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Sonia Sgarella

Nella Tana della Tigre: le meraviglie del Bhutan

Nella Tana della Tigre: le meraviglie del Bhutan 1024 724 Sonia Sgarella

“E’ senza dubbio il complesso di edifici più pittoresco che io abbia visto finora. Tutti gli elementi naturali sono stati sfruttati per disegnare un magnifico quadro: gli alberi che si arrampicano tra le rocce e il precipizio a picco, tutto è al posto giusto. Ci sembrava di essere abbastanza vicini ma ci separava una gola profonda. L’unico modo per raggiungerlo era attraverso un angusto sentiero a scalini; un passo sbagliato e saremmo precipitati per 300 metri fino al ponte di legno. E poi su per un’altra rampa di piccoli gradini intagliati nella roccia.” (John Claude White, 1905)

Bhutan - La Tana della Tigre

Oggi è come allora. Poco lassù è cambiato e , nonostante il grande incendio del 1998 che ne ha costretto la ricostruzione, il Taktshang Gompa, miracolosamente arroccato sul margine di un dirupo a 900 metri dal fondo valle, si presenta ancora oggi come il grande protagonista di una favola d’altri tempi che sembra essere antica quanto la roccia di quella grande montagna che lo nasconde. Il tempo è immobile, sospeso in un passato leggendario. Il rumore del vento e dell’acqua sono la musica di sottofondo.

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Quasi sembra di poter scorgere l’immagine di Guru Rimpoche, conosciuto anche con il nome sanscrito di Padmasambhava, volteggiare tra i dirupi a dorso della della sua mitica tigre per poi posarsi all’ingresso della grotta dove si recava a meditare. Racconta la leggenda che il Grande Maestro, qui venerato come secondo Buddha, nella forma di Dorji Drakpo (“lampo veemente”), una delle sue otto principali manifestazioni, giunse in questo luogo sul dorso di Yeshe Tsogyal, sua consorte e discepola, tramutatasi in forma di tigre per l’occasione. Qui rimase a meditare per tre mesi sottomettendo tutti gli spiriti maligni che ostacolavano la diffusione del buddhismo e benedicendoli a guardiani della dottrina. Era l’VIII secolo. Attorno alla caverna dove la tradizione ritiene che abbia meditato il guru indiano e, dopo di lui, molti altri santi tibetani tra cui anche Milarepa, nel 1692, venne iniziata la costruzione del complesso di templi, divenuto in seguito una delle principali icone culturali dello stesso Bhutan.

Bhutan - La Tana della Tigre

La “tana della tigre”, situata 10 chilometri a nord di Paro, è raggiungibile a piedi con una camminata in salita di circa 1 ora e 45 minuti che parte dal parcheggio a fondo valle (i meno allenati possono salire a cavallo). Lungo il sentiero, immerso nella foresta di pini dell’Himalaya, si aprono stupende vedute sulla valle e punti panoramici da cui si hanno viste straordinarie del monastero, un patrimonio sacro che il popolo del Bhutan ha protetto e gelosamente custodito per secoli.

Bhutan - La Tana della Tigre

Come consiglia un cartello posto lungo il percorso: “Camminate verso la gloria del Guru! Perché in questo regno vi è un sovrano la cui benevolenza non ha confronto!”.

Mamallapuram: galleria d’arte a cielo aperto

Mamallapuram: galleria d’arte a cielo aperto 1024 640 Sonia Sgarella

Lo chiamavano il “grande eroe”, maha malla, ed era tra i più eminenti sovrani della dinastia Pallava. Narasimhavarman I, che regnò all’incirca tra il 630 e il 668 d.c., dotato di vitalità creativa raramente eguagliata, diede vita ad una tra le più celebri e preziose arti dell’India di ogni epoca e ad un linguaggio espressivo che diventerà caratteristico dell’India meridionale, cosiddetta dravidica.

In un tentativo di esaltazione della sua figura, volto ad identificarlo almeno parzialmente con la divinità, Narasimha fece di un piccolo porto sulla costa del Coromandel, già da tempo immemore conosciuto come Mallai, un importantissimo scalo commerciale sulle rotte per l’oriente, nonché un’autentica galleria d’arte a cielo aperto.

Mamallapuram - spiaggia

Venne così rinominata Mamallapuram, “la città del grande eroe” quella che è ancora oggi una rilassante cittadina di pescatori affacciata sul Golfo del Bengala. Punteggiata di palme e incorniciata a levante da una lunga spiaggia di sabbia dorata, Mamallapuram, anche conosciuta come Mahabalipuram, conserva intatto un esuberante repertorio di opere d’arte, espressione del lavoro di decine, centinaia o forse migliaia di scultori, tutt’oggi sconosciuti, che fecero di questa località uno dei più importanti laboratori d’arte del subcontinente.

Santuari in grotta, templi monolitici o costruiti, bassorilievi, altorilievi e sculture a tutto tondo sono nell’insieme volti ad onorare gli dei e costituiscono oggi un patrimonio mondiale dell’umanità, scolpito nelle levigate collinette di granito che spuntano lungo questo tratto di costa indiana. Non sempre portate a termine, le opere risultano a volte di dubbia interpretazione ma forse, ancora una volta, tutto è riconducibile al fatto che Mamallapuram fosse la sede di una grande scuola d’arte  dove le leggi scultoree venivano sperimentate, testate e, una volta esaurito l’interesse del patrocinante, abbandonate.

Risalendo dalla spiaggia, dove vi sarete già immersi nella storia raccontata dalle pietre scolpite dello Shore Temple (Tempio della Spiaggia) – esemplare più antico di “tempio strutturale”, costruito nell’India del Sud ad opera del successore Pallava Narasimhavarman II (700-728 d.c.), detto anche Rajasimha – camminando verso il centro dell’abitato lungo la Shore Temple Road, improvvisamente vi apparirà di fronte agli occhi quella che è sicuramente l’opera più straordinaria commissionata da Narasimhavarman I: un rilievo di proporzioni grandiose (all’incirca 30 metri per 15) che occupa l’intera facciata di una bassa collina rocciosa.

Mamallapuram - Arjuna's Penance

Voleva forse essere il biglietto da visita del grande sovrano rivolto ai mercanti e ai viaggiatori che giungevano dal porto – tra i primi, si racconta, Marco Polo –  e nelle giornate di festa doveva mostrarsi in tutta la sua bellezza, con una cascata d’acqua che dalla sommità discendeva nel solco centrale del monolite, a riempire la vasca d’acqua che si trova ancora oggi ai suoi piedi. L’acqua, fonte di vita e purificatrice, abitata da creature serpentine, i cosiddetti naga, voleva essere la probabile illustrazione della discesa del Gange sulla terra. Il sacro fiume scorreva infatti in cielo, finché il re Bhagiratha, con la sua penitenza e la sua fede, ottenne da Shiva che si riversasse in terra a purificare i resti dei suoi antenati.

Un’altra interpretazione, che va per la maggiore, vuole però che il grande rilievo, conosciuto localmente come Arjuna’s Penance (Penitenza di Arjuna), sia la rappresentazione di un episodio famoso del Mahabharata, il più grande poema sacro dell’India. Arjuna, costretto insieme ai fratelli Pandava ad un esilio di 12 anni nella foresta, si ritira in ascesi al fine di recuperare le armi divine indispensabili per vincere la guerra contro i cugini Kaurava. Rifugiatosi sull’Himalaya in cerca di Shiva, dedicatosi a mortificanti pratiche ascetiche, riceve dal grande dio la grazia di poter disporre di pashupata, tremenda arma divina.

L’episodio viene raffigurato a sinistra della fenditura centrale, che vede un asceta ritto su una gamba sola, a braccia alzate di fronte alla figura maestosa del grande dio. Tutto attorno, una profusione di figure celestiali, divine (vedi l’immagine di Vishnu posta all’interno di un tempietto), umane e animali , donano al rilievo una sorprendente vitalità. La ricchezza e l’eleganza della scultura Pallava sono qui espresse magnificamente e vi lasceranno a dir poco stupiti. Ma aspettate un attimo…che cosa ci fa un gatto in posizione ascetica di fronte a un gruppo di topi devoti? L’umorismo della scultura Pallava, oltre all’eleganza e alla ricchezza, vi lascerà estremamente stupiti!

Mamallapuram - Arjuna's Penance

A destra, a sinistra e alle spalle dell’ “Arjuna’s Penance”, una concentrazione di monumenti e formazioni rocciose dedicati alle maggiori divinità dell’induismo, vi terranno occupati una mezza giornata: il padiglione di Krishna (Krishna Mandapa), ornato con magnifiche sculture che raccontano le gesta del dio adolescente, la “palla di burro” (Krishna’s butter ball), roccia in precario equilibrio da millenni, la grotta di Durga che uccide il demone bufalo, con un magnifico rilievo che raffigura la mitica impresa, e ancora il tempio della Trimurti, con le immagini dei tre principali dèi dell’induismo e la grotta del Varaha, dal nome della discesca (avatara) in terra di Vishnu sotto forma di cinghiale.

Prendetevi il vostro tempo in questa zona prima di dirigervi a sud dell’abitato, alla ricerca dell’altro grande capolavoro di Mamallapuram: conosciuto col nome di “Five Ratha” (cinque carri), si tratta di un gruppo di cinque templi dedicati anch’essi ai cinque fratelli Pandava e alla moglie Draupadi (ebbene sì, in India succede anche che una sola donna possa essere la moglie di cinque fratelli!). Ognuno di questi prende il nome di uno (o due nel caso dei gemelli) dei sei personaggi leggendari. Ricavati, come l’“Arjuna’s Penance”, da colline granitiche – quattro dei quali da un unico masso e quindi disposti sullo stesso asse – si tratta per la verità di cosiddetti vimana, termine usato nell’India del sud per designare la cella del tempio contenente l’immagine sacra (murti), con la sua elevazione. Non vi è però nessun riferimento storico riguardo al rapporto di questi con i cinque fratelli Pandava. Si tratta invece di templi dedicati al culto delle divinità principali dell’induismo i quali, tuttavia, non vennero mai consacrati bensì, come accadde spesso a Mamallapuram, lasciati incompiuti.

Mamallapuram - Five Ratha Mamallapuram - Five Ratha Mamallapuram - Five Ratha

Ritornate quindi verso la spiaggia, dove potrete finalmente godervi le luci del tramonto affacciati sul Golfo del Bengala. Immaginate: qui il 26 dicembre del 2004, quando l’acqua dell’Oceano si ritrasse di circa 500 metri per abbattersi poco dopo sulla costa sotto forma di un devastante tzunami, turisti e residenti videro emergere dall’acqua quelli che gli studiosi hanno successivamente constatato essere i resti di alcuni templi sommersi. Ciò non conferma ma sicuramente fortifica la tesi secondo cui a Mamallapuram sorgevano un tempo sette pagode.

Un mito o forse storia, questo non è dato sapersi: quel che è certo è che un tempo la zona sacra della città era molto più estesa di quello che è oggi e chissà che forse, un giorno, nuove e significative testimonianze dell’arte Pallava non verranno rubate alle onde del mare per fare finalmente luce sui misteri di una delle dinastie più curiose dell’India del Sud.

Altri siti interessanti

A circa quattro kilometri a nord del sito principale, rimanendo lungo la costa, si trova la cosiddetta Grotta degli Yali (o della tigre), creature mitologiche le cui teste mostruose circondano la facciata arrotondata di un masso scolpito.

Accanto a questa, a distanza di poche decine di metri, un altro padiglione dedicato al dio Shiva contenente un moderno lingam (icona fallica simbolo del dio) di granito e recante eloquenti iscrizioni (per chi le capisce ovviamente!). Quale fosse la loro funzione? Neanche in questo caso è dato saperlo. Alcune ipotesi sostengono che potesse trattarsi di un sito secondario dove venivano trasportate in processione le immagini sacre durante periodi di festa per poi fare ritorno in città.

Grotta degli Yali: entrata

Dei 108 templi sacri a Vishnu (Divya Desam) elencati nei testi dei 12 Santi poeti Tamil (Alvar), uno si trova proprio qui a Mahabalipuram. Situato nel cuore del villaggio, accanto alla fermata principale degli Autobus, si tratta del  tempio di Sthala Sayana Perumal, risalente all’epoca Pallava ma ampliato e rimodernato nel corso dei secoli. Essendo l’unico tempio attivo della città, è qui che potrete assistere alle cerimonie di omaggio alla divinità (puja). Il tempio è aperto dalle 6.30 alle 12 e dalle 15 alle 20.30.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito IndiaInOut.com in data 01/08/2014

 

 

Scimmia al Galwar Bagh di Jaipur

Viaggio tra i templi degli animali

Viaggio tra i templi degli animali 904 500 Sonia Sgarella

Articolo in 2 minuti – E se Dio fosse un animale, quale sarebbe? Una scimmia, un serpente ma anche un topo: così potrebbe rispondervi qualunque indiano, aggiungendo tanto di spiegazione mitologica alla propria affermazione. Non importa quale sia l’orientamento religioso, se la divinità prediletta sia Vishnu, Shiva o la Dea: modificando il soggetto il risultato non cambia.

La zoolatria, ovvero il culto religioso che considera gli animali come una manifestazione della divinità, ha fatto si che in tutta l’India, creature di ogni sorta venissero (e vengano ancora) elevate allo status di entità divine per essere oggetto di culto da parte della stragrande maggioranza della popolazione hindu. 

Migliaia sono infatti i devoti pellegrini che ogni giorno, spinti da sentimenti di devozione ma anche di profana curiosità, si recano nei templi degli animali per render loro omaggio.

Dalla collina delle aquile in Tamil Nadu al tempio dei topi del Rajasthan, passando per quello dei cani in Karnataka, andiamo alla scoperta dei più importanti templi dedicati agli animali, in un viaggio che ci porterà in alcuni dei meno noti angoli del paese.


Per approfondire

Tempio delle aquile

A soli 15 kilometri da Mamallapuram, sulla strada che porta a Kanchipuram, si trova l’allegro villaggio di Thirukazhukundram. Sulla sommità di una collina presso questa città sorge il tempio di Vedagirishvara, dedicato a Shiva.

Il nome del paese appena menzionato, di difficile pronuncia, ci racconta la storia leggendaria del luogo: Thiru-Kazhugu-Kundram, che in lingua tamil significa “la rispettabile montagna delle aquile”, ci parla di quei due volatili che intorno a mezzogiorno, dovrebbero sorvolare le fertili pianure del Tamil Nadu per giungere a posarsi in cima al promontorio roccioso, in cerca di cibo.

La tradizione vuole che le cosiddette aquile (trattasi invece di due avvoltoi egiziani), probabile incarnazione di due veggenti divini (rishi), siano originarie di Varanasi e che, qualora dovessero mancare all’appuntamento, la colpa sarebbe da imputare alla presenza di peccatori tra i visitatori.

Sarà dunque per il dilagare della corruzione nel mondo che di questi volatili pare non essersi più vista neanche l’ombra dal lontano 1998? Un piccolo dettaglio che tuttavia non trattiene i fedeli dal raggiungere la cima del monte.

Una scalinata di 550 gradini, da percorrere a piedi scalzi, è ciò che separa il santuario dal fondo valle, da dove centinaia di pellegrini giungono infatti ogni giorno per rendere omaggio allo Shiva lingam (icona fallica) custodito nella cella del tempio. Colori da tutta l’India e sorrisi di complicità per lo sforzo sostenuto vi accompagneranno lungo la ripida salita da cui si godono vedute spettacolari dell’altro tempio della città, il Tripurasundari Amman Temple, dedicato invece a Parvati, “la bella dei tre mondi” consorte del grande dio.

Tempio delle lucertole

Ancora in Tamil Nadu, a Chinna Kanchipuram, a pochi kilometri da Kanchipuram stessa, sorge uno dei Divya Desams, i 108 templi consacrati a Vishnu descritti nei testi dei santi poeti Tamil (Alvar) che costituiscono meta di pellegrinaggio per tutti i devoti di fede vaishnava. Il Varadaraja Perumal Temple, oltre all’importanza che ricopre dal punto di vista storico-artistico, è l’unico che vanta la presenza di due lucertole tra le sue icone sacre.

Una d’oro e l’altra d’argento, si trovano custodite all’interno di una delle tante celle del tempio. La tradizione vuole che chiunque le tocchi venga liberato da ogni sorta di problema o malattia risultante dall’accumulo di karma negativo, sia esso consapevole o inconsapevole. Le lucertole sono infatti considerate delle creature divine capaci di trasmettere buona o cattiva sorte.

Si dice, per esempio, che se una lucertola dovesse cadervi in testa, potrebbe accadervi una terribile disgrazia; se invece dovesse cadervi sui piedi, preparate le valigie perché si parla di viaggi in vista!

Tempio dei serpenti

In Kerala, di tutti i templi consacrati al dio serpente, quello di Mannarasala – dedicato al re di questi (Nagaraja) – è sicuramente il più importante. Situato a pochi kilometri da Haripad, nel distretto di Alappuzha, e nascosto tra la fitta vegetazione tipica di questa regione, trattasi di un luogo in cui storia e leggenda si intrecciano l’una nell’altra fino a confondersi.

Fondato secondo il mito dalla sesta discesa in terra (avatara) di Vishnu, ovvero da Parasurama in persona, il tempio custodisce svariate migliaia di icone serpentine, simboli consolidati di fertilità e abbondanza.

Novelli sposi e devoti pellegrini da tutto il paese giungono fin qua recando le loro offerte, ognuna delle quali servirà da pegno per la realizzazione di specifiche richieste: tra le varie burro chiarificato (ghee) per una lunga vita, un caratteristico recipiente di bronzo (uruli) per le coppie in cerca di un figlio e curcuma per proteggersi dal veleno.

Tempio dei topi

Benvenuti a Karni Mata, il tempio di Deshnok, in Rajasthan, l’unico al mondo dove ad essere venerati sono migliaia di topi!

Avete capito bene, autentici ratti!

Ma questa è l’India, perché vi stupite? Il luogo dove tutto è possibile, il paese delle stranezze e delle contraddizioni, dove per ogni cosa è prevista una spiegazione e se non c’è, la si inventa!

Karni Mata, venerata localmente come incarnazione della grande dea Durga, fu una donna-asceta che visse a cavallo tra il XIV e il XV secolo.

Nata nella casta dei Charan, i cui membri sono riveriti per essere grandi poeti e ancor migliori soldati, assunse presto il titolo di divinità madre occupando un ruolo importante nelle vite di grandi sovrani dell’epoca tra i quali Rao Jodha, fondatore di Jodhpur.

Racconta il mito che un giorno la donna chiese a Yama, il Dio della morte, di riportare in vita un bambino, figlio di un cantastorie Charan. Il Dio rispose che non avrebbe potuto farlo, poiché il piccolo si era già reincarnato. Fu allora che Karni Mata andò su tutte le furie e proclamò che da quel momento in poi ogni Charan, dopo la morte, avrebbe eluso il passaggio nel suo regno per essere giudicato e si sarebbe reincarnato direttamente in un topo.

Ecco quindi la ragione di tanta devozione verso i migliaia di roditori scorrazzanti che ogni giorno vengono nutriti con latte, zucchero e gustosi dolcetti a base di burro. Vedere per credere!

Tempio delle scimmie

Sempre in Rajasthan ma questa volta a 10 kilometri da Jaipur, nella località di Khania-Balaji, si trova il famoso Galwar Bagh, anche noto come Galtaji Temple, la dimora dei macachi indiani. Arroccato in una stretta gola rocciosa dei Monti Aravalli, il complesso templare comprende diversi santuari, uno dei quali ovviamente dedicato ad Hanuman che secondo la tradizione sarebbe il re dei primati nonché fedele servitore del dio Rama.

Sette vasche idriche, colme di quell’acqua che sgorga quasi miracolosamente dalle rocce di un territorio altrimenti arido, tra i più aridi dell’India, sono la risorsa naturale che attira una popolazione di pare oltre cinquemila scimmie, la cui presenza ha fatto guadagnare al luogo il soprannome di “Palazzo delle scimmie”.

Munitevi di un bastone se possibile (troverete sicuramente qualcuno all’entrata disposto a noleggiarvelo in cambio di qualche rupia) ed evitate di recare con voi cibo o bevande perché qui – e come del resto ovunque in India – le scimmie possono essere davvero rapaci.

Tempio dei cani

Ebbene si, non ci crederete ma l’ultima trovata indiana è stata quella di inaugurare un tempio dedicato ai migliori amici dell’uomo: i cani. E’ successo nello stato del Karnataka, in un villaggio vicino a Channapatna nel distretto di Ramanagara, a circa 60 kilometri da Bangalore. Era il 2010 quanto gli abitanti del luogo hanno concordato di elevare la razza canina allo status di divinità e di fondare quindi un santuario dedicato al dio cane, emblema per eccellenza di lealtà e fedeltà.

Sembrerebbe che le due icone presenti all’interno della cella sacra, celebrate come divinità dalla gente del posto, siano in grado di esaudire i desideri dei devoti e di proteggerli dalla sventure che potrebbero incombere su di loro.

Ricordate: in India tutto è possibile!

Immagini dell’autore

Tempio dei Topi

Tempio dei Topi

Tempio dei Topi

Tempio dei Topi

Pellegrini in visita alla Collina delle Aquile

Pellegrini in visita alla Collina delle Aquile

Pellegrini in visita alla Collina delle Aquile

Pellegrini in visita alla Collina delle Aquile

Pellegrini in visita alla Collina delle Aquile

Pellegrini in visita alla Collina delle Aquile

 

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Questo articolo è stato pubblicato sulla pagina www.indiainout.com il 14 luglio 2014

Buda, Pest e Isola Margherita. La Perla del Danubio in due giorni d’estate

Buda, Pest e Isola Margherita. La Perla del Danubio in due giorni d’estate 1680 1050 Sonia Sgarella

Budapest è la più bella città del Danubio; dà la sensazione fisica della capitale, con una signorilità e un’imponenza da città protagonista della storia” (Claudio Magris)

Difficile è oggi, camminando per le strade di Budapest, immaginare i momenti bui di questo brillante gioiello del Danubio: l’invasione mongola, le battaglie contro i turchi, le guerre d’indipendenza dalle forze austriache e le rivolte contro il regime comunista sovietico sembrano parlare di un’altra storia, di altri luoghi. Sicuramente più facile risulta oggi esaltarne le glorie e le grandi qualità che si riflettono nella signorilità e nello splendore dei suoi siti Patrimonio Mondiale dell’Unesco.

Pest, Buda e Obuda, sorte sulle sponde opposte di quel grande fiume che scorre lento e maestoso da nord a sud dividendo la città in due metà complementari, l’una adagiata dolcemente in pianura, l’altra, che domina dall’alto delle colline, unite dal 1873 sotto un unico nome e rese inseparabili da quei grandi sette ponti che ne raccontano un’esistenza centenaria. Una città nata dall’acqua e sull’acqua e che di questa ne fa la sua immensa ricchezza. Sotto il suolo di Budapest si muovono infatti le sorgenti termali più rinomate dell’Ungheria, le stesse che sin dall’antichità hanno arricchito il soggiorno di popoli e domini, viaggiatori, aristocratici ed artisti.

La sua storia comincia infatti con i popoli celtici, che diedero al primo insediamento il nome di Ak-ink (“acqua abbondante”) e continua con i romani che chiamarono l’ultima provincia del loro impero “Aquincum”, in riferimento ancora una volta alla presenza di questa grande risorsa naturale. Furono però turchi ed austriaci che regalarono a Budapest l’appellativo di “Città delle Terme”, rendendo i bagni termali delle piccole meraviglie architettoniche. Un grande peccato sarebbe dunque non godere di questa salutare presenza durante un soggiorno in città.

Di seguito vi suggerisco i due bagni termali più famosi:

Terme Gellert: tra le più belle ed eleganti di tutta Europa, costruite in stile liberty e decorate con stupendi mosaici e maioliche.

Indirizzo: 1118 Budapest, Kelenhegyi út 4

Apertura: tutti i giorni dalle 6 alle 20.

Terme Gellert

Terme Széchenyi : uno dei maggiori complessi balneari d’Europa situato nel cuore del parco pubblico di Városliget.

Indirizzo: 1146 Budapest, Állatkerti krt. 11

Apertura: tutti i giorni dalle 6 alle 22.

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La sorgente artesiana di queste ultime si trova ad una profondità di 1250 m. proprio sotto la Piazza degli Eroi (Hősök tere), nel XIV distretto di Pest, luogo che racconta l’evoluzione storica della città attraverso le sculture dei principali personaggi politici succedutisi nel tempo. In mezzo alla piazza di forma absidale, che si apre ad occidente come se si trattasse di una enorme chiesa, spicca verso il cielo il cosiddetto “Monumento del Millenario“, una colonna eretta nel 1896 per commemorare il primo millennio di storia ungherese.

Piazza degli Eroi

Nell’ 896 infatti la regione della pianura pannonica vide l’arrivo di sette tribù magiare, guidate da altrettanti capi leggendari, che fondarono l’Ungheria.  Il personaggio principale tra le sette figure a cavallo è Árpád, primo membro della dinastia Arpadiana. In cima alla colonna la statua dell’Arcangelo Gabriele che reca in mano i due simboli più importanti per la nazione: la corona di Santo Stefano, primo re d’Ungheria (da non confondere con S.Stefano martire!), senza la quale nessuna incoronazione poteva ritenersi valida, e la duplice croce apostolica che fa riferimento alle concessioni fatte a Santo Stefano da Papa Silvestro II, esattamente nell’anno 1000, in riconoscimento dei suoi sforzi per convertire gli ungheresi al cristianesimo.

La sacra corona è oggi custodita all’interno dello stupefacente Parlamento, grande signore della città che vanitoso si specchia nelle acque del Danubio consapevole di essere il monumento più fotografato. Da non perderlo illuminato dopo il tramonto! Indubbiamente la vista migliore la si avrà guardandolo dall’alto delle colline di Buda. Attraversato quindi il famoso Ponte delle Catene, che per primo unì le due sponde del fiume, e raggiunto il “punto zero” della città, a partire dal quale vengono calcolate tutte le distanze, approfittate della pittoresca funicolare per raggiungere il Palazzo Reale e, da lì, la Chiesa di Re Mattia e il panoramico Bastione dei Pescatori.

Sovrastata da splendide guglie in stile neogotico, su una delle quali poggia il corvo reale che porta nel becco un anello d’oro, simbolo di Mattia Corvino ( Mátyás Hunyadi, re dal 1458 al 1490) la Chiesa Mattia, oggi dedicata alla Madonna, è una delle chiese più interessanti della città e una delle più amate dai suoi cittadini. Impreziosita da vetrate, affreschi e da motivi decorativi che rimandano al periodo di occupazione turca, quando fu trasformata in una moschea, la chiesa è stata scenario di memorabili incoronazioni tra cui quella di Francesco Giuseppe I e della consorte Elisabetta (Sissi).

Chiesa Mattia

Dal balcone panoramico del vicino Bastione dei Pescatori, che prende il nome dalla corporazione di pescatori che era stata incaricata di difendere questo tratto di mura della città durante il Medioevo, guardando verso nord si intravede anche l’Isola Margherita (Margit-Sziget), il polmone verde della città, troppo spesso esclusa dagli itinerari più turistici. Lunga quasi tre kilometri e completamente ricoperta di piante e fiori è una pacifica parentesi naturale tra una sponda e l’altra dove godere di un po’ di riposo…non tralasciatela!

Insomma Budapest è bella davvero e lascia piacevolmente stupiti i visitatori che arrivano convinti di incontrare una vecchia e trasandata capitale dell’est Europa. Niente di tutto questo. Ordine, pulizia e splendore regnano sovrani rendendo Budapest degna dell’appellativo di “Perla del Danubio”!

 

Festival di Hemis: si aprano le danze!

Festival di Hemis: si aprano le danze! 604 413 Sonia Sgarella

E’ il decimo giorno del mese (Tsechu) secondo il calendario lunare e, come tutti gli anni, tra maggio e luglio, il monastero di Hemis, il più grande e ricco del Ladakh, si prepara ad ospitare il festival più famoso della regione himalayana. Pellegrini provenienti da ogni angolo del paese, a volte anche a giorni di cammino di distanza, vestiti degli abiti tradizionali migliori, si riuniscono nel cortile principale del Gompa per assistere ai due giorni di celebrazioni volti a rievocare la vita e gli insegnamenti di Guru Rimpoche nel giorno della sua nascita.

Conosciuto anche con il nome sanscrito di Padmasambhava (il nato dal loto), Guru Rimpoche è considerato dalla tradizione il fondatore del buddhismo tibetano e colui che ne ha permesso la diffusone. Due giorni di danze scandite dal ritmo intenso di cimbali, trombe e tamburi; un momento di ritrovo e di divertimento ma soprattutto un’occasione per il popolo di entrare in contatto con la vita e la parola del grande Maestro che gli abitanti percepiscono presente all’evento insieme a loro.

Un’importante opportunità per apprendere i contenuti essenziali del suo insegnamento attraverso uno strumento accessibile a tutti. La danza è infatti il mezzo offerto dai monaci residenti ai fedeli per aiutarli a percepire l’essenza della dottrina e dargli uno stimolo per approfondire in seguito la propria ricerca personale. La sequenza delle rappresentazioni  così come i contenuti possono essere modificati per adattarsi al folklore locale purché non vengano mai omessi gli eventi relativi alla vita del grande Guru.

Si dia inizio alle danze quindi! Non sarà difficile farsi trasportare dal coinvolgimento collettivo. Sono tutti presenti, grandi e piccoli, uomini e donne, monaci e laici, perché la sola partecipazione, si dice, predisporrà le condizioni karmiche che favoriranno il raggiungimento più veloce della liberazione(Nirvana).

E’ fondamentale aprire la cerimonia con le danze di purificazione del luogo in cui si terrà l’evento, uno spazio circolare, riproduzione terrena di un sacro mandala, che deve essere ripulito da ogni possibile presenza negativa. L’obiettivo è quello di creare una dimensione pura dove possano manifestarsi le entità divine impersonate dalle maschere. Il danzatore, attraverso la meditazione e le visualizzazioni, entra infatti in un rapporto diretto con la divinità che rappresenta e con cui ha stabilito un rapporto profondo. “Lui” è la divinità stessa. Le forze negative verranno spinte verso il centro del mandala dal vortice delle danze e convogliate in un oggetto simbolico( un feticcio, una scatola metallica o altro) che verrà possibilmente distrutto alla fine del rito.

Entrano quindi in scena i Durdag, i guardiani degli 8 luoghi di cremazione posti intorno al monte Meru secondo la cosmologia buddhista e che indossano maschere bianche aventi le sembianze di un teschio. A loro seguono gli Sha-na, i danzatori dai grandi cappelli di feltro nero e dall’abito di broccato colorato. Nessuna maschera gli copre il volto perché loro rappresentano degli Yogi, grandi maestri spirituali in grado di uccidere i demoni destinandoli però ad una rinascita in una Terra Pura dove possano ricevere gli insegnamenti di un buddha e rientrare quindi nella schiera degli esseri protettori della fede. Un’altra sequenza possibile è la danza delle divinità terrifiche (Tungam) che vede maschere dall’aspetto terrificante uccidere gli spiriti del male per mezzo del Purbha, il pugnale tantrico con tre lame.

Una volta purificato il campo di azione potrà avere inizio il Guru Tshen Gye, la rappresentazione delle 8 manifestazioni di Guru Rimpoche che faranno il loro ingresso in processione accompagnate dal grande Maestro stesso. Caratterizzato da una maschera d’oro, è sempre protetto da un parasole e spesso accompagnato dalle due consorti Mandarava e Yeshe Tsogyal. Per riconoscere le diverse manifestazioni basterà guardarne la fisionomia, l’abito e gli attributi che recano in mano.

  1. Tshokye Dorje: maschera color petrolio dall’aspetto pacifico, abito di broccato blu, nelle mani vajra e campana.
  2. Shakya Senge: maschera dall’aspetto di Buddha, abito monacale rosso e giallo, nelle mani una ciotola per le elemosina.
  3. Loden Chogsey: maschera bianca o arancio dall’aspetto pacifico, abito di broccato bianco decorato o rosso, nelle mani un tamburello e una ciotola.
  4. Padmasambhava: maschera bianca con copricapo rosso a punta, abito monacale rosso e giallo.
  5. Pema Gyelpo: maschera bianca o rosa con la barba, abito di broccato bianco decorato o rosso, nelle mani un tamburello e uno specchio.
  6. Nyima Yeozer: maschera gialla con bara blu, abito di broccato giallo, nelle mani un tridente.
  7. Sengye Dradrok: maschera dall’aspetto terrifico blu, abito di broccato blu. Di solito accompagnato dai suoi attendenti, anch’essi dall’aspetto terrifico.
  8. Dorji Drakpo: maschera rossa dall’aspetto terrifico. Di solito accompagnato dai suoi attendenti, anch’essi dall’aspetto terrifico.

La danza si conclude con una processione finale e con l’uscita di scena di tutte le figure. Seguiranno altre danze e rituali. La purezza del sito dove sorge il monastero è stata così rigenerata e rimarrà tale fino al prossimo Tsechu. Allora gli abitanti del Ladakh si rimetteranno in cammino  e si riuniranno di nuovo nel Gompa per assistere all’evento più atteso dell’anno.

Date dei prossimi Festival di Hemis:

7-8 luglio 2014

26-27 giugno 2015

La mia prima volta negli States @ Chicago!

La mia prima volta negli States @ Chicago! 960 960 Sonia Sgarella

La mia prima volta negli States è stata proprio come me l’aspettavo! Quattro amiche, una città –Chicago– e l’occasione di festeggiare i trent’anni per immergerci a picco nella cultura di quel popolo tanto acclamato e di quel paese tanto sognato da decine di generazioni: l’America, la terra dell’abbondanza, la patria dell’eccesso. E se la tradizione culinaria è quella che più esprime l’essenza di una nazione, non c’è dubbio…gli americani sono dei “grandi”! Grandi consumatori di enormi porzioni di cibo, il paese dove la “small” corrisponde alla nostra “extra large”, dove un piatto mezzo vuoto non ha ragione di esistere e dove un singolo pasto, in generale, potrebbe appesantire anche lo stomaco più ingordo! Ma nonostante questo non si può assolutamente, una volta giunti fin li,  rinunciare all’esperienza del mitico Brunch e non sedersi quindi in una tipica caffetteria per godersi quello che di meglio la cucina può offrire: uova, bacon, patate, pancakes, waffles e chi più ne ha più ne metta…la scelta è ampia e sfido chiunque ad ordinare più di un piatto…non fatelo, è umanamente impossibile mandare giù tutta quella roba! Tra i locali testati e più popolari vi sono in ordine di bontà:

“Wildberry” si trova a sud del fiume, al limite settentrionale del Millenium Park, una tappa obbligata per chi è interessato a perdersi in una serie infinita di scatti fotografici al famoso “The Bean“, una delle attrazioni turistiche più gettonate di Chicago. Progettata dall’artista britannico di origini indiane Anish Kapoor, la scultura , selezionata durante una competizione di design nel 1999 e inaugurata ufficialmente nel 2006, venne rinominata “Il Fagiolo” per via della sua forma da legume che riflette e distorce l’immagine dei grattacieli circostanti nonché delle persone che gli sia avvicinano.

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Proseguendo quindi su Jackson Boulevard, fate il vostro ingresso nel cuore della città , il cosiddetto Loop, il centro storico della zona economica per ritrovarvi circondati da decine di meravigliosi grattacieli, uno più interessante dell’altro, e giungere infine alla Willis Tower (nota anche come Sears Tower) che con i suoi 443 metri ha mantenuto il primato di edificio più alto del mondo fino al 1998, ancora oggi il più alto d’America. Con una superficie seconda solo al Pentagono, la struttura della Willis è composta da nove torri di varie altezze  per un totale di 110 piani che culminano con due grandi antenne televisive di colore bianco, visibili da ogni angolo della città . Fatelo dunque, entrate e, acquistato il biglietto al costo di 19$, prendete l’ascensore per salire al 103esimo piano del grattacielo da dove accedere allo “Sky Deck” ovvero a quattro balconcini di vetro esposti all’esterno che vi daranno la sensazione di camminare nel vuoto, a 412 metri di altezza!

GET OUT ON THE LEDGE IF YOU DARE…la vista è mozzafiato!

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Ma il panorama migliore, non c’è dubbio, è quello di cui si può godere dall’alto dell’altro gigante di Chicago, il John Hancock Centre all’ 875 di Michigan Avenue, il cuore commerciale della città, meglio nota come Magnificent Mile (Mag Mile). Dirigetevi quindi a nord del fiume e una volta raggiunta la torre le opzioni sono due: pagare 18$ per accedere all’osservatorio del 94esimo piano oppure raggiungere gratis la “Signature Room and Lounge” al 96esimo e spendere circa 15$ per un drink con vista! L’oservatorio comunque, da non sottovalutare, offre una vista a 360° e la possibilità di provare le brezza del “Tilt“, la nuova attrazione della città: una piattaforma panoramica che si reclina di 30° verso il vuoto regalando emozioni brevi ma intense!

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E poi l’immenso Lago Michigan, di nuovo il Chicago River, il Blues, il Baseball (se possibile non mancate di visitare il Wrigley Field durante una partita!), la “Deep dish Pizza“, Chicago offre una miriade di possibilità per chi vuole visitare una città degli Stati Uniti poco frequentata dai turisti. Se volete un consiglio sull’hotel il WYNDHAM GRAND è un’ottima struttura e in posizione centralissima. Pagate quel qualcosina in più per una stanza con vista fiume e non ve ne pentirete…il panorama è spettacolare!

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Da li potrete raggiungere facilmente a piedi la HOUSE OF BLUES e il PURPLE PIG, due ottimi ristoranti dove poter cenare. Nel primo potrete farlo sulle note  del mitico Blues…

Il mese di giugno è un periodo perfetto per visitare la città, appena prima del caldo estivo. Evitate invece i mesi invernali quando nella Windy City le temperature possono essere estremamente fredde e raggiungere tranquillamente i 20° sotto zero!

Vienna d’autore: Hundertwasser, un filosofo dell’estetica

Vienna d’autore: Hundertwasser, un filosofo dell’estetica 1200 814 Sonia Sgarella

Da “Il Medico dell’Architettura“, 1990:

“Da quando ci sono urbanisti indottrinati e architetti standardizzati, le nostre case sono malate. Non si ammalano, sono già concepite e costruite come case malate. Tolleriamo migliaia di questi edifici, privi di sentimento ed emozioni, dittatoriali, spietati, aggressivi, sacrileghi, piatti, sterili, disadorni, freddi, non romantici, anonimi, il vuoto assoluto. Danno l’illusione della funzionalità. Sono talmente deprimenti che si ammalano sia gli abitanti sia i passanti. Basti pensare che, se 100 persone vivono in una casa, altre 10.000 vi passano davanti ogni giorno e queste ultime soffrono come gli inquilini, forse ancora di più, per il senso di depressione che emana dalla facciata di una casa sterile.

Le costruzioni uniformi simili a campi  di concentramento e a caserme distruggono e appiattiscono quanto di più prezioso un giovane può apportare alla società: la creatività spontanea dell’individuo. Gli architetti non possono risanare queste case malate, che rendono malati, altrimenti non le avrebbero costruite. Si rende quindi necessaria una nuova professione: il medico dell’architettura. Il medico dell’architettura non fa altro che ristabilire la dignità umana e armonizzare la creazione umana con la natura.

Non occorre radere tutto al suolo, basta apportare cambiamenti in punti strategici, senza grande dispendio di energie o di denaro. È necessario riportare i corsi dei fiumi, precedentemente livellati, ai dislivelli originari, spezzare la sterile e piatta skyline, trasformare i tetti in una superficie discontinua e ondulata, agevolare la crescita della vegetazione spontanea nelle fessure dei muri e dei marciapiedi, dove non arreca disturbo, modificare le finestre e arrotondare in modo irregolare angoli e spigoli.

Il medico dell’architettura è competente anche per operazioni chirurgiche più decisive, come la rimozione di muri e l’installazione di torri e colonne. È sufficiente riconoscere il diritto della finestra, ricoprire di vegetazione il tetto, lasciar crescere l’edera, dare ospitalità agli alberi-inquilini, se si lasciano danzare le finestre, dando loro forme diverse e introducendo quante più irregolarità possibili sulle facciate e negli interni, la casa può guarire. La casa inizia a vivere. Ogni casa, per quanto brutta e malata, può guarire.”

Scriveva così Friedensreich Hundertwasser (nato Friedrich Stowasser a Vienna il 15 dicembre 1928) in un manifesto del 1990 quando il comune della capitale austriaca, a fronte del piano di sviluppo di edilizia popolare per gli anni ’80, aveva già approvato l’estroso progetto e permesso la costruzione della Hundertwasserhaus, un complesso abitativo composto di 50 appartamenti.

Dotato di una personalità eclettica e fuori dal comune, convinto che l’uniformità del sistema abitativo dovesse essere abbandonata a favore dell’irregolarità che rispecchiasse la personalità di chi vi abita, in quanto essere unico e particolare, Hundertwasser fu non solo un eccentrico ideatore di stravaganti soluzioni architettoniche bensì uno dei precursori del movimento ecologista nonchè avanguardista della bioarchitettura.

Nei suoi manifesti invita infatti  oltre al sentirsi “re a casa propria” introducendo elementi ispirati all’oriente quali cupole e colonne anche all’armonizzazione della creazione umana con la natura  inglobando nei suoi edifici alberi, ricoprendo di vegetazione il tetto e utilizzando ove possibile materiali organici.

“L’arte come ponte tra uomo e natura” deve essere percepibile e non rimanere solo teoria. L’ambiente è la fonte di ispirazione primaria: una volta scelto il sito, l’edificio che vi crescerà dovrà far parte integrante di esso e valorizzarlo mettendo in evidenza le sue peculiarità.

“Al giorno d’oggi viviamo in un caos di linee rette, in una giungla di immorali linee rette. La livella e il metro dovrebbero essere vietati, sono il simbolo dell’ignoranza e il sintomo della disintegrazione della nostra civilizzazione”

(Hundertwasser, 2009).

A Vienna è oggi possibile ammirare alcune delle sue opere migliori: la Hundertwasser-Krawinahaus, in Kegelgasse 34-38, visitabile solo dall’esterno; la Kunst Haus Wien, in Untere Weißgerberstraße 13, consistente di due piani sui quali è alloggiata una mostra permanente dedicata alle opere di Hundertwasser ed altri due piani con mostre a soggetto sempre diverse, dedicate a temi d’arte contemporanea. Nel pianterreno si trovano un caffè-ristorante ed un negozio. Da non tralasciare è poi l’inceneritore  di Spittelau,  un impianto di trattamento termico dei rifiuti della città di Vienna che fornisce calore per un anno a più di 60.000 famiglie.

“Happy Journey!” – India fai da te: info utili per chi viaggia in treno e autobus

“Happy Journey!” – India fai da te: info utili per chi viaggia in treno e autobus 350 232 Sonia Sgarella

Cari lettori, siete forse stanchi di viaggiare comodi e avete finalmente deciso di immergervi a picco nella quotidianità di un paese abbandonando taxi privati e pulmini turistici in favore degli indubbiamente più pittoreschi mezzi pubblici? O siete forse in quella fascia d’età irrimediabilmente squattrinata da non potervi permettere una stanza col bagno e figuriamoci un autista privato? Bene, sono queste ottime premesse perché il vostro viaggio si trasformi in avventura, certamente indimenticabile se il paese in questione si chiama India e supera decisamente il miliardo di abitanti! Niente panico, se l’idea di un salto nel buio vi spaventa, sarò io ad aiutarvi a fare luce sull’intricato sistema di trasporti indiano che vi permetterà di raggiungere ogni angolo del paese.

Prenotare un TRENO dall’Italia da qualche anno a questa parte è stato reso possibile da un sito internet partner di quello dell’Indian Railways chiamato Cleartrip. La procedura è alquanto macchinosa, in perfetto stile burocratico indiano, ma in fondo con un po’ di pazienza ce la si può decisamente fare.

Per poter prenotare i treni dall’Italia è necessario dunque registrarsi sia al sito delle ferrovie indiane (IRCTC), sia al suo sito partner Cleartrip che permette, a differenza del primo, il pagamento con carte di credito Visa e Mastercard. Andate quindi sul sito www.cleartrip.com e createvi un vostro account seguendo le operazioni necessarie. Una volta effettuata la registrazione simulate l’acquisto di un biglietto inserendo una stazione di partenza e di arrivo (per es. Udaipur City-UDZ e Bundi-BUDI), scegliendo una classe (per es. Sleeper Class-SL) e una data qualsiasi. Una volta visualizzati i risultati della ricerca premete sul pulsante “check availability and book” perchè il sito vi reindirizzi direttamente su quello delle ferrovie indiane.

Per registrarvi su IRCTC utilizzate lo stesso indirizzo email associato all’account di Cleartrip , mentre nel campo relativo al numero di telefono cellulare inserite un numero fittizio di 10 cifre. All’indirizzo email e al numero di telefono fittizio che avete fornito verranno ora inviati dei codici OTP (One Time Password) che dovrete utilizzare per finalizzare la registrazione.

Per recuperare quello inviato al numero di cellulare dovrete mandare una mail al servizio clienti care@irctc.co.in richiedendo di inviarvi il vostro codice Mobile OTP al vostro indirizzo e-mail. Inserite come oggetto la dicitura “OTP request”, indicate nel messaggio il vostro user ID e allegate una copia del passaporto. Una volta ricevuto il codice potrete quindi attivare l’account IRCTC. Attraverso Cleartrip potrete ora acquistare i biglietti dei treni in formato elettronico.

Se però siete già arrivati in India e preferite mantenere un profilo di viaggio più vecchio stile, ovvero senza quell’organizzazione maniacale e premeditata che vi leghi ad un programma prestabilito ed immutabile, potete allora recarvi ad uno sportello prenotazioni (Computerized Reservation Office) presente presso tutte le stazioni principali del paese. Nelle città più importanti (vedi elenco) esistono addirittura degli uffici riservati ai soli turisti che vi offriranno assistenza nella pianificazione dei vostri spostamenti.

Prima di farlo però, accedete alla pagina www.indianrail.gov.in e cominciate col farvi un’idea di quali e quanti treni viaggino tra le località di vostro interesse. Se si tratta di città importanti cliccate su “Trains Between Important Stations” (ATTENZIONE: Calcutta non è CALICUT-CLT ma HOWRAH-HWH!) mentre per partenze e arrivi in centri minori fate riferimento alla sezione “Train Berth Availability” che offre la lista completa delle stazioni. In questo modo riuscirete a farvi una cultura sui diversi tempi di percorrenza, sugli orari di partenza e arrivo e sui giorni della settimana in cui operano servizio. Da qui potrete anche controllare la disponibilità (Get Availability) e il costo (Get Full Fare).  Annotatevi il nome e il numero del treno perché vi servirà per compilare il Railway Reservation Form da consegnare allo sportello prenotazioni qualora decidiate di procedere.

Scegliere la classe

I treni indiani dispongono di svariate tipologie di classi (non tutte presenti all’interno dello stesso treno):

  • 1A = First class Air-Conditioned (AC) : carrozza di prima classe con aria condizionata composta da cabine per 2 o 4 persone con porta chiudibile dall’interno. Lenzuola (pulite), coperta e cuscino inclusi. Solo i treni a lunga percorrenza sono dotati di tale vagone per cui non è sempre possibile accedervi. Costa circa 6 volte tanto rispetto alla classe più economica (SL) e circa due volte rispetto alla 2A.
  • 2A = AC 2 tier : carrozza di seconda classe con aria condizionata composta da 4 brande  per scompartimento poste su due livelli (upper e lower) più due brande lungo il corridoio. Sia lo scompartimento che le brande sul corridoio dispongono di tende per garantire la privacy. Lenzuola (pulite), coperta e cuscino inclusi.
  • 3A = AC 3 Tier : carrozza di terza classe con aria condizionata. È analoga alla 2A, ma con la differenza che ogni scompartimento dispone di 6 e non di 4 brande, questa volta disposte su 3 livelli (upper, middle, lower), più due brande lungo il corridoio. Lenzuola (pulite), coperta e cuscino inclusi.  Si tratta  della classe preferita dal ceto medio indiano e una buona scelta anche per i turisti stranieri soprattutto se state viaggiando durante i mesi più caldi.
  • SL = Sleeper Class : come la 3A ma senza aria condizionata, lenzuola, coperta e cuscino. È la classe più diffusa sul territorio indiano e la più economica per i viaggi a lunga distanza e per questo preferita dalla maggior parte della popolazione. Sarà vostra premura in questo caso munirvi di tutto ciò che potrà rendere più confortevole la vostra permanenza a bordo: cuscino gonfiabile, un lenzuolo o pareo da stendere sulla branda (tendenzialmente non pulitissima) e una coperta o sacco a pelo per ripararvi dagli spifferi (indispensabile nei mesi più freddi).
  • CC = AC chair Car : carrozza per viaggi diurni composta esclusivamente da posti a sedere, con aria condizionata.
  • 2S = Seater Class : come la CC, ma senza aria condizionata. La seduta è su panche e il posto, non prenotabile, non è garantito.

Ora che avete compilato il modulo in tutti i suoi spazi, compresa la classe, non vi resta altro da fare che mettervi in coda (se siete donne è probabile che vi sia stata riservata una corsia o, in mancanza, almeno la precedenza sugli uomini…informatevi e fate valere i vostri diritti!). Se siete fortunati e non state viaggiando in alta stagione o su tratte gettonate ne uscirete vincenti con un biglietto tra le mani. In caso contrario (sempre più frequente) la risposta che riceverete  assomiglierà alla seguente: “Sorry Madam/Sir, no seats available. Only Wait-List”. Mentre un brivido di terrore vi percorrerà la schiena al pensiero di dover rimanere in quel luogo per chissà quanto tempo, dovrete cominciare ad elaborare un piano B. Di seguito vi elenco qualche possibilità:

  1. Decidete di inserire il vostro nome nella Waiting List (WL), consapevoli che la prenotazione non verrà tuttavia confermata fino a che non vi saranno altrettante cancellazioni. Sulle tratte più popolari le  Waiting List che superano le 300 persone non sono affatto strane. Succede sempre più spesso infatti che i piani dei passeggeri prenotati cambino all’ultimo minuto o semplicemente che, date le possibilità di cancellazione con rimborso (vedi dettaglio), sempre più persone prenotino nell’eventualità di uno spostamento che invece non confermeranno. Questa scelta risulta tuttavia un po’ rischiosa se non avete tempo da perdere.
  2. Assicuratevi che l’incaricato allo sportello abbia controllato la disponibilità nella Foreign Tourist Quota (FT) o, se donne, nella Ladies Quota (LD). Circa il 10% dei posti sono infatti riservati ai turisti stranieri che potranno accedervi (a costo maggiorato) su presentazione del passaporto. Questa possibilità è prevista tuttavia solo su alcune tratte.
  3. Presentatevi allo sportello tra le 10 e le 12 del giorno precedente la partenza desiderata per tentare di accaparrarvi un biglietto in Tatkal Quota (CK). La Tatkal Quota è una sorta di prenotazione last minute che può essere effettuata dietro presentazione di una prova d’identità. I posti riservati, che vengono sbloccati secondo le tempistiche sopra indicate, non sono molti ed hanno un prezzo maggiorato che varia in base alla tratta e al periodo di alta o bassa stagione. Per sperare di ottenere il vostro biglietto dovrete assicurarvi di essere tra i primi della fila e quindi arrivare con largo anticipo o, se in una grossa città, recarvi in una stazione secondaria e quindi poco (o comunque meno)frequentata di quella principale.
  4. Prenotate un posto in AUTOBUS. Con l’aumento della popolazione in movimento e con il miglioramento della rete stradale è oggi in crescita anche il servizio di trasporto su ruota così come il numero degli autobus di qualità (Volvo). Sfruttando quindi di nuovo la tecnologia collegatevi al sito www.redbus.in e inserite le informazioni richieste per effettuare la vostra ricerca. Scorrete l’elenco delle compagnie che offrono il servizio richiesto valutando orari di partenza e arrivo, AC o non-AC, la presenza o meno di comodità a bordo (amenities) e l’eventuale rating  di chi vi ha già viaggiato. Gli autobus possono essere sleeper (con letto matrimoniale o singolo), semi-sleeper (con poltrone reclinabili) o entrambi. Fate la vostra scelta in base alla durata del percorso e auguratevi che le condizioni della strada siano buone altrimenti preparatevi a saltare! Dal sito potrete verificare la disponibilità dei posti, selezionarli e finalizzare l’eventuale prenotazione pagando direttamente con carta di credito oppure, se già sul posto, rivolgetevi ad una agenzia viaggi che lo faccia per voi (se onesta vi chiederà una commissione di massimo 100 Rs.). Copritevi bene e fate buon viaggio!!!

N.B. In entrambi i casi, sia sui treni che sugli autobus, cercate di sistemare  il vostro bagaglio in modo da averlo sempre sott’occhio (magari ai piedi della vostra branda/letto) onde evitare spiacevoli sorprese al vostro risveglio. Lo stesso vale soprattutto per le scarpe! Fate scorta di cibo e bevande ma evitate di assimilare troppi liquidi se viaggiate sugli autobus viste le “soste bagno” alquanto sporadiche e spesso “scomode” (soprattutto per le donne!). 

!!!HAVE A SAFE JOURNEY!!!

 

Karni Mata temple: il tempio dei topi di Deshnok

Karni Mata temple: il tempio dei topi di Deshnok 1851 1432 Sonia Sgarella

Benvenuti a Karni Mata, il tempio di Deshnok, l’unico luogo al mondo dove ad essere venerati sono migliaia di topi! Avete capito bene…autentici ratti! Ma questa è l’India, perché vi stupite? Il luogo dove tutto è possibile, il paese delle stranezze e delle contraddizioni, dove per ogni cosa è prevista una spiegazione e se non c’è…la si inventa!

Karni Mata, venerata localmente come incarnazione della grande dea Durga , fu una donna-asceta che visse a cavallo tra il XIV e il XV secolo. Nata nella casta dei Charan, i cui membri sono riveriti per essere grandi poeti e ancor migliori soldati, assunse presto il titolo di divinità madre occupando un ruolo importante nelle vite di grandi sovrani dell’epoca tra i quali Rao Jodha, fondatore di Jodhpur (leggi l’articolo).   Racconta il mito che un giorno la donna chiese a Yama, il Dio della morte, di riportare in vita un bambino, figlio di un cantastorie charan. Il Dio rispose che non avrebbe potuto farlo, poiché il piccolo si era già reincarnato. Fu allora che Karni Mata andò su tutte le furie e proclamò che da quel momento in poi ogni charan, dopo la morte, avrebbe eluso il passaggio nel suo regno per essere giudicato e si sarebbe reincarnato direttamente in un topo.

Ecco quindi la ragione di tanta devozione verso i migliaia di roditori scorrazzanti che ogni giorno vengono nutriti con latte, zucchero e gustosi dolcetti a base di burro. Ma d’altra parte è cosa nota, i topi sono golosi e gli hindu lo sanno bene…basta guardare a un’immagine di Ganesh per averne la prova…

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Deshnok può essere raggiunto facilmente da Bikaner sia in treno che in autobus. I treni in partenza al mattino (chiedete conferma degli orari) impiegheranno circa mezz’ora per raggiungere la stazione. Da li camminate dritto per circa 200 metri e troverete l’ingresso al tempio. Per il ritorno consiglio di prendere il primo autobus in partenza. Ve ne sono ogni 15-20 minuti.

Viaggio in Sri Lanka: suggerimenti per la visita di Sigiriya

Viaggio in Sri Lanka: suggerimenti per la visita di Sigiriya 1024 768 Sonia Sgarella

Una “goccia nell’oceano”, la “lacrima dell’India”, l’isola di “Lanka”, forse più piccola di altre ma con un tale concentrato di attrattive che non basterebbero sei mesi per poterla esplorare da cima a fondo. Esperti di arte templare e di architettura coloniale, botanici, biologi, naturalisti, amanti dell’ozio, della vita da spiaggia, del surf o delle immersioni, escursionisti o ciclisti ma anche aspiranti medici ayurvedici e pellegrini, qui davvero ce n’è per tutti!

I romani la conoscevano con il nome di Taprobane, i mercanti musulmani la chiamavano Serendib, “l’isola dei gioielli” e gli inglesi Ceylon ma da sempre l’isola è nota ai singalesi semplicemente come “Lanka”, “l’isola”, un melting pot di culture che si sono sommate nei secoli, scontrandosi ripetutamente – in maniera purtroppo spesso sanguinaria (vedi gli ultimi episodi terroristici di aprile 2019) – ma inconsapevolmente fondendosi l’una nell’altra e dando vita oggi ad un connubio di tradizioni e credenze che – ci si augura – un giorno potranno convivere in pace ed armonia.

Dal canto mio, qualora foste in dubbio sul se partire o meno, quel che vi posso dire è che aver paura non serve a niente: certo non vi suggerirei di andarvi ad infilare in una zona di guerra ma è vero anche che i rischi si possono incontrare ovunque e che per questo si dovrebbe sempre evitare di vivere nel terrore. In Sri Lanka, come in qualsiasi altro paese, per ogni estremista maledetto, sfortunatamente esistobo anche migliaia di persone di un’umanità disarmante e che non meritano le conseguenze di politiche meschine con le quali non hanno nulla a che fare. 

Sigiriya

Se dunque lo Sri Lanka rientra nella lista dei paesi che vorreste visitare ecco che la roccia di Sigiriya sarà di certo una delle vostre mete principali. La Machu Picchu d’oriente, una formazione rocciosa alta 370 metri con affreschi che ne decorano le pareti a strapiombo e antiche rovine sulla sommità, un luogo imperdibile – troverete scritto in qualunque guida di viaggio – Patrimonio dell’Umanità dal 1982, un complesso affascinante che potrebbe soddisfare gli interessi di chiunque la visiti, appassionati di storia, amanti dell’arte o turisti occasionali. Eppure incontrerete decine di persone pronte a sostenere che il sito sia deludente, poco entusiasmante, persone forse sature delle troppe meraviglie del mondo che non sanno più apprezzarne l’unicità. Non fidatevi, lasciate sempre che siano i vostri occhi a giudicare e le vostre emozioni a parlare…

Affreschi a Sigiriya Affreschi a Sigiriya Affreschi a Sigiriya

Una massa rocciosa costituita da un accumulo di magma indurito – fuoriuscito da un vulcano scomparso ormai da tempo – spunta maestosa dall’immensa distesa verde che ricopre l’intera regione, ricca di foreste lussureggianti: Sigiriya, “la rocca del leone”, fu molto probabilmente la sede di un complesso monastico, di un luogo destinato alla meditazione nonostante ci sia ancora chi preferisca credere che si trattasse invece di una residenza inespugnabile fatta erigere durante il regno di Kassapa (477-495 d.c.).

Sigiriya

La rocca del leone - Sigiriya La rocca del leone - Sigiriya

Un luogo estremamente suggestivo soprattutto se visto da lontano. Il posto migliore per iniziare la vostra visita non è quindi la roccia stessa bensì la poco frequentata, se non addirittura sconosciuta Pidurangala Rock, situata a pochissima distanza dalla prima. Per raggiungerla vi basterà una breve camminata che dall’ingresso principale di Sigiriya vi porterà a costeggiare il fossato esterno a sinistra. Seguite quindi le indicazioni. Accedete dal piccolo monastero alla base e, pagate le 300 rupie (cifra irrisoria rispetto ai 30 $ del sito più famoso), inerpicatevi seguendo il tracciato costituito in buona parte da scalini. Evitate le infradito perché l’ultima parte del percorso vi vedrà arrampicarvi tra le rocce sconnesse e, in caso di mal tempo, scivolose.

Pidurangala Rock

Raggiunta la cima vi sorprenderà una vista spettacolare che sarete solo voi e pochi altri ad ammirare. Prendetevi tutto il tempo che vi serve per contemplare il paesaggio perché Sigiriya è meglio visitarla nel tardo pomeriggio.  Arrivando al mattino infatti, trovereste una luce poco favorevole alle foto e la maggior parte dell’ascesa la fareste al sole.

Sigiriya vista da Pidurangala

Cosa ne dite? Un’altra delusione o l’ennesima meraviglia del mondo? A voi la parola! E per gli amanti delle piccole e grandi imprese, leggete anche l’articolo Il Picco di Adamo: la notte di un pellegrino in Sri Lanka, un’esperienza davvero da non perdere!