la compagnia prenderà ovviamente in carico il servizio di trasporto in minivan verso la capitale; ottenuta la carta d’imbarco e in attesa al gate, all’alba delle 14.30 riceviamo l’infausta notizia della cancellazione del nostro volo in quanto il pilota avrebbe finito le sue ore di servizio; il manager in loco ci dà appuntamento al giorno dopo alle ore 6.30 con la promessa di imbarcarci sul primo volo in partenza; nonostante le promesse e nonostante i primi due velivoli fossero diretti a Kathmandu, ci viene consegnata una carta d’imbarco sostitutiva con destino di nuovo a Ramechhap dicendo che ormai noi eravamo assegnati a quell’aeroporto e che se non ci stava bene potevamo chiedere il rimborso e organizzarci in altro modo; il volo non arriverà fino alle 12.30 e noi a Kathmandu fino alle 19. È stato come uscire di prigione!

“Quando non vedi l’ora di andartene, qualunque rumore ti sembra quello di un aereo in arrivo!”

Che cosa si può dedurre da questa storia:

  • che contro il cattivo tempo non si può far nulla ma questo già l’avevamo messo in conto. L’aeroporto di Lukla è particolarmente soggetto a cambiamenti climatici repentini e quando questo accade i voli non possono fare altro che essere giustamente cancellati. Su questo non ci piove, soprattutto quando si tratta di velivoli che volano a vista. Onde evitare quindi di perdere coincidenze internazionali calcolate sempre quei 3 o 4 giorni in più rispetto alla fine prevista del vostro trekking che vi facciano da cuscinetto proprio in queste occasioni.
  • che non solo il tempo meteorologico potrebbe causare modifiche al vostro volo bensì anche questioni legate al traffico aereo nell’aeroporto di Kathmandu. Durante l’alta stagione del 2018 apparentemente tantissimi voli sono stati dirottati sull’aeroporto di Ramechhap a causa dell’alta intensità di arrivi e partenze internazionali nell’aeroporto della capitale. Trattandosi di un’unica pista sia per i voli domestici che per quelli intercontinentali ovviamente la precedenza viene data ai secondi. Se avete acquistato un volo per Kathmandu la compagnia prenderà a carico l’organizzazione del trasporto (e ci mancherebbe altro direte voi) ma sappiate che queste 5 ore di tragitto da Ramechhap a Thamel le state pagando ben 50$ (130$ è il valore della tratta Lukla-Ramechhap), una cifra che probabilmente non paghereste mai neanche attraversando l’intero paese da est a ovest. Considerato però che Ramechhap si trova in mezzo al nulla l’epilogo è che vi converrà comunque accettare l’offerta.
  • che avrete molte più probabilità di partenza se prenotati sui primi voli della giornata. Tanto per intenderci cercate di trovare posto sui voli con orario di partenza tra le 6 e le 7. Questo ovviamente non vuol dire che partirete necessariamente a quell’ora ma che, se anche in caso di cattivo tempo dovesse partire un solo turno, le vostre speranze di spiccare il volo sarebbero più alte.
  • che se per qualche motivo il vostro volo dovesse essere cancellato perderete la priorità d’imbarco, finendo così in fondo alla lista delle povere anime in attesa di salvezza. Per motivi pressoché ovvi (interesse di collaborazione) sappiate inoltre che ai gruppi organizzati da compagnie note verrà data la precedenza sugli individuali, il che vi darà ancor più svantaggio.
  • che qualunque sia il vostro tempo di attesa (ho incontrato gente bloccata a Lukla da 3/4 giorni) non riceverete nessun tipo di assistenza: rimarrete ad aspettare al freddo e al gelo in un aeroporto che ha più l’aspetto di una stazione degli autobus, senza posti a sedere e senza luci. Se avete una guida con voi lasciate che sia lei a sbrigare la faccenda e voi andatevi a gustare qualcosa di buono alla German Bakery lì di fronte, tanto della vostra presenza non se ne farà niente nessuno. Portate pazienza, al massimo verso le 14 scoprirete quale sarà il vostro destino per la giornata e, male che vada, a quel punto potrete riaccomodarvi in un lodge. Portatevi contante in abbondanza per coprire questa eventualità!
  • che tra tutte (esclusa Nepal Airlines che ha pochi voli alla settimana) Summit Air è la peggiore con cui ritrovarsi in una situazione del genere in quanto quella dotata di meno velivoli in volo su Lukla. In situazioni di accumulo passeggeri causa maltempo Tara e Sita sono quindi sicuramente quelle su cui puntare, Tara in primis per via del maggior numero di velivoli a disposizione.
  • che se avete soldi da spendere con 500$ a testa e altre 5 persone potrete contrattare un elicottero che vi porterà a destinazione, sicuramente con meno problemi rispetto all’aereo (gli elicotteri possono infatti volare in condizioni di visibilità inferiori).
  • che se avete tempo a disposizione e le previsioni del tempo non sono delle migliori forse vi converrebbe farvela direttamente a piedi ed evitarvi lo stress di aspettare a Lukla invano. I biglietti acquistati con queste compagnie sono da considerarsi modificabili (da tenerne conto in caso fosse necessario cambiare data) e rimborsabili (pagando una piccola penale se cancellati dal cliente con un giorno di anticipo o totalmente se il volo dovesse essere cancellato dalla compagnia). 
  • che sarebbe saggio comunque tentare la sorte e contattare la compagnia aerea chiedendo di partire il giorno prima rispetto alla data prevista (calcolate quindi già di default una giornata in più da usare come jolly). Qualora ci fossero posti disponibili (difficile in alta stagione ma mai dire mai), sarebbe come regalarsi una via di scampo sicura, piuttosto che aspettare il proprio turno e rischiare di trovarsi bloccati per giorni. 

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4. Attenzione alla tosse del Khumbu

Non che sia riconosciuta a livello internazionale ma la “Khumbu Cough” è un dato di fatto e ve ne accorgerete quando i tre quarti delle persone che vi circondano (inclusi forse anche voi stessi) ne saranno affette e l’atmosfera nella sala da pranzo dei lodge sarà quella di un sanatorio piuttosto che di un ristorante. Sapevatelo, la tosse e la perdita di voce a quelle altezze, dove l’aria che si respira è fredda e secca sono qualcosa di assai frequente e rese ancor più probabili se a queste condizioni ci aggiungete la polvere inalata lungo i sentieri.

Il fatto di essere in montagna certo significa aria buona e priva di qualunque tipo di inquinamento che si possa trovare invece in città ma la polvere alzata da chi cammina e dalle carovane di muli e di yak che trasportano mercanzie su questi percorsi può essere tanta e , seppur organica, certo non verrà apprezzata né dalla vostra gola né dai vostri polmoni. Indispensabile sarà dunque che vi muniate di una protezione per il collo che arrivi a coprirvi anche la faccia (niente di meglio di un Buff) e che vi dovrete tenere addosso dall’inizio alla fine del trekking.

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5. Cosa portare nello zaino

Prepararsi a livello di attrezzatura da portar con sé è ovviamente quanto di più basilare. Ne ho già parlato ampiamente nell’articolo Trekking in Nepal: tutto quello che c’è da sapere per cui non faccio altro che fare copia e incolla evidenziando quanto ritengo che sia fondamentale o comunque molto utile per questo tipo di trekking, estendendo il discorso anche agli itinerari del Gokyo e Tre Passi.

– Scarpe comode e adatte al trekking: vanno benissimo per esempio i modelli in Goretex della Salomon o della Sportiva a meno che non prevediate un trekking in inverno o durante il monsone, in qual caso sarebbe meglio uno scarponcino; l’importante è ovviamente che calzino comode e che le abbiate testate camminandoci in precedenza. Partire con un paio di scarpe nuove di zecca potrebbe infatti rivelarsi l’errore più grande che possiate commettere. Io personalmente uso le Ultra Raptor de La Sportiva;

– Micro-ramponi se il trekking prevede passaggi su ghiaccio quali, in questo caso, l’attraversamento del Cho-La, il secondo dei Tre Passi sulla strada per Gokyo;

– Un paio di ciabatte da indossare nelle tea house e che vi servano sia per la doccia, sia per evitare di dovervi allacciare le scarpe o gli scarponi ogni volta che vi servirà andare in bagno, soprattutto se di notte. Un paio di ciabatte da piscina in plastica sono l’ideale in quanto parzialmente chiuse e possibili da indossare anche con i calzettoni di lana, molto meglio che non le classiche infradito;

– Calze: portatene quattro paia adatte per il trekking e un paio di lana per la sera da mettere con le ciabatte;

– Guanti anti-vento;

– Cappello: che vi copra quanto più possibile il viso (modello peruviano) e che possiate utilizzare anche di notte per tenere al caldo la testa;

– Copricollo: fondamentale sopratutto per i trekking alle quote più alte come questo;

– Magliette: meglio se di tessuto tecnico e che asciughino in fretta, a maniche corte per le quote più basse e a maniche lunghe per quelle più alte. Portatene al massimo cinque;

– Completo termico: da utilizzare come pigiama  o da aggiungere come strato se avete freddo;

– Felpe/pile: un paio di felpe in tessuto tecnico da utilizzare durante il trekking e un pile per la sera;

– Pantaloni: due paia per il trekking, uno più leggero per le quote più basse e uno più pesante per quelle più alte oppure due leggeri e una calzamaglia termica senza piede da utilizzare all’occorrenza. Portatevi poi un pantalone comodo da indossare a riposo;

– Giacca pesante ma che occupi possibilmente poco spazio oppure un piumino e una giacca antivento da abbinare all’occorrenza; io mi porto sempre anche una giacca traspirante da corsa;

– Sacco a pelo: un sacco a pelo di piccole dimensioni dovrebbe essere sufficiente. In ogni stanza sono infatti presenti delle coperte che potrete usare come aggiunta. Può capitare tuttavia, soprattutto durante l’alta stagione, che sui sentieri più battuti e a alle altezze elevate (dove ci sono meno alloggi), vi ritroviate a dover dormire in un angolo della sala da pranzo. In questo caso, sopratutto se sono finite le coperte a disposizione, potreste patire del gran freddo. Starà allora a voi cercare di arrivare prima della massa e accaparrarvi la stanza migliore. Le guide in questo caso possono essere molto d’aiuto, soprattutto se conoscono la zona e sono a loro volta conosciute, avendo spesso la possibilità di chiamare e prenotare in anticipo;

– Impermeabile: di quelli di plastica che siate sicuri facciano il loro dovere. Non c’è niente di peggio che ritrovarsi bagnati e al freddo;

– Una torcia frontale che vi lasci le mani libere;

– Occhiali da sole;

– Protezione solare, crema idratante e burro cacao;

– Carta igienica, salviette umide, gel igienizzante e assorbenti: la carta igienica è spesso di facile reperimento anche in loco ma i prezzi, così come quelli di tutti i prodotti, sono direttamente proporzionali all’altezza (un rotolo arriva a costare fino a 450 rupie);

– Prodotti da bagno: spazzolino, dentifricio, sapone, shampoo e balsamo in bustina che troverete nei supermercati delle principali città; rimanete sempre sulle piccole quantità e fate comunque conto di lavarvi pochissimo;

– Asciugamano in microfibra: io di solito ne porto uno di medie dimensioni per la doccia e uno piccolo da tenere sempre a portata di mano;

– Kit di primo soccorso che contenga farmaci per la dissenteria, Diamox, cerotti per le vesciche e uno spry per il naso (per evitare di passare notti insonni qualora vi doveste beccare un raffreddore);

– Borraccia di metallo e purificatore per l’acqua: la borraccia di metallo vuole essere la sostituita delle bottiglie di plastica che a queste altezze costituiscono un’importante fonte di inquinamento. Il costo di una bottiglia d’acqua in montagna inoltre può raggiungere le 250 rupie (contro le 25 rupie di Kathmandu) per cui ha molto più senso premunirsi di gocce o di pastiglie per purificare quella che prenderete dal rubinetto. A differenza della Regione dell’Annapurna qua non troverete acqua già filtrata;

– Apparecchiatura fotografica;

– Power Bank: per risparmiare sul costo delle ricariche e che sia almeno di 10.000 mAh;

– Snack di ogni tipo: consideratene almeno uno/due al giorno perché rendano il vostro trekking e i momenti di pausa ancora più piacevoli.

– Bastoncini da trekking: se avete problemi alle ginocchia o li volete evitare i bastoncini vi saranno di grande aiuto soprattutto durante le discese ripide.

– Un libro o le carte da gioco: per passare il tempo durante i momenti morti.

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Se invece preferisci organizzarti da te leggi l’articolo Trekking in Nepal: tutto quello che c’è da sapere