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Sonia Sgarella

Il Treno per Darjeeling

Il Treno per Darjeeling 1024 682 Sonia Sgarella

A Darjeeling è così: c’è chi scende e c’è chi sale. Chi sale lo fa lentamente, un passo controllato dietro l’altro, per non perdere il fiato; chi scende invece va in fretta, quasi saltellando, guarda con occhi complici chi gli viene incontro nella direzione opposta, sapendo che prima o poi toccherà anche a lui risalire.

Costruita lungo un ripido crinale himalayano, Darjeeling è tutta un dislivello, un intricato dedalo di strade e ripide scalinate che metterebbero alla prova anche i polpacci più allenati. Ma è proprio questo l’aspetto che rende Darjeeling così incantevole, a buon diritto la meta più ambita del West Bengala, perché quasi da ogni angolo della città si scorgono panorami mozzafiato sulle vette che la circondano. Tra queste il Khangchenjunga che, con i suoi 8586 metri è la vetta più alta dell’India nonché la terza montagna più alta del mondo.

Darjeeling and Kanchenjunga

La mia prima volta a Darjeeling ci ho passato 5 giorni, era l’inizio di marzo del 2016 e le nuvole purtroppo ancora troppo intense per poter vedere bene le montagne ma questo non mi importava: la mia intenzione primaria era quella di arrivare fin lì per ritrovare un po’ di pace montana, quella di cui avevo bisogno dopo due mesi di India intensa, per regalarmi un po’ di tregua dal caldo della pianura e, già che c’ero, per esplorare la zona che possibilmente avrebbe costituito il mio punto di partenza per una futura visita allo stato del Sikkim. 

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La seconda volta, a novembre 2018, sono stata più fortunata: l’autunno è un periodo propizio per poter sperare in una buona visibilità delle montagne e di fatti così è stato; in tre giorni ho potuto godere di albe e tramonti da favola e di quelle viste che la volta precedente avevo solo potuto immaginare; il tutto comodamente seduta nell’accogliente salotto del Dekeling Hotel, una piacevolissima sistemazione. L’atmosfera è quella di un’accogliente casa coloniale con quel tocco di fascino che vi catapulterà indietro nel tempo, a quando la cittadina era frequentata da illustri membri della borghesia inglese.

Dekeling Hotel

Le cose da fare e da vedere in città e nei dintorni sono tante ma proprio perché ci si trova a quota 2.037 metri e spesso in salita, è meglio darsi tempo e farle con calma. Il punto di riferimento di tutti i turisti e centro nevralgico di Darjeeling è la piazza Chowrasta, nella parte alta della città, collegata alla vicina Clubside dalla via commerciale e pedonale Nehru Road. In questa zona troverete diverse altre possibilità di alloggio più economiche del Dekeling, la maggior parte concentrate lungo la Zakir-Hussain Road e vicino ai migliori posti per fare colazione, Tom & Jerry e Sonam’s Kitchen! Se vi posso consigliare evitate però la Andy’s Guest House…la vecchia padrona è peggio del Führer!

Da Chowrasta si snodano diversi percorsi che vi porteranno a scoprire i punti più interessanti di Darjeeling, primo fra tutti il tempio di Mahakala situato sulla cima di Observatory Hill. Il luogo è sorprendentemente curioso: non mi era mai capitato infatti di vedere un monaco buddhista impartire la benedizione ai fedeli induisti in un santuario dedicato alla dea Kali. Per qualche minuto mi sono fermata davanti a lui guardandolo confusa e cercando di capire in che strano luogo mi trovassi ma poi ho pensato: sono in India, è inutile farsi troppe domande! 🙂 Con la sua benedizione ho proseguito la visita di questo luogo che ho capito essere sacro a entrambe le fedi perché dove oggi si trova un tempio dedicato ad una manifestazione terrifica del dio Shiva, in precedenza sorgeva un monastero buddhista. Bandierine colorate, ruote delle preghiera, campane votive e immagini di ogni divinità possibile, sovrastano, circondano e decorano quindi i piccoli templi che punteggiano la collina e chiunque arrivi a Darjeeling, di qualunque fede, passerà da qui almeno una volta.

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Mahakala Temple - Darjeeling Mahakala Temple - Darjeeling

Distrutto prima da un’invasione di truppe nepalesi, ricostruito e poi di nuovo danneggiato da un terremoto, il Bhutia Busty Monastery, che sorgeva inizialmente sulla collina, si trova oggi ricollocato lungo la CR Das Road, a 10 minuti di cammino da Chowrasta. Approcciando la piazza tenete la destra e quindi prendete la prima ripida discesa, poi continuate finché non lo vedrete apparire. Se la visibilità è buona il Khangchenjunga gli farà da splendida cornice. Il monastero, appartenete alla setta dei “Berretti Rossi”, è aperto tutti i giorni. Se siete interessati ad assistere alla preghiera vi suggerisco l’appuntamento delle 17 vista l’improponibilità di quello del mattino, dalle 4,30 alle 6!

Bhutia Busty Gompa - Darjeeling Bhutia Busty Gompa - Darjeeling

Da qui potete rifare la strada in salita oppure, se siete interessati ad approfondire il discorso sui tibetani in esilio che occupano la zona, potete proseguire verso il Tibetan Refugee Self-help Centre e da lì risalire. Fondato nel 1959, si tratta di un piccolo centro profughi che comprende, oltre ad un tempio, una scuola, un orfanotrofio e una clinica, un’interessante mostra fotografica e un laboratorio d’artigianato con annesso negozio. Il percorso di risalita è immerso nella natura, molto piacevole e silenzioso e vi permetterà di scoprire alcuni degli angoli più tranquilli della città, riportandovi quindi sulla Bhanu Bhakta Sarani che potrete percorrere per fare ritorno a Chowrasta.

Tibetan Refugee Self-help Centre - Darjeeling Darjeeling

Darjeeling

La Bhanu Bhakta Sarani è un percorso panoramico  pianeggiante che si snoda ai piedi della Observatory Hill regalandovi, in condizioni di buona visibilità, delle vedute spettacolari. Costeggiate le bancarelle che vendono più che altro scialli e pashmine e, una volta arrivati a Chowrasta fate inversione a U per ritrovarvi a scendere lungo la Jawahar Road West, in direzione del Parco Zoologico e dell’Himalayan Mountaineering Institute.

Questo istituto, fondato nel 1954 dall’allora Primo Ministro dell’India Pandit Jawaharlal Nehru e ancora oggi affermata scuola di alpinismo riconosciuta a livello mondiale, ospita un interessantissimo museo di equipaggiamenti delle prime spedizioni sull’Everest le quali, essendo vietate dal versante nepalese, partivano quindi da Darjeeling e, attraverso il Tibet, raggiungevano il versante nord. Primo direttore dell’istituto fu niente popò di meno che Tenzing Norgay, lo sherpa residente a Darjeeling che insieme a Sir. Edmund Hillary mise piede per la prima volta sulla sommità del gigante di pietra appena un anno prima.

Himalayan Mountaineering Institute Darjeeling

L’istituto si trova immerso e nascosto all’interno del parco zoologico che quindi non potrete fare a meno di visitare se interessati al discorso alpinistico. Tanti esemplari di fauna che popolano l’Himalaya, tra cui anche il Red Panda, trovano posto all’interno di questo ambiente boscoso catalogato comunque come uno dei migliori zoo di tutta l’India. L’ultimo ingresso è consentito alle ore 16. Chiuso il giovedì. Il costo d’ingresso per gli stranieri è di 100 rupie.

Red Panda - Darjeeling Red Panda - Darjeeling

A Darjeeling le giornate sono abbastanza corte nel senso che, a parte la questione ore di luce,  dovrete anche adattarvi agli orari di cafè e ristoranti i quali aprono dopo le 8 per la colazione e chiudono intorno alle 19.30. Questo ovviamente vi obbligherà a dover cenare presto. Ancora mi sogno di notte i piatti squisiti che ho mangiato al Kunga Restaurant, al numero 51 di Gandhi Road, praticamente sotto all’ Hotel Dekeling: momo, zuppe di noodles, il miglior pane tibetano mai assaggiato, il tutto cucinato da un’accogliente famiglia…assolutamente da non perdere!

Ora che avete dedicato tempo alla parte superiore di Darjeeling – potreste anche arrivare alla Peace Pagoda ma detto sinceramente non ne vale la pena – è arrivato il momento di spingersi in basso, verso la stazione del famoso Toy Train. La Darjeeling Himalayan Railway su cui viaggia l’unico vero treno per Darjeeling si estende fin qui per 78 km da New Jalpaiguri. Soltanto lungo il tratto Ghum-Darjeeling vengono tuttavia ancora utilizzate le vecchie locomotive a vapore risalenti all’epoca di governo del Raj Britannico e sono quelle che vengono sfruttate maggiormente dai turisti.

Prenotare non è detto che sia così immediato per via dei posti limitati ma soprattutto ritrovarsi a bordo potrebbe risultare meno interessante che non appostarsi nei punti di passaggio del treno per vederlo dall’esterno. A mio avviso, la seconda opzione è molto più pittoresca. Detto questo informatevi presso la stazione sugli orari aggiornati e sulle disponibilità e poi prendete la vostra decisione.

…Io nel frattempo vi racconto come si è svolta la mia giornata tra Darjeeling e Ghum!

Da Chowrasta scendete fino a Clubside e chiedete di indicarvi la strada per lo stand dei taxi diretti a Dali. Salite quindi sulla prima share-jeep disponibile e con sole 10 rupie arriverete a destinazione. Il tragitto dura circa 15 minuti. Dali è il piccolo paese, situato a metà strada tra Darjeeling e Ghum dove si trova il Druk Sangak Choling Gompa, anche conosciuto come Dali Monastery. Un edificio imponente che si affaccia sulla strada, la Cart Hill Road, e che avrete di certo già notato arrivando a Darjeeling dalla pianura. Costruito nel 1971, il monastero ospita più di 200 monaci appartenenti alla scuola Kagyupa che si riuniscono per la preghiera al mattino dalle 5 alle 6.30 e il pomeriggio dalle 17 alle 18.30. Da qui proseguite a piedi in direzione Ghum ma guardatevi sempre indietro per non perdere gli scorci migliori sul monastero.

Dali Gompa Dali Gompa Dali Gompa

In 15 minuti arriverete quindi al Batastia Loop, il punto dove il famoso Toy Train, compiendo un giro di 360°, perde o guadagna in altezza. Cercate di arrivare da queste parti prima delle 11 per aspettare il passaggio del treno che qui lascia scendere i suoi passeggeri per scattare qualche foto, prima di continuare il tragitto fino alla stazione di Ghum. Anche dal Batastia Loop, se la visibilità lo permette, il panorama sulle montagne è spettacolare!

Batastia Loop - Train to Darjeeling Batastia Loop - Train to Darjeeling

Continuando lungo la Cart Hill Road si arriva poi al Samten Choling Gompa dove è custodita la statua del Buddha più grande di tutto il West Bengala. All’interno del complesso c’è poi anche un piccolo negozietto che vende snack e bevande.

Samten Choling Gompa - Ghum Samten Choling Gompa - Ghum Samten Choling Gompa - Ghum

Ormai siete quasi arrivati al centro abitato di Ghum dove tra gli altri edifici svetta anche il Sakya Guru Gompa, simile a una fortezza. Risalendo la rampa di accesso al monastero, oltre il ponte sulla destra, vi si aprirà una bellissima vista sulla cittadina.

Sakya Guru Gompa - Ghum Sakya Guru Gompa - Ghum Sakya Guru Gompa - Ghum

Prima di passare al prossimo e ultimo monastero di Ghum, avvicinatevi alla stazione e aspettate che il treno abbia ripreso la sua corsa di ritorno verso Darjeeling (alle ore 12). Questo è forse il momento più pittoresco, quando il Toy Train percorre le strade strette passando a pochissimi centimetri dai negozi di frutta e verdura che si trovano lì accanto. E’ davvero incredibile e questo vi darà la riconferma di quanto sia meglio, dovendo scegliere, vederlo dall’esterno piuttosto che esserci seduti sopra!

Ghum - Train to Darjeeling

L’ultimo monastero di Ghum, lo Yiga Choling Gompa, che appartiene alla setta dei “Berretti Gialli”, è anche il più antico. La struttura è molto più modesta rispetto agli altri ma all’interno custodisce antichi affreschi e testi tibetani di grande valore. Terminata la visita riportatevi sulla strada principale e, in zona stazione, fermate la prima share-jeep diretta a Darjeeling.

Yiha Choling Gompa - Ghum

Proprio sotto la stazione di Darjeeling si trova il famoso Dhirdham Mandir, una copia del Pashupatinath Temple di Kathmandu. Da qui si aprono delle meravigliose vedute sulla città che per lungo tempo venne utilizzata come stazione climatica dalla classe governativa britannica mentre oggi è rinomata come una delle più piacevoli mete turistiche montane.

Dhirdham Mandir DSC_1075

Alla stregua di Shimla, in Himachal Pradesh, anche a Darjeeling si possono trovare le vestigia di quel passato coloniale che la rende ancor più affascinante, immersi in una meravigliosa cornice montana dove godere dello spettacolo della natura himalayana.

Pianta di Rododendro in fiore @ Darjeeling

Pianta di Rododendro in fiore 

Per gli appassionati di tè poi, o anche solo per farvene una cultura, non c’è come visitare uno stabilimento di produzione, lì dove vi spiegheranno quindi tutti i passaggi di ottenimento di una delle qualità di tè più pregiate al mondo. Senza andare troppo lontano e facilmente raggiungibile a piedi da Chowrasta potete allora fare tappa alla Happy Valley Tea Estate (ingresso con visita guidata 100 rupie). Seguite la Lebong Cart Road in direzione del Parco zoologico e quindi, quando circa a metà strada troverete il cartello, scendete a sinistra. Alla fine della T.P. Banerjee Road che serpeggia in discesa tra le piantagioni troverete l’edificio bianco principale. Enjoy your cup of Darjeeling tea! 🙂

Se il vostro viaggio a questo punto dovesse proseguire verso Siliguri, sappiate che il costo di una jeep condivisa è di 150 rupie (1.000 rupie per l’intero veicolo) e che queste sono in partenza non solo dalla stazione degli autobus, ma anche di fronte all’Hotel Ramada. Il tragitto ha una durata di circa 3 ore.

Viaggio in India: il Triangolo d’Oro dell’Orissa

Viaggio in India: il Triangolo d’Oro dell’Orissa 1024 682 Sonia Sgarella

L’India si sà, è un mosaico di culture un po’ come lo è l’Italia: ogni tassello con la sua storia e le sue tradizioni – linguistiche, artistiche e culinarie – che seppur in parte lo accomunano con gli stati e le regioni confinanti, dall’altro lato lo rendono unico nel suo genere, irripetibile e speciale.

Ecco che allora parlando di India, in Orissa vengono a galla tanti di questi aspetti – come le danze e l’architettura templare per esempio – che qui raggiungono livelli d’eccellenza e particolarità degni di nota, forse ancor più intriganti proprio perché non tra i più conosciuti. Pur trattandosi infatti di mete molto frequentate dal turismo domestico per questioni prettamente religiose, il cosiddetto “Triangolo d’Oro” (o “Triangolo Sacro”) dell’Orissa – Swarna Tribhuja – sembra non avere ancora attirato più di tanto l’attenzione del turismo internazionale che qui ci arriva – forse – solo dopo una terza o quarta visita nel paese.

Bhubaneswar, Puri e Konark, ognuna di queste località con qualcosa di curioso da offrire in termini di produzione artistica o di devozione religiosa: è proprio qui che venne infatti raggiunta l’eccellenza nello stile nagara (“del Nord”) e sempre qui, presso il tempio di Jagannath di Puri, che si svolge uno dei festival più incredibili di tutta l’India, lo Rath Yatra, il “Festival dei carri” giganti che vengono trainati a mano da una folla di fedeli incalliti.

Raccontano le cronache che dal secolo VII al secolo XIII l’Orissa fu uno dei maggiori centri artistici dell’India in cui la tradizione scultorea raggiunse i suoi più alti livelli dando vita a dei templi preziosi come gioielli per l’armonia delle forme. Qui si parla localmente di deul per indicare l’intero complesso templare oppure, di questo, le singole parti: rekha deul, in riferimento alla cella sacra (garbhagriha) e alla torre curvilinea che lo sovrasta (shikara), la quale slancia questa parte dell’edificio verso l’alto (rekha = linea retta); nei templi dedicati a divinità femminili, il rekha deul viene sostituito dal cosiddetto khakhara deul, una struttura più simile alle porte di ingresso alle città tempio del sud, così chiamato per la forma “a botte” con cui culmina; infine vi è il pidha deul, il padiglione della preghiera più diffusamente conosciuto come mandapa nel sud e jagamohana nel nord.

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1.Bhubaneshwar e dintorni (Khandagiri, Udayagiri, Haripur e Dhauli)

A Bhubaneswar di esempi appartenenti alle due categorie se ne incontrano di vari, uno più bello dell’altro, tant’è che vale la pena passarli tutti in rassegna o, se non alto, almeno i principali. Si racconta che tra il VII e il XIII secolo attorno al laghetto artificiale conosciuto con il nome di Bindu Sagar – oggi situato nei sobborghi meridionali della città – siano stati eretti circa sette mila templi, la maggior parte dei quali purtroppo distrutti nel corso delle incursioni islamiche del XVI secolo. Nonostante questo è però ancora possibile, tra quelli sopravvissuti, tracciare l’evoluzione dell’architettura locale, dalle forme più semplici a quelle più articolate, il tutto con un comodo tour in auto-rickshaw (i prezzi nel 2016 si aggiravano intorno alle 250 rupie per la visita dei templi principali compreso il tempo di attesa).

Tra tutti, il più antico e meglio conservato esempio di architettura kalinga – in riferimento alla regione storica dell’India comprendente buona parte dell’Orissa e dell’Andhra Pradesh – risalente al 650 d.C. è il Parashurameshwara Mandir, molto probabilmente commissionato sotto il regno di Madhavaraja II della dinastia Shailodbhava. Il tempio, dedicato al culto di Shiva presenta alcuni elementi particolari tra cui un lingam di pietra monolitico esterno alla struttura principale e raffigurazioni delle Saptamatrika, le “sette madri”, particolarmente significative per le sette tantriche dell’induismo collegate al culto della Shakti, ovvero della divinità femminile.

Parashurameswara

Chamunda - Parashurameswara

A destra l’immagine di Chamunda

Dedicato interamente a Chamunda, l’aspetto più terrifico della dea Durga, è poi il Vaital Deul Mandir, risalente all’VIII secolo e costruito nello stile Khakhara, ovvero con una sovrastruttura alla cella sacra più simile ai portali del sud che non alle torri del nord. Le figure scolpite sulle facciate del tempio rappresentano varie divinità hindu, tra cui la coppia (mithuna) Shiva e Parvati, e alcune tra le prime immagini erotiche risalenti a quell’epoca.

Vaital Deul Mandir

Kharkhara Deul, la”volta a botte”

Vaital Deul Mandir

Vaital Deul Mandir

Rappresentazione di mithuna, la “coppia divina”

Costruito duecento anni dopo il Parashurameshwara e quindi caratteristico dell’evoluzione nell’arte templare dell’Orissa è il Mukteshwara Mandir, considerato una gemma architettonica sia per la compattezza delle sue forme che per i dettagli delle squisite sculture che ne adornano le facciate. Risalente al X secolo e di nuovo dedicato a Shiva, fu probabilmente la prima opera commissionata sotto il dominio del re Yayati I della dinastia Somavamshi, un complesso di rara bellezza, caratterizzato inoltre dalla presenza di un insolito portale d’ingresso molto simile ad un torana buddhista.

Mukteshwara Mandir

Mukteshwara Mandir

L’impianto del Mukteshwara consiste di una cella sacra sovrastata da uno shikhara (“cima di montagna”) di forma più slanciata che nel tempio di Parashurameshwara e di un jagamohan con copertura a pidha (a “piattaforme” stratificate). Il nome del tempio pare significhi “il Signore della Liberazione”, da collegare con il suo essere stato probabilmente un centro di iniziazione tantrica. Oggi il complesso ospita una volta all’anno il Mukteshwar Dance Festival, uno spettacolo di danza e musica classiche odissi.

Mukteshwara Mandir

Più grande del Mukteshvara ma che ne riproduce lo stesso schema è il Rajarani Mandir. La differenza in questo caso la fa lo shikhara, al cui nucleo centrale vengono aggiunte delle repliche dello stesso. Conosciuto localmente come il “tempio dell’amore” per via delle sculture erotiche che ne adornano le sue facciate, il complesso risale all’XI secolo ed è oggi patrimonio dell’Archeological Survey of India, indi per cui a pagamento (100 rupie). Si dice che proprio da questo tempio presero ispirazione i certamente più famosi templi di Khajuraho.

Rajarani Mandir

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All’interno della cella sacra non è presente alcuna immagine, cosa che ancor oggi fa discutere sul se si tratti quindi di un tempio dedicato al culto di Shiva o di Vishnu, nonostante gli studiosi siano più propensi ad affiliarlo alla fede shivaita per via di varie associazioni con le altre figure che ne arricchiscono il programma scultoreo.

Rajarani Mandir

Ultimo tra i principali in ordine di costruzione ma decisamente il più importante sia in termini di ampiezza che di devozione, il Lingaraja Mandir, dedicato a Shiva, fu probabilmente commissionato anch’esso sotto la dinastia dei Somavamshi ma venne in seguito ampliato sotto quella dei Ganga Orientali, gli stessi che nel XII secolo fecero costruire anche il Jagannath Temple di Puri. Un’opera imponente, con il suo shikhara alto circa 50 metri che svetta all’interno di un recinto purtroppo non accessibile ai non-hindu, i quali però lo potranno ammirare da una piattaforma panoramica che si trova appena lì accanto.

Lingaraja Mandir

Hari Hara, “metà Shiva e metà Vishnu”, così è conosciuto il potente lingam che si trova all’interno della sua cella sacra, uno dei dodici joytirlinga venerati in tutta l’India e che lo rendono appunto uno dei luoghi di devozione più importanti di tutto il paese.

Ma la storia di Bhubaneshwar, il cui nome deriva da quello della figura di Shiva come il “Signore dei Tre Mondi” (Tribhubaneshwar) e del suo immediato circondario, ebbe inizio ben prima del VII secolo, una tesi testimoniata dalla presenza, a nord della città, degli insediamenti monastici jaina scavati nella roccia delle colline di Khandagiri e Udayagiri, risalenti al I secolo d.C. Una lunga iscrizione incisa in una delle grotte, la Hathi Gumpha, menzionerebbe quale committente del monastero il re Kharavela della dinastia Chedi, sovrano della regione di Kalinga tornata indipendente dopo la morte di Ashoka.

Khandagiri e Udayagiri

La struttura delle grotte, che si trovano scavate sul fianco di due colline gemelle è molto simile a quella delle grotte dell’India centrale, quali Karla, Bhaja, Elephanta, Ellora ed Ajanta, un tempo importanti luoghi di culto e devozione – dei veri e propri complessi monastici rupestri – oggi frequentate invece da orde di turisti locali che ahimè rovinano un po’ l’atmosfera ma ciò non vuol dire che non siano degne di nota; al contrario, la decorazione di alcune delle grotte è di grande valore stilistico, per cui è assolutamente raccomandata una visita. Non essendoci un servizio autobus diretto per le grotte, da Bhubaneshwar vi converrà optare per un tuk tuk.

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Khandagiri e Udayagiri

Sempre nei dintorni di Bhubaneshwar, a 15 km di distanza e raggiungibile di nuovo con una corsa di tuk tuk, si trova uno dei pochi esempi presenti in tutta l’India (in totale sono quattro, due in Orissa e due in Madhya Pradesh) di tempio dedicato alle Yogini, ovvero a delle figure femminili semi-divine collegate al culto tantrico e considerate manifestazioni della shakti. Il Chausath Yogini Mandir di Hirapur, dedicato a ben 64 figure femminili – un numero ricorrente nella tradizione induista – che in questo caso particolare vengono rappresentate in posizione eretta e con accanto ognuna il proprio animale-veicolo. Il tempio, di forma circolare e senza copertura, si dice risalire al IX secolo.

Chausath Yogini Temple

Chausath Yogini Temple

Sulla strada per Hirapur potrete inoltre fermarvi a visitare anche il Vishwa Shanti Stupa di Dhauli, un’opera moderna che fa però riferimento ad una storia antichissima riguardante l’Orissa da vicino, o meglio, l’allora stato dei Kalinga, sconfitti proprio in questo luogo nel 260 a.C. dall’imperatore Ashoka della dinastia Maurya. Una strage di 150.000 persone – ricordano le cronache – che non solo portò all’assoggettamento di una popolazione, bensì al chiaro pentimento del grande sovrano il quale, a partire da questo momento – rinunciò completamente alla violenza per intraprendere invece il cammino spirituale promosso dalla fede buddhista.

Vishwa Shanti Stupa

Fu così che decise di far pubblicare una serie di editti in epigrafi su roccia o su colonne che vennero erette in diversi angoli del paese volte a diffondere regole di vita che facessero capo ai principi di accettazione e di non violenza. Lo stupa, commissionato da dei monaci giapponesi nel 1972 e costruito vicino ad uno di questi editti inciso su una roccia scolpita in forma di elefante, vuole essere un simbolo di pace per le generazioni future e un monito – recita un cartello – “contro l’utilizzo di armi nucleari che minacciano di distruggere il mondo”.

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2. Puri

In un articolo di qualche tempo fa vi parlavo della geografia sacra dell’India, ovvero di quei luoghi e itinerari di pellegrinaggio che, in riferimento ad una branca dell’induismo piuttosto che ad un’altra, dovrebbero essere visitati almeno una volta nella vita da ogni devoto che volesse facilitare il proprio percorso verso il moksha, ovvero la liberazione dal ciclo delle rinascite. Per i seguaci di Vishnu ecco che allora il più importante di questi percorsi, il Char Dham Yatra(“dell quattro dimore”), è quello che va a coprire i quattro luoghi sacri del paese dedicati alla divinità (o ai suoi avatar) posizionati ai quattro punti cardinali: Badrinath a nord, Dwarka a Ovest, Rameshwaram a sud e Puri, in Orissa, ad Est. La tradizione vuole che le divinità a cui sono dedicati, vissero ed operarono rispettivamente nelle quattro ere in cui si suole dividere l’evoluzione della Terra, detti Yuga: il Krita Yuga, l’età dell’oro, il Treta Yuga, l’età dell’argento, il Dvapara Yuga, l’età del bronzo e il Kali Yuga, l’età del ferro.

Jagannatha Puri

Jagannātha, il “Signore dell’Universo” altro non è che una manifestazione di Krishna/Vishnu che in questo contesto, insieme al fratello  Balarāma e alla sorella Subhadrā, assume una forma alquanto originale: trattasi infatti di una grande testa, di un volto sorridente con dei grandi occhi, e di un corpo privo di mani e di gambe, di colore nero/blu. Anche qui purtroppo ai non hindu non è permesso accedere al tempio ma le viette nei suoi immediati dintorni sono costellate da immaginette sacre che riproducono quelle presenti all’interno. Viste queste direi che ormai l’avrete capito: in India ci si può aspettare veramente di tutto!

Jagannatha Puri

Il tempio venne costruito all’inizio del XII secolo sotto la dinastia dei Ganga Orientali, sul modello del Lingaraja di Bhubaneshwar. Di fronte ad esso si estende l’arteria più ampia della città, la Grand Road, progettata ed utilizzata per la grande processione che si tiene ogni anno nel mese di luglio/agosto, lo Rath Yatra, il “festival dei carri”. In tale occasione le immagini sacre presenti all’interno del tempio vengono caricate su dei carri giganti (quello di Jagannath è alto 13 metri ed ha ben 18 ruote) i quali vengono tirati tramite funi da 4200 onorati devoti verso la loro residenza estiva, il Gundicha Ghar, situata a 1,5 km di distanza. La processione ovviamente vede il partecipare di centinaia di migliaia di persone ed è considerata una delle feste più spettacolari di tutta l’India.

A parte la zona del tempio comunque Puri è una città abbastanza tranquilla che si sviluppa su uno dei lungomare più ampi di tutto il paese, tant’è che già gli inglesi a loro tempo ne intravidero il potenziale per essere un ottimo resort balneare. Dal sacro al profano dunque e finita la parte devozionale ecco che le orde di indiani si spostano tutte lungo Marine Drive e sulla spiaggia che si estende lì di fronte. Una cosa è sicura: il nostro concetto di località balneare è decisamente lontano cent’anni luce dal loro, per cui non aspettatevi nient’altro che il solito macello indiano!

Jagannatha Puri

Le sistemazioni per i viaggiatori zaino in spalla si trovano concentrate nell’enclave di Pentakunta, ovvero lungo la Chakra Tirtha (CT) Road, più spostata verso il villaggio dei pescatori. Nel 2016 io ho alloggiato nella One Love Guest House, carina ed economica, ma può essere che nel frattempo sia venuto fuori anche qualcosa di nuovo. Per raggiungere Puri da Bhubaneshwar non dovrete fare altro che prendere qualunque autobus in partenza ogni 15 minuti dall’Ashok Hotel (Kalpana Square) o dall’autostazione principale della città, chiamata Baramunda. Il viaggio ha una durata di circa un’ora e un quarto.

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3.Konark

Ed eccoci dunque giunti all’apice dell’edilizia religiosa hindu dell’Orissa e non solo: Konark, il tempio dedicato al dio Sole è infatti uno dei santuari meglio scolpiti di tutta l’India, Patrimonio Mondiale dell’Unesco, con un programma architettonico tra i più complessi ed affascinanti, che lo vede costruito sotto forma di un gigantesco carro trainato da sette cavalli, ovvero il veicolo sul quale il dio compie ciclicamente il suo percorso.

Konark

L’imponente complesso venne molto probabilmente ultimato nel 1258 sotto il governo di Narasimhadeva della dinastia Ganga, il quale lo volle costruito al ritorno di una vittoriosa campagna militare. La sua realizzazione apparentemente richiese circa vent’anni, sei dei quali impiegati solo per la stesura del progetto. Il tempio, costruito nello stile nagara e in blocchi di pietra, sorge al centro di un vasto recinto , su un alto basamento, lungo il quale sono raffigurate 12 paia di ruote, simboleggianti i dodici mesi e segni zodiacali. La scultura è raffinata e presenta tanti elementi di stampo erotico, tra cui coppie in amplesso ed esibizionisti solitari.

Konark

Konark può essere tranquillamente visitato in giornata da Puri tramite autobus. Il viaggio ha una durata di circa un’ora.

Viaggio in Nicaragua: considerazioni, info e contatti

Viaggio in Nicaragua: considerazioni, info e contatti 1080 608 Sonia Sgarella

“Once de la noche, Managua, Nicaragua”. Ve la ricordate la canzone di Manu Chao? È da quando l’ho sentita per la prima volta nel lontano 2002 che il Nicaragua è entrato a far parte della lista dei miei luoghi un po’ mitici e un po’ estremi da raggiungere. Mitico perché l’idea è stata concepita quando ancora il mio spirito da viaggiatrice era in fase di incubazione e non lo ritenevo un progetto così facilmente realizzabile; estremo perché il Nicaragua lo credevo un paese pericoloso, un covo di narcotrafficanti e di bande criminali che avevano trovato nei territori del Centro America il nuovo corridoio dove spostare i loro affari, da quando Messico e Stati Uniti si erano impegnati per combattere i cartelli della droga.

Passati gli anni il nome Nicaragua è però tornato a risuonare nella mia testa come quello di una nazione completamente diversa, decisamente più accessibile, ed erano stati i racconti di chi ci era già stato a farmi credere di doverlo fare, di prenotare quel biglietto e partire. “Gente dolce ed accogliente, atmosfera rilassata”, i giudizi erano tutto l’opposto di quello che immaginavo, d’ispirazione; il mio sogno si stava per realizzare, le mie aspettative – e dico purtroppo – erano alte.

Ecco quindi che, proprio quando sul più bello sarebbe forse più coerente dichiarare al mondo intero il mio amore per questo paese, la risposta non è poi così scontata e a chi mi chiede se il Nicaragua mi sia piaciuto o meno, devo fare una premessa: avere avuto come metro di paragone il Guatemala – era da lì che arrivavo – di certo non ha aiutato nel formare la mia opinione che, come credo si intuisca, non è stata del tutto positiva. Il confronto era inevitabile: in Guatemala ho incontrato gente sorprendentemente affabile e cordiale, contenta ed orgogliosa di vedere un turista viaggiare nel proprio paese senza pretendere troppo in cambio, gente immancabilmente sorridente e, per quanto non ricca, di certo onesta e dignitosa.

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Il mio primo impatto con il Nicaragua non è stato invece altrettanto entusiasmante e per un po’ di giorni mi sono sforzata di capire se dietro a quell’atteggiamento svogliato e disinteressato della popolazione ci fosse una ragione storico/sociale; più che altro credevo però di essere io a non riuscire a scovare nelle persone tutta quella genuinità di cui avevo sentito parlare. Ma genuinità – mi sono anche chiesta – che cosa vuol dire esattamente? Genuino – sono arrivata a concludere – non necessariamente significa allora sorridente e disponibile; genuino è anche colui che è più semplicemente spontaneo, schietto, sincero, che non usa fronzoli né mezzi termini…

Ebbene, alla fine mi sono rassegnata all’idea che forse tutta quella genuinità (nell’accezione positiva del termine) non l’avrei scovata così facilmente e credo allora che sia proprio per questo, per il poco entusiasmo che mi ha trasmesso la sua gente, che a distanza di quasi due anni, solo con fatica sono riuscita a mettere insieme due parole di elogio per questo paese; ahimè offuscata da un sentimento di delusione, per tutto questo tempo ho semplicemente perso di vista le cose positive, quelle che vale comunque la pena di esaltare nonostante i giudizi personali e credetemi, ce ne sono davvero tante.

Ebbene allora per rendergli onore ho pensato di partire innanzitutto dal ricordo di quei luoghi che più mi sono piaciuti e non solo, ci tengo a ribadire un altro concetto fondamentale: il Nicaragua NON è, a differenza di quanto in tanti credono, un paese pericoloso, anzi, trattasi forse del più sicuro di tutto il Centro America, un motivo sicuramente in più per apprezzarlo. Andateci allora, godete delle sue bellezze e vi auguro di tornarne innamorati come avrei voluto che succedesse a me! Nel mio caso, chi può dirlo, sarà forse per una seconda volta…:-)

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Che cosa vedere, dove andare, info e contatti

1. Corn Islands

Il fatto che abbia scritto il primo articolo proprio su queste isole, fa di certo bene intendere quanto in fondo ne sia rimasta affascinata. Entrambe due paradisi caraibici degni di nota ma è senza ombra di dubbio Little Corn Island quella dove potendo tornerei anche domani, per godermi le sue spiagge, il suo mare cristallino e per viverla – già che ho preso i due brevetti nelle Filippine – anche dal punto di vista delle immersioni subacquee.

Corn Island

Piccola quanto basta da poterla girare tutta in una sola giornata, a piedi ovviamente perché di macchine non ne esistono, raggiungerla potrebbe trasformarsi in un’avventura (se lo vorrete) – leggi Come raggiungere Little Corn Island senza prendere aerei – ma è certo che qualunque fatica vi verrà ripagata con la moneta migliore: siete giunti in paradiso e dove il piatto a 5 stelle è sempre a base di aragosta!

Corn Island

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2.Granada e dintorni

Granada per Managua svolge un po’ lo stesso ruolo che ha Antigua per Città del Guatemala, ovvero quello di un ottimo rifugio per turisti a pochi chilometri dalla capitale e una scusa più che valida per saltare a piedi pari una metropoli poco invitante e criminale, a favore invece di un luogo decisamente più accogliente, pittoresco ed amichevole. Dall’aeroporto internazionale di Managua prendete un taxi per l’UCA Terminal (15$) e da lì, il primo van in partenza per Granada (25 Cordobas + 25 per lo zaino, un’ora circa).

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Se dovessi associare Granada ad un colore lo farei di certo con l’arancione di un tramonto infuocato come quello che mi ha accolto la mia prima sera in città. Ci è mancato poco perché me lo perdessi ma eccolo qua, il sole ormai nascosto dietro alle case della Calzada, la cupola della cattedrale grandiosa e illuminata, le prime luci della sera…

Granada tramonto

La Calzada, un nome importante per una strada: le calzadas erano infatti le vie maestre delle civiltà precolombiane, le arterie principali che collegavano i luoghi più importanti all’interno dei territori di dominio Maya. Ma il Nicaragua in verità c’entra ben poco con la storia dei Maya, i quali da queste parti non ci misero mai piede. La Calzada a Granada altro non è che la via della movida cittadina, popolata di bar e ristoranti, un susseguirsi di colori, quelli delle case tradizionali che dalla piazza della cattedrale si estendono verso il mare.

Granada

Da qui potrete allora cominciare la visita della città per passarne poi in rassegna tutti i monumenti principali anche se ben presto scoprirete che il modo più efficace per immergervi nella cultura nicaraguense sarà quello di vagare senza meta, approfittando di ogni occasione per sbirciare all’interno delle case private:  non è visitando le chiese infatti che si evincono gli aspetti peculiari di questa nazione, bensì guardando piuttosto all’interno dei portoni, nei salotti e nei patios delle abitazioni private, qui dove noterete che non possono assolutamente mancare le cosiddette “abuelitas“, le sedie a dondolo di produzione locale, riflesso perfetto dell’animo dei nica, flemmatici all’ennesima potenza.

Granada è il punto di partenza per varie escursioni tra cui, la più famosa, è quella al Volcán Masaya. Avete mai visto un fiume di lava che scorre sul fondo di un cratere immenso, rosso come il fuoco o il ferro incandescente? Ebbene, trattasi di uno spettacolo da far letteralmente venire i brividi. In città sono varie le agenzie che si offrono di accompagnarvi per questa esperienza ma se posso permettermi, tra tutte ve ne suggerirei soltanto una: Let’s Vamonos Tour, per il garbo, la gentilezza e l’onestà del suo proprietario. L’escursione parte alle 4 del pomeriggio dal vostro hotel ( vi consiglio l’Hostal El Momento, in Calle del Beso) ed ha un costo di 20$.

Volcan Masaya

Un’altra escursione possibile è quella al Volcán Mombacho e in questo caso potrete gestirvela tranquillamente per conto vostro, senza bisogno quindi di rivolgervi ad un’agenzia intermediaria. L’autobus parte dallo stesso punto di quelli per Rivas (ovvero in fondo al mercato) e trattasi dello stesso che, passato l’incrocio per il Volcán Mombacho, prosegue quindi per Catarina e Niquinomo (8 C.). Dalla strada principale all’ingresso del parco ci sono circa 1,5/2 chilometri percorribili in tuk tuk (20 C.), mentre dall’ingresso alla stazione biologica (1.150 metri) circa un’ora e mezza di cammino tutto in salita.

Volcan Mombacho

Onde evitare quest’ultima sfacchinata (che non prevede nessuna attrattiva particolarmente interessante) vi converrà allora pagare 20$ per usufruire del servizio di trasporto a/r. I camiones partono dall’entrata alle 8.30, 10.30 e 13.30, per fare poi ritorno alle 11.00, 13.30 e 16.00. Il percorso a piedi lungo il Sendero del Crater è fattibile anche da soli e durerà al massimo un’ora. Dai punti panoramici si vedono Las Isletas, la Laguna de Apoyo e Granada. All’interno del centro visitatori comunque una guida vi spiegherà come funziona il tutto. Il percorso più lungo all’interno del parco sarebbe il Sendero El Puma, per cui però è obbligatorio ingaggiare una guida al costo di 22$ per una durata di circa 4 ore.

Prima di ripartire da Granada e soprattutto se in direzione di località secondarie o isolate, assicuratevi di avere prelevato o cambiato abbastanza contante e di aver eventualmente acquistato una scheda telefonica Claro (200 C., 1 Giga per 15 giorni). Tra i ristoranti più convenienti della città Tito’s Bar y Restaurante, Los Bocaditos e El Palacio de Las Pupusas, quest’ultimo situato in fondo alla Calzada.

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2.Isola di Ometepe

Dicono che un viaggio in Nicaragua non possa prescindere da una visita dell’isola di Ometepe, una gemma a forma di infinito incastonata nelle acque del Lago de Nicaragua, il più grande del paese, un paradiso di relax e divertimento per i viaggiatori zaino in spalla che qui verranno accolti da un’atmosfera amichevole, se non addirittura familiare.

Non lo so, definirla come uno dei luoghi più cool di tutto il Centro America mi è parso un’esagerazione; forse che io sia capitata nel periodo sbagliato (febbraio 2017) ma l’idea che personalmente ho avuto dell’isola è stata quella di un luogo pressoché desolato, di un passato glorioso ma ormai svanito. Probabilmente (e me lo auguro) sono io che mi sto sbagliando e, nonostante il mio ricordo sia ben lontano dall’essere così entusiasmante lo devo ammettere, quando riguardo le foto dell’isola, sono forse tra le più belle che io abbia scattato in tutto il paese!

Ometepe

A parte queste considerazioni soggettive comunque, un fatto decisamente più oggettivo è che l’isola debba essere girata in motorino; vi consiglio a tal proposito di rivolgervi a Charlie’s, all’angolo tra la strada principale e quella che risale dal molo di Moyogalpa (15$ per un “sia de luz”). Moyogalpa è il paesino dove vi consiglio di soggiornare, se non altro per la presenza di tutti i servizi. Hospedaje Soma è forse l’opzione migliore per pernottare (10$ in dormitorio con colazione), da prenotare con qualche giorno di anticipo.

Isola di Ometepe

In sella al vostro motorino dunque potrete passare in rassegna tutte (o quasi) le attrattive dell’isola, cercando di mantenervi sempre sulla strada asfaltata e circumnavigando così la forma perfetta dei vulcani Concepción e Maderas: da Playa Santo Domingo e Balgue, il punto più lontano da Moyogalpa e dove volendo è possibile soggiornare, ad Altagracia, la dormiente e antica capitale indigena, passando per l’Ojo de Agua, piscine di acqua termale (ingresso 3$), per Chaco Verde, una riserva naturale ricca di fauna (ingresso 5$) e quindi terminando al tramonto alla Punta Jesus Maria, un istmo di terra che vi regalerà degli scatti meravigliosi e dove, volendo, sarebbe addirittura possibile accamparsi senza pagare, avendo bagni e un risto/bar aperto fino alle 18 a disposizione.

Isola di Ometepe

Tra le varie attività che è possibile praticare sull’isola oltre a quelle appena descritte, certamente vi è il trekking per raggiungere la vetta dei due vulcani e per cui è obbligatorio ingaggiare una guida, il kayak sul Rio Istiam che solca la parte più sottile dell’isola e le passeggiate a cavallo. Che merita una sosta ristoro è il Cafè El Natural, a Playa Santo Domingo.

Isola di Ometepe

Per raggiungere Ometepe partendo da Granada prendete un autobus con destinazione Rivas al costo di 31 c. Il tragitto dura circa 1h. Fate attenzione: lungo la strada potrebbe superarvi un pullman diretto al porto di San Jorge, far fermare il vostro veicolo e spingervi ad acquistare il passaggio diretto più veloce ad un prezzo spropositato. Non accettate! Dal mercato di Rivas potrete facilmente prendere un taxi collettivo al costo di 25 c. a persona oppure un autobus per 7 c. Dal molo di San Jorge partono per l’Isola di Ometepe sia i ferry che le bagnarole, alcuni diretti a Moyogalpa e altri a San Josè. N.B.: se non sarete voi a dirgli dove volete andare loro vi indicheranno il primo in partenza e arrivati sull’isola saranno poi fatti vostri sul come raggiungere la vostra destinazione. Il costo per il ferry a Moyogalpa è di 50 c. (Transporte Lacustre Milton Arcia) e il viaggio avrà una durata di circa 1h. Verso destra sono le viste migliori.

Isola di Ometepe

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3.Playa Popoyo e Laguna de Apoyo

Playa Popoyo, dove rimanere affascinati dalla cultura del surf senza il bisogno di essere surfisti. E chi l’avrebbe mai detto tra l’altro, in un posto che a primo impatto potrebbe sembrare abbandonato da dio, alla fine di una strada polverosa, di ritrovare tanta familiarità made in Italy. Ebbene sì, perché proprio lì, in un paradiso di tranquillità a ridosso del Pacifico, qualche italiano amante delle onde ha pensato bene di trasferircisi e di aprire non solo un ristorante/pizzeria ma anche una scuola di surf e un minimarket con prodotti nostrani.

Playa Popoyo

Un’atmosfera davvero affascinante, sedersi al tramonto con una Toña in mano e ammirare le evoluzioni di chi ha fatto delle onde le proprie compagne di squadra mentre i colori del mare e del cielo si tingono di rosa e la musica del Finca Popoyo intona le note di Bob Marley e di qualche hits del momento. Alla sera quasi tutti si ritrovano a cenare al barbecue del Minimarket in fondo alla strada (150 c. per un piatto unico a base di pollo o pesce con contorno di insalata e riso).

Playa Popoyo

Non solo spiaggia per surfers comunque: durante il giorno anche per chi non è amante delle onde infatti c’è un angolo di paradiso che renderà onore all’aver fatto tanta strada per raggiungere questo luogo: delle piscine d’acqua naturali è quello che vi aspetta se solo avrete voglia di spostarvi all’estremità nord della spiaggia, superati quegli scogli che sembrano non costituire un passaggio semplice verso nuovi mondi e invece, per i più curiosi e intraprendenti eccole lì, il posto perfetto dove concedersi qualche ora di tranquillità al riparo dell’impeto dell’oceano.

Playa Popoyo

Più che a Playa Popoyo comunque, tutto quello di cui vi ho parlato finora si trova più precisamente a Playa Guasacate – Playa Popoyo corrisponde al tratto di spiaggia davanti all’Hotel Magnigic Rock – una località che offre sistemazioni a prezzi abbordabili, qualche ristorante e, come vi dicevo prima, un paio di minimarket tra cui quello di un nostro compatriota.

Per raggiungere Playa Guasacate da Rivas è possibile contrattare un taxi direttamente alla stazione degli autobus (400 c.) oppure – soluzione più economica ma alla “speraindio” – saltare sul primo autobus diretto a Las Salinas, farsi lasciare al Cyber Cafè Toñita e chiedere a loro di chiamarvi quindi un tuk tuk (200 c.). Il Popoyo Beach Hostal è un’ottima soluzione per alloggiare (10$ in dormitorio prenotato online).

Ora, sempre da Rivas – da Guasacate potete contrattare il taxi tramite l’ostello (30$ circa) oppure ripetere la storia di tuk tuk e autobus all’inverso (chiedendo conferma degli orari) – e facendo tappa alla rotonda di Masaya per cambiare veicolo, è quindi possibile, con un’ora e mezza circa di tragitto, raggiungere la Laguna di Apoyo, un lago d’acqua dolce formatosi all’interno del cratere di un vulcano estinto. (Rivas-Rotonda di Masaya 50 c., 1h. / Masaya-Incrocio per Apoyo 10 c., 10 min. / Incrocio-Hostal 100 c. per 1 persone, 150 c. per 2 in taxi).

Laguna de Apoyo

Onestamente a me la Laguna de Apoyo – per quanto un bel posto, intendiamoci – non è che mi sia parsa tutto questo paradiso naturale; piuttosto l’ho vissuta come una breve parentesi di comfort resa tale dai servizi offerti dal Paradiso Hostel Laguna de Apoyo (12$ in dormitorio senza colazione.

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6.León

Ah León, che meraviglia, con quel tuo fascino coloniale neanche troppo decadente e quel caldo soporifero che tratterebbe chiunque dal visitarti in maniera approfondita. A mio parere, a León come a Granada, non c’è niente di più bello che trascinarsi senza meta da una Calle a una Avenida e da una Avenida a una Calle sfruttando tutte le zone d’ombra possibili e passando così in rassegna tutte le facciate colorate dei suoi edifici, delle sue chiese e dei suoi monumenti.

Leon

Ma León non solo è affascinante di per sé, i suoi dintorni sono infatti costellati da una miriade di vulcani che offrono possibilità escursionistiche di uno o più giorni. Io di questi ne ho visitato soltanto uno, il Volcán Telica, e vi assicuro che con quel caldo è stato già abbastanza. Telica Hiking Tours (Jesus Arauz Pineta, Tel.+50523154514, telicahikingtours@gmail.com) è il referente locale che vi suggerisco – potete anche rivolgervi ai Quetzaltrekkers ma sono più cari – e con loro quindi optare per una due giorni sul vulcano che, come dice il nome, è il loro cavallo di battaglia. 45$ a persona (noi eravamo in due) è il costo complessivo che comprende guida, assistente a cavallo per il trasporto tenda ed equipaggiamento, cena e colazione. Il tour parte alle 13.30 da Leon e dopo un breve spostamento in auto si raggiunge il punto di inizio della salita di circa 2h30. L’arrivo è previsto ovviamente in tempo per il tramonto.

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Volcan Telica

Sempre partendo da León e per rimanere su attività che richiedono meno dispendio di energia, potreste pensare di dedicare una mezza giornata alla Reserva Juan Venado, in località Las Peñitas, un tratto di costa raggiungibile in autobus partendo dal Mercadito di León (4c. circa 1h). L’autobus farà prima tappa alla spiaggia di Poneloya per poi riprendere il percorso e dirigersi quindi a Las Peñitas con ultima sosta nello spiazzo di fronte all’hotel/ristorante Barca de Oro. Tramite loro è possibile organizzare l’escursione all’interno della riserva e a tal proposito vi converrà cercare di arrivare in mattinata per poter sperare di dividere il pacchetto con qualche altro passeggero e pianificarlo magari per dopo pranzo. Il costo dell’imbarcazione è di 55$ fino a 4 persone e di 75$ fino a 8, escluso il prezzo per l’ingresso al parco di 100 c. Il tour ha una durata di 3 ore e vi porterà in un bosco di mangrovie alla ricerca di fauna selvatica.

Reserva Juan Venado

Capanna Margherita: trekking alpinistico al rifugio più alto d’Europa

Capanna Margherita: trekking alpinistico al rifugio più alto d’Europa 1024 684 Sonia Sgarella

Avete presente la Regina Margherita? Ah, che donna la Marghe! Fu la prima Regina d’Italia, moglie di Umberto I e madre di Vittorio Emanuele III, un personaggio che – dicono – sia riuscito a fare tendenza: in politica, tanto per cominciare, creando consenso popolare verso la monarchia più di quanto non abbiano saputo fare gli uomini della sua dinastia; nella moda, supportando il made in Italy e fondando a Burano la scuola dei merletti ma anche – non meno importante – nella cultura, portandola come elemento fondamentale all’interno della corte dei Savoia. Margherita amava le arti e la poesia ed era amata a sua volta da poeti e uomini di cultura che le dedicarono versi e opere elogiative.

Ma Margherita – e questo è quel che forse più ci interessa – fu anche appassionata di montagna e di alpinismo. Udite udite, fu lei la prima donna, – caso raro per i tempi – a scalare il Monterosa e pensare a come poteva essere nel 1893 quando, con gli abiti di lana cotta e senza le funivie che oggi  ne dimezzano il percorso, “accompagnata da un corteo di guide alpine e di gentiluomini”, la Regina d’Italia partecipò in prima persona all’inaugurazione della Capanna che le venne in seguito dedicata, costruita sulla vetta della Punta Gnifetti a 4.554 metri d’altezza.

Margherita, amata dall’aristocrazia ma anche dalle classi più umili, fu quindi di certo una donna con le palle da vendere!

Regina Margherita

Una capanna di legno del valore di neanche 18.000 lire – questo fu quanto – predisposta a valle e trasportata a spalla fino alla vetta, lì dove venne in seguito montata. Un’impresa ambiziosa a quel tempo e che certo lo sarebbe ancora oggi senza elicotteri a disposizione: 4.554 metri ragazzi significa niente popò di meno che il tetto d’Europa, un’altezza considerevole alle nostre latitudini, motivo per il quale la Capanna, ristrutturata e ampliata nel 1980, viene oggi utilizzata, non solo come rifugio, ma anche come stazione meteorologica e laboratorio di ricerca per gli effetti del mal di montagna.

Capanna

Vorrei quindi essere chiara fin da subito riguardo a questo tipo di escursione: raggiungere la Capanna Margherita NON è una passeggiata e questo nonostante il percorso non presenti particolari difficoltà tecniche (va beh, giusto il rischio di finire in un crepaccio, vedete un po’ voi…) Ricordatevi: con le montagne non si scherza affatto e, a meno che non siate degli esperti, l’obbligo è quello di affidarvi ad una guida alpina – o ad un’agenzia che ve ne contratti una – che conosca il percorso, che sappia leggere il territorio e che vi possa oltretutto aiutare a reperire l’attrezzatura utile per affrontare l’impresa. Non preoccupatevi, a tal proposito ho degli ottimi consigli da darvi! (vedi la sezione contatti in fondo all’articolo).

Capanna Margherita

L’ambiente lassù è internazionale, la Capanna Margherita costituisce infatti un’obiettivo e un simbolo per gli amanti della montagna provenienti da tutto il mondo, un luogo a dir poco speciale, un balcone privilegiato sull’arco alpino da cui si può godere di una vista impareggiabile. Fatelo, almeno una volta nella vita andateci e capirete quale esperienza indimenticabile è lì che vi aspetta!

I punti di partenza per poter cominciare l’ascesa prima dell’alba sono due: il Rifugio Mantova, situato a 3.498 metri e il Rifugio Gnifetti, appena duecento metri più in su, alla testata del bacino glaciale del Lys e sul ghiacciaio del Garstlet. Per quanto riguarda le vie d’accesso a questi due stabilimenti beh, dipende da come siete più comodi: via Piemonte, partendo da Alagna, o via Valle d’Aosta, partendo da Gressoney (Gabiet). Da Milano il percorso più conveniente (in termini di vicinanza ma anche in termini di economicità) è quello che sale da Alagna ed è quindi l’itinerario che abbiamo preferito noi, con pernottamento al Rifugio Mantova.

Rifugio Mantova - Capanna Margherira

Rifugio Mantova – www.rifugiomantova.it

Optare per il Rifugio Mantova piuttosto che per il Gnifetti, significa prediligere un’ambiente meno affollato (80 posti letto contro gli oltre 170), ristrutturato da poco per il comfort degli alpinisti e oltretutto leggermente più economico (60€ per la mezza pensione invece che 73€ e quota maggiorata di 10€ per il pernottamento della guida, il cui costo dev’essere diviso tra i partecipanti). Certo è vero, questo significa anche avere duecento metri in più da percorrere la mattina successiva ma tutto sommato credo che non siano quelli a fare la differenza in peggio, anzi: trattandosi di una zona priva di crepacci, quei duecento metri vi daranno la possibilità di testare la vostra condizione fisica; volendo rinunciare, questo vi permetterebbe di tornare indietro da soli senza compromettere la spedizione dell’intero gruppo che segue in cordata (parlo per esperienza diretta).

Rifugio Gnifetti - Capanna Margherita

Rifugio Gnifetti

Rifugio Gnifetti – www.rifugimonterosa.it

La salita – dicevamo – comincia prima dell’alba (sveglia alle ore 3.45, colazione a buffet compresa nel prezzo, vestizione e partenza al più tardi alle 5). A 3.500 metri sarebbe incosciente non prepararsi al freddo ma questo non vuol dire che lo debba fare per forza in maniera estrema: tutto dipende principalmente dal vento e dal mese in cui deciderete di andare. Giugno, luglio, agosto e la prima settimana di settembre sono le uniche possibilità che avrete; come date privilegiate e plausibilmente più favorevoli per le condizioni di solidità del ghiacciaio si tende ad indicare come migliori le prime due settimane di luglio ma, in quanto a temperature, entrambi i mesi di luglio e agosto dovrebbero  essere piuttosto piacevoli.

Ebbene questa è stata la mia esperienza: a fine luglio (26-27), praticamente in assenza di vento e in condizioni di cielo sorprendentemente limpido, io che soffro abbastanza il freddo avevo addosso nient’altro che una maglietta a maniche corte, un pile leggero, pantaloni felpati, cappello invernale, guanti anti vento e giacca cerata non imbottita (per intenderci, quelle da corsa). Al ritorno, tolta la giacca, il cappello e i guanti e aggiunto giusto un cappellino con visiera per il sole, in alcuni punti avevo addirittura caldo. Fondamentali per questo tipo di escursione sono comunque gli scarponi (da neve, in noleggio ad Alagna per 12€ al giorno), gli occhiali da sole (se per neve e ghiaccio tanto meglio), i bastoncini da trekking (io li ho trovati un aiuto indispensabile), una torcia frontale, la protezione solare, ramponi e imbrago (che vi verranno forniti dall’agenzia); acqua, tè caldo (che potrete ordinare al rifugio) e snack sono a vostro piacimento.

Monte Bianco - Capanna Margherita

4.15 ore per salire e 2.15 ore per scendere è quello che ci abbiamo impiegato noi (io e i miei tre prodi compagni d’avventura) partendo dal Rifugio Mantova; mettete in conto, a seconda del vostro passo e di quello dei vostri compagni (a cui sarete legati in cordata), di metterci comunque tra le 4 e le 5 ore. L’inizio è spettacolare, soprattutto se anche voi come me, avrete la fortuna di vedere il sole illuminare d’arancione la cima del Monte Bianco e piano piano rischiarare il cielo dando vita ai colori del ghiacciaio. Crepacci, ponti di neve e seracchi, la prima meta di questa avventura è il Colle Vincent, un bel po’ più su e là oltre il quale la pendenza dovrebbe finalmente cominciare a diminuire.

Capanna Margherita

L’andamento è lento ma costante, le pause brevi – per evitare che il corpo si raffreddi – e solo dove possibile, ovvero superata la zona dei crepacci; in silenzio e con tenacia ognuno cerca di tenere testa alla propria fatica; tutti, dal primo all’ultimo, della propria o di altre cordate, in silenzio condividono le stesse difficoltà e verosimilmente le stesse incredibili emozioni. 

Corno Nero e Cristo delle Vette - Capanna Margherita

Capanna Margherita

A destra, mano a mano che si prosegue verso il Colle del Lys (il secondo traguardo), ecco la Piramide Vincent, la statua del Cristo delle Vette, il Corno Nero e la Punta Parrot; a sinistra la spaventosa quanto perfetta parete del Lyskamm e l’inconfondibile sagoma del Cervino. Lo ammetto, guardando alle imprese degli altri alpinisti che si avventuravano su ogni versante di questo massiccio spettacolare – e pensando quindi a quante altre possibilità di escursioni avrei avito – la prima cosa a cui ho pensato è che lì ci sarei tornata sicuro!

Lyskam - Capanna Margherita

Lyskam - Capanna Margherita

Ma eccola finalmente, la Capanna Margherita è la, la vedi in lontananza, e tu, povero illuso, che pensavi di essere ormai arrivato! Tiri un sospiro di gioia mista a sconforto e ti prepari: da qua ti aspetta una traversata in lieve discesa che ti farà perdere un po’ di quota e quindi l’ultimo strappo in impennata per raggiungere l’obiettivo. Lo so, arrivati a quel punto si è quasi allo stremo delle forze ma pensa a quando sarai lassù e alla soddisfazione che ti aspetta! Non solo, ad aspettarti ci saranno anche pizza fatta in casa – rigorosamente margherita! – e una torta di mele che ti farà dimenticare di tutte le fatiche appena fatte per raggiungerla!

Capanna Margherita

Siete quindi finalmente giunti sul balcone più alto d’Europa, dall’altro lato si aprono a strapiombo delle viste incredibili sulla valle di Alagna e sulla Cresta Signal che costituisce l’altra via d’ascesa alla Capanna Margherita ma molto più difficoltosa. Vedo due alpinisti che si arrampicano sugli speroni di roccia, mi vengono le vertigini per loro ma intanto sogno, con immensa invidia e ammirazione: chissà, forse un giorno…:-) Godetevi il momento e fatene tesoro: quella sensazione ve la porterete dietro per tutta la vita!

Capanna Margherita

Capanna Margherita

Comunque, a meno che non abbiate deciso di rimanere lassù a dormire – cosa possibile – a un certo punto dovrete pur riprendere il cammino in discesa ed è questa forse la parte più bella: leggeri nello spirito per l’impresa appena compiuta, non dovrete adesso fare altro che ammirare il paesaggio con la soddisfazione di chi è riuscito ancora una volta a superare i propri limiti e può adesso guardare con un pizzico di compiacimento agli ultimi ritardatari che ancora si apprestano a raggiungere la cima. Tra le foto scattate al ritorno, con il sole alto e il cielo azzurro davvero non saprei scegliere quali siano le mie preferite e allora ve le metto tutte! 🙂

Capanna Margherita

Capanna Margherita

Capanna Margherita

Capanna Margherita

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Ulteriori info, contatti, costi e ringraziamenti

Per l’organizzazione, come vi anticipavo prima, è fondamentale rivolgersi ad un’agenzia specializzata o direttamente ad una guida alpina che conosca il percorso. A tal proposito, consultate il sito di Lyskamm4000 oppure scrivetemi in privato per il contatto diretto della guida. L’ideale per risparmiare ovviamente sarebbe quello di riuscire a formare un gruppo di 5 persone (il numero massimo consentito di partecipanti per formare una cordata) ma, qualora foste meno, potreste comunque rivolgervi all’agenzia mettendo sul tavolo la possibilità di unirvi a qualche altro loro cliente che sia d’accordo.

Oltre alla quota guida dovrete inoltre mettere in conto: 40 euro a persona per i servizi di funivia da Alagna a Punta Indren; il costo della mezza pensione al Rifugio Mantova o alla Capanna Gnifetti (65 o 75 euro); le spese della guida per funivia e rifugio da dividere tra i partecipanti (25 per la funivia + 35 per il rifugio); i costi di trasferimento da e per Alagna; il pranzo del primo e del secondo giorno, l’acqua e le consumazioni alla Capanna Margherita; l’eventuale noleggio di scarponi (24 euro) e dei bastoncini (16 euro) – costi aggiornati a luglio 2018.

E’ consigliabile pranzare il primo giorno al Passo dei Salati per dare al corpo il tempo di acclimatarsi all’altezza.  N.B: l’ultima risalita da Alagna prima della pausa pranzo è alle 12.15 e nel caso in cui la doveste perdere la successiva sarebbe non prima delle 14.15! Da Punta Indren al Rifugio Mantova ci sono circa 45 minuti di percorso accidentato e in parte bagnato per cui è fondamentale partire già con gli scarponi ai piedi. Portatevi uno zaino che sia capiente abbastanza da poterci mettere tutto quello che vi servirà per la spedizione e in più i ramponi e l’imbrago che vi verranno forniti dall’agenzia qualora non li aveste.

Al rifugio vengono dispensate ciabatte modello Crocs, lenzuola monouso e piumone; i prodotti da bagno sono pressoché inutili (portatevi solo un sapone, spazzolino e dentifricio) e munitevi piuttosto di un thermos se interessati alla questione tè caldo da portare con voi durante l’ascesa. Ricordatevi che a 3.500 metri la digestione risulta più lenta che a quote più basse: cercate di non abbuffarvi e andate a letto presto!

Ringrazio a questo punto tutti i miei compagni di viaggio: Nicola, per aver ripetuto con me un traguardo già raggiunto in Nepal; Carlo, per aver organizzato tutto con grande dedizione e, nonostante ciò, aver saputo rinunciare alla meta senza compromettere l’impresa degli altri; Lorenzo e Mauro, per aver sofferto e gioito insieme. Ringrazio inoltre Malù, della Lyskamm4000, la coordinatrice di un progetto ben riuscito e oltremodo Massimo, una guida preziosa, per la sua umiltà e per averci trasmesso il suo amore per la montagna. Infine ringrazio il mio corpo, per non avermi mollato fino alla fine!:-)

Capanna Margherita

Viaggio nelle Filippine: informazioni utili e qualche considerazione

Viaggio nelle Filippine: informazioni utili e qualche considerazione 1024 768 Sonia Sgarella

A volte la migliore  organizzazione sta nel non organizzare proprio un bel niente…

Considerazione numero uno: credete davvero che organizzare una vacanza dalla A alla Z prenotando tutto in anticipo ancor prima di partire, sia la garanzia assoluta per un viaggio all’insegna del relax? Può essere, ma credo che a tal proposito ci sarebbe anche qualcuno che avrebbe qualcosa da aggiungere: provate a chiedere per esempio a chi, per via di allarmi tifone preventivi o di condizioni del mare avverse, si è trovatio bloccato su un’isola per 3 o 4 giorni e a chi, colto alla sprovvista, ha dovuto quindi riprogrammare tutto il suo soggiorno da capo, all’ultimo minuto, perdendo caparre, acconti o addirittura l’importo totale delle cifre versate. Direte voi – ma questo può succedere ovunque. Certo, alla sfiga non si comanda, ma nelle Filippine – o in qualunque altro paese tropicale che sia formato da centinaia (se non addirittura da migliaia) di isole – può succedere ancora di più.

El Nido

Isole dell’arcipelago di Bacuit viste dalla spiaggia di Corong Corong – El Nido – Palawan

Questo è il mio consiglio: prenotate soltanto l’indispensabile, preferite politiche di cancellazione quanto più permissive e lasciate invece a quando sarete in loco l’organizzazione del resto, una volta quindi sicuri di essere quasi a destinazione. E’ vero, all’ultimo minuto potreste non trovare posto nella struttura dei vostri sogni – se proprio ci tenete prenotatela prima – ma state tranquilli: sotto un ponte a dormire non ci rimarrete di certo; male che vada, sarà quanto meno su una spiaggia deserta!:-)

Siquijor

Spiaggia di San Juan – Isola di Siquijor

Perché lo sappiate comunque, in linea generale nelle Filippine il metodo prediletto per la prenotazione degli alloggi è quello internet e, nonostante risulti ancora possibile effettuare prenotazioni telefoniche, se volete essere sicuri che queste ultime non vengano archiviate a favore di altre garantite online con carta di credito, allora vi converrà uniformarvi alla corrente di pensiero più diffusa. Agoda, Booking.com e Hostelworld sono i siti di ricerca più utilizzati e che funzionano in maniera eccellente e sicura ma, in alcuni casi, potrete anche prenotare direttamente dalle pagine web delle strutture disponibili, con carta di credito o sistema Paypal.

E a proposito di applicazioni da scaricare prima della partenza, forse la più utile da tenere a portata di mano soprattutto quando a Manila, è quella di GRAB, un sistema di chiamata taxi simile ad Uber ma molto più diffuso di quest’ultimo nel sud-est asiatico. Da usare è semplicissimo: basta registrarsi, inserire punto di partenza e punto di arrivo e quindi confermare il prezzo se vi sta bene. Il pagamento avviene in contanti direttamente al conducente del veicolo, di cui a questo punto conoscerete nome, cognome, aspetto, modello e targa dell’auto.

Per poter accedere a quest’applicazione ed effettuare prenotazioni online è ovvio che comùnque dovrete essere connessi ad internet e che quindi potrebbe interessarvi il discorso delle SIM locali, il cui acquisto si risolve in una procedura talmente facile che varrebbe la pena intraprenderla anche nel caso dei soggiorni più brevi. Nella fattispecie, appena atterrati all’aeroporto e ancora prima di uscire dal terminal, troverete i banchetti delle due compagnie telefoniche principali: Globe e Smart. Le condizioni di acquisto sono molto simili per l’una e per l’altra: la scheda è gratuita mente vari e di diverso valore sono i pacchetti internet della durata di massimo 30 giorni . Io ho optato per Globe e per il pacchetto da 4 Giga a 599 pesos e mi sono trovata bene.

Recuperata la SIM potrete quindi già prenotare da soli il vostro taxi con GRAB (senza bisogno di contrattazioni estenuanti), oppure, se preferite, potrete rivolgervi per questa volta al chioschetto della compagnia stessa che, al momento della mia visita, si trovava all’esterno del Gate numero 3 (Aeroporto Internazionale di Manila).

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L’eccezione alla regola…

E già che ci sono permettetemi di fare un’altra considerazione, la numero due: incredibile ma vero, gli aeroporti delle Filippine sono forse tra i pochi al mondo rimasti in cui la parola “fregatura” non è all’ordine del giorno, tant’è che al loro interno, è possibile addirittura cambiare i soldi ad uno dei tassi di cambio forse tra i più favorevoli. Fatelo dunque, cominciate col cambiare qui un po’ di contante portato da casa e lasciate quindi a quando arriverete in città il vostro primo prelievo.

È importante sapere che nella maggior parte dei bancomat delle Filippine la cifra massima prelevabile per transazione corrisponde a non più di 10.000 pesos (160€), un po’ poco se si pensa che ad ogni prelievo di solito corrisponde una commissione di circa 5€. Meglio sarebbe allora cercare gli sportelli automatici delle banche BPI e HSBC, le quali permettono di ritirare rispettivamente 20.000 e 40.000 pesos alla volta. HSBC è la meno diffusa ma, se presente, conviene di certo farci un salto. A Manila la trovate per esempio nel quartiere di Makati presso la torre n.1 dell’Enterprise Centre.

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Senza aerei? Ma anche no! 

Prelevati i soldi, comprata la scheda telefonica e recuperare le forze dopo il volo internazionale, direi che a questo punto siete pronti per interfacciarvi con il mondo dei trasporti interni. Passiamo quindi alla considerazione numero tre: se c’è una parte del mondo oltre all’Europa in cui prendere un’aereo spesso è più conveniente (sia in termini di costi che di tempo) che non optare per altri mille trasporti, è proprio il sud-est asiatico e, in questo, le Filippine ne sono un esempio emblematico.

Air Asia, Cebu Pacific e Philippines Airlines sono le tre compagnie che effettuano servizio giornaliero tra le tante isole principali dell’arcipelago e, nello specifico, Air Asia è quella che a me personalmente ha garantito più volte un servizio efficiente e quanto più puntuale. Ricordatevi che anche qui, come è il caso delle nostre Ryanar e Eayjet, il bagaglio da stiva non è mai incluso nella tariffa base e che va quindi inserito nel pacchetto in fase di prenotazione onde evitare conti salati direttamente in aeroporto. A Manila i voli domestici partono dal Terminal 4 dove, dato il probabile sovraffollamento al banco dei check-in, sono soliti aprire sotto orario una corsia apposita per le final call dei voli in partenza.

Per quanto riguarda invece i trasporti di lunga percorrenza via terra con partenza da o in arrivo a Manila, il mio consiglio è questo: se non è di domenica allora tanto meglio viaggiare di notte e risparmiarsi quindi quei logoranti ritardi dovuto al traffico infrasettimanale. Sulle isole minori ovviamente questo tipo di problema non sussiste anche se è sempre preferibile partire al mattino presto.

Il problema in questo caso è un altro: se non siete capaci di guidare uno scooter non andrete praticamente da nessuna parte. Si perché le escursioni in trycicle sono molto più care e comunque non vi darebbero la possibilità di esplorare le isole con la libertà che può invece regalarvi un vostro mezzo privato. Il costo del noleggio varia molto da isola ad isola, partendo da cifre irrisorie quali 350 pesos al giorno sull’isola di Siquijor, a 6/700 sull’isola di Palawan.

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Palawan: l’isola più bella del mondo… 

E a proposito di Palawan, considerazione numero quattro: davvero stiamo parlando dell’isola più bella del mondo? Per l’amor di dio, se fossi approdata sull’isola ben prima del dilagare del turismo di massa forse sarei stata pronta a sostenere esattamente lo stesso ma purtroppo i tempi sono cambiati ed è vero che, quando l’afflusso dei turisti supera i limiti della decenza, i luoghi per quanto belli, sono destinati immancabilmente a perdere il loro fascino. Questo, a mio parere, è quanto è successo ad El Nido (così come a Boracay), un luogo magnifico letteralmente sputtanato dal turismo di massa. Tour A, tour B, tour C e tour D, tutti con gli stessi orari e con le stesse tappe; insomma, esplorando l’arcipelago di Bacuit  che si trova lì di fronte e che ha reso la zona così gettonata, di certo non vi sentirete naufragati su delle isole deserte. Al contrario, in alcuni frangenti lo spettacolo è a dir poco raccapricciante con tanta la gente che immancabilmente contribuisce alla distruzione dell’habitat marino.

El Nido - Hidden Beach - Tour C

Hidden Beach, un minuto prima dell’invasione – Tour C – El Nido

Per vivere un’esperienza autentica puntate piuttosto a Port Barton – sulla costa occidentale di Palawan – oppure, rivolgendovi all’agenzia TAO Expeditions a Corong Corong  (El Nido), partite per un’avventura di più giorni che, toccando varie isole davvero deserte, vi porterà fino alle coste dell’isola di Coron. I prezzi non sono bassissimi (vedi pagina web) ma chi c’è stato ne ha parlato come dell’esperienza più bella da farsi nelle Filippine, certo però non per tutti. Partire con una spedizione TAO di 5 giorni e 4 notti vuol dire infatti passare le vostre giornate su e giù da una panga (tipica imbarcazione filippina), facendo snorkeling e nuotando, dormire in delle capanne di bamboo senza acqua corrente nè servizi igienici; insomma, se anche solo l’idea di una di queste cose vi fa storcere il naso significa allora che forse questo tipo di avventura non fa per voi.

Port Barton

Spiaggia di Port Barton

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Per concludere…

Considerazione numero 5: se non è il cibo che vi darà soddisfazione nelle Filippine – a mio parere poco entusiasmante e ripetitivo – lasciate almeno che siano i massaggi a farlo! Un’ora per 5 euro, ma dove altro lo trovate un affare del genere?? Approfittatene finché siete in tempo! Massaggi e immersioni allora, credo che siano questi i punti di forza di un paese che purtroppo, scarseggiando in attrattive artistiche e culturali, risulta forse meno affascinante rispetto ad altri vicini; per lo meno, questa è stata la mia opinione.

Leggi anche 100% Visayas: storia di come si prende un brevetto, dove è perché 

Non avevo grandi aspettative prima di partire – un paese cristiano in Asia in fondo difficilmente avrebbe attirato la mia attenzione – ma mi sono lasciata incuriosire – tentata anche dal fatto di volermi mettere alla prova come subacquea – e ho voluto allora dargli una possibilità, per poter giudicare con i miei occhi quello di cui in fondo avevo sentito parlare ben poco.

Che dire, le Filippine probabilmente non rientreranno nella top list delle mie mete preferite – ci sono tanti altri posti che vi suggerirei di esplorare prima – ma neanche potrei mai sostenere che si tratti di un luogo che non meriti una vostra visita, anzi: se siete amanti dell’acqua e dell’avventura, questo è sicuramente l’angolo di mondo che fa per voi! Snorkeling, diving, canyoneering, island hopping. Ricordate: “It’s more fun in the Philippines!” 🙂

Ah dimenticavo, non partite senza sacca stagna e scarpette da scoglio!

Moalboal

Tramonto da Moalboal 

Parco Nazionale delle Cinque Terre: tra trekking, buon vino, cibo e relax

Parco Nazionale delle Cinque Terre: tra trekking, buon vino, cibo e relax 1024 682 Sonia Sgarella

Anni ed anni ad accompagnare escursioni in giornata da Milano alle 5 Terre – si lo so, è roba da matti ma purtroppo è quello che richiedono i tour operator – e mai sono riuscita ad avvicinarmi a quei sentieri di trekking di cui il Parco Nazionale va tanto orgoglioso. 

Ebbene quest’anno non ho voluto pensarci due volte e allora, appena prima dell’inferno estivo – quando i prezzi sono ancora ragionevoli e la natura sprigiona il suo odore inebriante di fiori – mi sono presa qualche giorno per provare a concretizzare l’idea di una vacanza attiva, all’insegna del movimento, del relax in natura e della buona cucina.

5 Terre

Parco Nazionale dal 1999 (il più piccolo d’Italia), quello delle 5 Terre costituisce forse l’esempio più eclatante di abbraccio perfetto tra l’audace opera dell’uomo e la stupefacente creazione della natura, un equilibrio sottile tra le montagne e il mare che ancora resiste, nonostante la sua fragilità, la minaccia saltuaria dell’acqua e dei venti e – mi duole dirlo – l’effetto deleterio del turismo di massa che qui si riversa a frotte;

Sappiate però, esiste comunque un modo per godere appieno della bellezza di questi luoghi lontano dalla folla. Si tratta, durante il giorno, di mettervi in cammino! I  gruppi da crociera non li troverete infatti lungo i sentieri di trekking o a Corniglia (la più isolata tra le terre), bensì a spintonarsi nelle stazioni dei treni, sui moli di attracco delle imbarcazioni o intenti a sbranarsi l’impossibile nei ristoranti di Monterosso, Vernazza e Manarola. Si tratta per lo più di persone che visitano le 5 Terre in giornata e che bazzicano nei paesi fino a circa le 5 del pomeriggio; partiti loro, l’atmosfera torna ad essere quella accogliente e rilassata che moto probabilmente stavate cercando.

Corniglia

Fatto tesoro allora di quanto appena detto, credo che le opzioni migliori per pernottare all’interno del Parco Nazionale siano due: Corniglia o Rio Maggiore; al di fuori della zona protetta (ma comunque ben servita) potreste invece valutare Levanto.

Io personalmente sono stata a Corniglia e, per motivi sia logistici che di qualità, credo non avrei potuto optare per una sistemazione migliore: Il Carugio di Corniglia (vedi pagina web), una vera chicca nel pieno centro del paese e con – udite, udite, cosa più unica che rara – parcheggio gratuito a 5 minuti da casa, cosa fondamentale da considerare se avete intenzione di viaggiare in auto. Tutti gli appartamenti sono forniti di angolo cottura (cosa sicuramente utile qualora vogliate risparmiare sul costo del vitto), biancheria da bagno (compreso il telo mare) e lavatrice in zona comune (che vi permetterà di viaggiare leggeri qualora prevediate di rimanerci a lungo). Lidia, la padrona di casa,  è una persona disponibilissima e vi riempirà di informazioni sul come muovervi tra un borgo e l’altro ma, visto che io son qua per questo, approfitterei dell’occasione per cominciare col farlo fin da subito.

Nello specifico, esistono cinque modi per spostarsi nel territorio delle 5 Terre e limitrofi:

in treno

– in pullman

– in barca

– a piedi

– in macchina

Tra questi sicuramente l’ultimo è il meno conveniente (se non altro per la difficoltà nel trovare parcheggio) e dovrebbe quindi essere considerato come l’ultima opzione, solo in determinate occasioni.

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1. In Treno

La linea ferroviaria che collega La Spezia a Levanto passando per il territorio delle 5 Terre risale alle fine del XIX, momento in cui Rio Maggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso incominciarono ad essere servite da mezzi locomotori che, sfrecciando (si fa per dire) all’interno della montagna, ancora oggi costituiscono un  veloce sistema di trasporto tra una località e l’altra.

Manarola

I treni regionali (che fermano in tutte le stazioni) durante l’alta stagione turistica hanno una frequenza di circa uno ogni 20 minuti e gli orari si possono consultare sul sito di Trenitalia o alla pagina www.cinqueterre.eu.com. Ai treni regionali e al servizio integrativo che fa la spola tra La Spezia e Levanto (noto con l’appellativo di Cinque Terre Express), si aggiungono poi alcuni treni a percorrenza più lunga che fanno tappa nelle sole Monterosso o Rio Maggiore.

Il costo di un biglietto per il Cinque Terre Express o per qualunque treno regionale nella tratta compresa tra La Spezia e Levanto è di 4 euro e i tempi di percorrenza tra le varie stazioni si possono calcolare in termini di pochi minuti. Nello specifico:

Rio Maggiore – Manarola: 3 minuti

Manarola – Corniglia: 4 minuti

Corniglia – Vernazza: 4 minuti

Vernazza – Monterosso: 4 minuti

Monterosso – Levanto: 5/7 minuti

Rio Maggiore – La Spezia: 8 minuti

Le stazioni del treno si trovano tutte in posizione comoda rispetto al centro del paese, tutte tranne quella di Corniglia che è collegata all’abitato con una scalinata di quasi 400 gradini. Ma come, non vorrete mica dirmi che state già cambiando idea sul fatto del pernottamento a Corniglia vero?? 🙂 Non fatevi prendere dallo sconforto: esiste anche un servizio di bus navetta che fa la spola tra la stazione e il centro del paese (incluso nel prezzo per i possessori della Cinque Terre Card).

5 Terre Card

Ma già che ci siamo apriamo pure la parentesi sulla 5 Terre Card e cerchiamo di capire a cosa serve. Si tratta fondamentale di una carta dei servizi che permette di:

– accedere ai sentieri di trekking previsti a pagamento (di cui vi parlerò nel dettaglio nella sezione “a piedi”

– partecipare alle visite guidate secondo programmazione (vedi link)

utilizzare i servizi di pullman gestiti dall’ATC all’interno del Parco Nazionale

– usufruire dei bagni pubblici a pagmento

– navigare in internet con il servizio wifi negli hot spot del Parco

– avere una tariffa ridotta all’ingresso ai musei civici di La Spezia.

La carta è personale e ne esistono di due tipi: Trekking Card ( che include tutti i servizi appena elencati) e Carta Treno (che a questi aggiunge un numero illimitato di viaggi in treno sulla tratta Levanto – La Spezia).

Le carte possono essere acquistate per uno, due o, solo nel caso della Carta Treno, per tre giorni. Il costo rispettivo (aggiornato al 2018) è di:

– 7,5 euro (Trekking Card) e 16 euro (Carta Treno) per 1 giorno

– 14,5 euro (Trekking Card) e 29 euro (Carta Treno) per 2 giorni

– 41 euro (Carta Treno) per 3 giorni.

La Carta Treno da un giorno risulta conveniente solo nel caso in cui si effettuino almeno 3 corse nell’arco della stessa giornata, quella da due, solo se le corse dovessero ammontare ad almeno quattro.

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2. In Pullman

Ognuno dei paesi delle 5 Terre ha il suo servizi di bus navetta che lo collega con varie località dell’entroterra e, nel caso di Corniglia, con la stazione dei treni. Gli orari e le tratte possono essere visualizzati consultando la pagina dell’ATC . Il costo del biglietto per una corsa semplice (acquistabile nei Centri Accoglienza) è di 1,5 euro (2,5 euro se direttamente sul pullman) mentre quello di un carnet da 10 è di 12 euro. I possessori della 5 Terre Card ne possono usufruire gratuitamente.

Un’altra servizio di linea che potrebbe farvi comodo è quello che collega La Spezia con Porto Venere. Trattasi della Linea 11, i cui orari sono riportati sempre sul sito dell’ATC (vedi link).

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3. In Barca

Il Consorzio Marittimo Turistico 5 Terre offre servizio di connessioni via mare tra Porto Venere e le Cinque Terre fermando in tutti i villaggi tranne Corniglia e proseguendo quindi (con corse meno frequenti) in direzione di La Spezia, Lerici, Levanto e le Tre Isole del Golfo dei Poeti, ovvero Palmaria, Tino e Tinetto.

Le corse all’interno del Parco Nazionale hanno una frequenza oraria e sicuramente costituiscono il mezzo di trasporto più panoramico, seppur tuttavia anche il più caro. I prezzi variano a seconda della tratta da percorrere e possono essere consultati alla pagina http://www.navigazionegolfodeipoeti.it/tariffe/

5 Terre

Un’alternativa ai servizi pubblici sono invece quelli privati che possono prevedere il noleggio della sola barca, di barca e capitano, oppure di canoa e kayak. Esistono in tutti i paesini, inclusa Porto Venere, diversi operatori che offrono queste possibilità di noleggio e i prezzi ovviamente variano sensibilmente in base al tipo di imbarcazione e servizio (alcuni, per esempio, organizzano anche tour di gruppo di giorno o al tramonto).

Personalmente ritengo che il tratto di costa migliore da visitare (con insenature e calette altrimenti irraggiungibili) sia quello che si estende tra Rio Maggiore e Porto Venere e considero quindi una buona pensata quella di cominciare il vostro percorso da una di queste due località o, al più lontano, da Manarola.

Monesteroli

A Rio Maggiore potete rivolgervi a Cinque Terre dal Mare, recandovi direttamente alla marina oppure prenotando tramite la loro pagina web www.cinqueterredalmare.com. Per una barca con capitano invece ho sentito parlare bene di Dario della Rayo Verde Tour che potete contattare al numero 342.3940692.

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4. A Piedi

Ma veniamo finalmente alla parte più interessante del tour, ovvero ai sentieri di trekking che volendo vi potrebbero tenere impegnati per una settimana intera. Il Sentiero Azzurro, la Strada dei Santuari, la “Grande scala” di Monesteroli, la Levanto-Monterosso, la Rio Maggiore-Porto Venere: in quanto a camminate davvero ce n’è per tutti, dalle più brevi alle più impegnative, con scorci spettacolari a strapiombo sul mare, tra i terrazzamenti di viti ed ulivi ed una ricca flora di tipo mediterraneo che vi farà vivere un’esperienza unica.

5 Terre

Ricordatevi, a meno che non abbiate intenzione di noleggiare una barca, i sentieri di trekking saranno il vostro unico appigglio per sfuggire alla folla che durante il giorno invade le Terre, una scusa più che valida per mettervi in cammino. Tutti gli itinerari sono ben marcati e nei centri di accoglienza delle 5 Terre, oltre alla mappa dei sentieri, potrete recuperare anche delle piccole guide con tutti i dettagli. Qui di seguito alcune informazioni:

5 Terre

– Il Sentiero Azzurro: al momento è l’unico per cui è necessario l’acquisto della Cinque Terre Card e si tratta di quello che collega i cinque villaggi in maniera più diretta, ovvero sul primo versante delle montagne con affacci sul mare. Di questo farebbe parte anche la famosa Via dell’amore che però,  insieme alla tratta Corniglia-Manarola, ad oggi (giugno 2018) rimane ancora chiusa a causa delle frane cadute ormai qualche anno fa. Ancora non vi è certezza sul quando riapriranno ma sembrerebbe che, grazie al finanziamento di alcuni privati, il lavori potrebbero riprendere nel futuro più prossimo. Al momento del Sentiero Azzurro rimangono percorribili le tratte Corniglia-Vernazza e Vernazza-Monterosso e il tempo di percorrenza media per entrambe è di circa 1h45 ciascuna.

Vernazza

– Corniglia-Volastra-Manarola: una prima parte di salita nel bosco per poi proseguire in piano attraverso la più ampia zona di terrazzamenti del Parco Nazionale e quindi ridiscendere in picchiata verso Manarola godendo di alcune delle viste più spettacolari del borgo. Il senso migliore di marcia per evitare fatiche inutili è decisamente così come ve l’ho proposto; per accedere al sentiero da Corniglia seguite le indicazioni per Volastra che cominciano dietro alla chiesa. Questa tratta non è altro che una sezione della più lunga Strada dei Santuari, quella che in tale occasione passa quindi per la Madonna della Salute, risalente al XIII secolo.

Manarola

Un altro percorso interessante (che però io non ho avuto tempo di fare) è quello che invece parte da Monterosso e che torna a Corniglia, passando per la Madonna di Soviore, per quella di Reggio e per la Cigoletta. In totale dovrebbero essere circa 5 ore ma potete anche decidere di dividerlo in due facendo tappa a Vernazza.

– Levanto-Monterosso: per avere una visuale che copra l’intero territorio delle Cinque Terre – da Punta Mesco al Capo di Montenero – e  che spazi ad oriente fino alle isole di Palmaria, Tino e Tinetto, dovrete salire in alto e, partendo dal lungomare di Levanto fino alle rovine della Chiesa di sant’Antonio, ridiscendere di nuovo in direzione Fegina, la parte più nuova di Monterosso. Il percorso di circa 2h30 è davvero spettacolare e meritevole di considerazione.

Punta Mesco

– Monesteroli (536): una decina di case a formare un caratteristico nucleo contadino arroccato su un costone scosceso nel territorio di Tramonti, tra Rio Maggiore e Porto Venere. Un ripido percorso – la “Grande Scala” – lo collega a monte con il sentiero che da Fossola prosegue verso Campiglia (535), rendendolo uno degli itinerari più impegnativi della zona: stiamo parlando di oltre 1.000 gradini in picchiata, di “un monumento alla fatica dell’uomo” – così ne parlano – che costituisce l’unico collegamento tra questo borgo e il resto della civiltà insediatasi più in alto.

Monesteroli

Una scala talmente ripida da non riuscirne a vedere la fine quando si è cima, l’entusiasmo che si prova nel scendere al lento svelarsi del borgo e l’ansia che aumenta man mano al pensiero di dover ripercorrere il tutto in salita. In totale sono due o tre ore tra andata e ritorno partendo da Campiglia (che potrete raggiungere in macchina) e circa lo stesso tempo partendo da Fossola o Telegrafo (che potrete invece raggiungere in autobus da Rio Maggiore). Portatevi snack e acqua perché lungo il percorso non troverete niente.

Monesteroli

– Rio Maggiore – Porto Venere: un percorso impegnativo, per quelli che hanno voglia di camminare tanto (per intenderci 5 o 6 ore) e che vogliono esplorare la costa in tutta la sua estensione, spingendosi a piedi fino alla fortezza Doria di Porto Venere, forse il borgo più bello tra tutti. Da qui potrete poi fare rientro in barca o con pullman e treno passando per La Spezia.

5 Terre

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5. In Macchina

Come vi dicevo la macchina vi converrebbe lasciarla parcheggiata per tutto il periodo di permanenza ma, se proprio la volete utilizzare, allora io lo farei soltanto in occasione della scarpinata a Monesteroli. A Campiglia i parcheggi sono gratuiti e volendo poi, una volta risaliti, potrete fare tappa a Porto Venere, da dove quindi non avreste problemi di orari per rientrare.

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Sulle delizie per il palato…

Ed eccoci allora arrivati al discorso culinario, il vanto e punto di gloria di una popolazione che, nonostante le difficoltà, è riuscita a piegare ai propri bisogni di vita la natura del territorio in cui vive, cambiandolo e modellandolo nel corso dei secoli – con immensa fatica – per riuscire a ricavarne quelli che oggi sono riconosciuti come prodotti D.O.C. dell’eccellenza italiana.

6.729 chilometri di terrazzamenti (ovvero una lunghezza pari a quella della Grande Muraglia Cinese) è un’opera a dir poco titanica ragazzi! Muretti a secco che si sviluppano lungo tutta la costa, particolarmente concentrati nella tratta Corniglia-Manarola-Rio Maggiore, sono il simbolo di un lavoro incredibile che oggi permette a chiunque visiti il Parco Nazionale di poter degustare – tanto per cominciare – degli ottimi vini bianchi da tavola e non solo.

5 Terre

5 Terre D.O.C. e Sciacchetrà, ecco i nomi delle due prelibatezze più famose – il primo secco e fruttato, il secondo liquoroso – a cui si aggiungono il Costa de Sera, il Costa de Campu e il Costa de Posa, la cui produzione è consentita solo in una parte del territorio di Rio Maggiore. Un buon bicchiere di vino bianco è dunque tutto quello che di meglio potreste volere da bere mentre per quanto riguarda il mangiare, beh, su quello c’è davvero l’imbarazzo della scelta!

Dalle acciughe salate al gelato al basilico, dalle trofie al pesto alla torta monterossina e passando per tanto ma tanto pesce, molluschi e crostacei; insomma, è sicuro che da queste parti non morirete di fame e anzi, se non vi darete da fare sugli itinerari di trekking, è quasi scontato che tornerete a casa con qualche chilo di troppo. In generale si mangia bene un po’ dappertutto ma se preferite non avere dubbi, ecco un elenco di quei locali che a mio parere costituiscono una garanzia di qualità:

-Ristorante da Ely – Monterosso, per il migliore pesto del mondo, gli antipasti di mare, il pesce spada alla ligure, la “monterossina” e praticamente per tutto quello che troverete in menù!

-Ristorante Ciak – Monterosso, per i ravioli di pesce e tanto altro

-Gelateria Artigianale Alberto – Corniglia, per il gelato al basilico e per quello ricotta e fichi

-Enoteca Il Pirun – Corniglia, per l’ambiente raccolto e l’ottimo cibo

-Ristorante Aristide – Manarola, perché se alloggiate da Lidia non potete non andare a mangiare al ristorante di suo figlio

-Ristorante La Lampara – Campiglia, per la posizione panoramica e i sapori genuini

Esperimento con l’India: imparare a conviverci

Esperimento con l’India: imparare a conviverci 720 493 Sonia Sgarella

Si racconta dell’India che la ami o la odi. Che dite, sarà poi così vero?

Chi l’India la conosce – per quanto si possa conoscere una realtà così varia e complicata – sarà forse d’accordo nell’ammettere che i due sentimenti difficilmente si escludono a vicenda: le due cose si muovono parallele, anzi, si alimentano l’un l’altro.

Mi spiego meglio…

L’India è forse l’unico paese al mondo che sa farti arrivare i nervi a fior di pelle: ti stressa, ti mette di fronte alle condizioni meno sopportabili, al caldo, al traffico, allo sporco, alla  folla, alla miseria, alle situazioni meno tollerabili; ti sbatte faccia a faccia con quei limiti che mai avresti pensato di poter raggiungere.  Per tutto questo e molto altro l’India la odi. Sfido chiunque, perfino l’anima più imperturbabile, a sostenere il contrario!

Ma se è vero il detto che “chi odia ama”, l’India è quel paese che mentre ti fa incazzare, ti sta lentamente seducendo senza neanche che tu te ne accorga. E’ tutta una questione di tempo perché da quello che apparentemente vi potrà sembrare tragico e frustrante, possa uscirne qualcosa di buono. Credetemi, se non ha funzionato la prima volta, datele una seconda possibilità!

A contatto con l’India si cresce interiormente perché quei limiti, volente o nolente, ti ha obbligato a superarli, facendoti provare emozioni talmente forti che rimarranno necessariamente indelebili nella tua mente; non solo, l’India ti porta a rimettere in discussione ogni tuo punto di vista e tutti i tuoi “credo“, ti fa riflettere, ti insegna il concetto di accettare e lasciar correre senza prendertela.

Ma più di ogni altra cosa, volete sapere personalmente qual’ è l’aspetto che maggiormente mi lega – e forse legherà anche voi – a questa terra di incredibili contraddizioni? L’India mi fa letteralmente morir dal ridere! L’India è la patria delle stranezze e qui come in nessun altro paese sono all’ordine del giorno, ti si palesano davanti agli occhi come se fossero una scontata normalità ma suvvia, la verità è che per noi in India di normale non c’è assolutamente niente! L’India è un mondo completamente folle!

Lasciar correre e riderci sopra allora: niente male come filosofia di vita, l’unica che conosco per poterle sopravvivere!

Che ti piaccia oppure no quindi, è probabile che prima o poi l’India ti ritroverai inconsciamente ad amarla e lo farai serenamente, imparando a convivere con le tue incazzature. Questo non significa che si debba per forza condividerne tutte le storture sociali, ma neanche farne una ragione di scontro. In poche parole, se volete sopravvivere a questo mondo fareste bene a partire già con una buona dose di rassegnazione: l’India non la si combatte, fatevela amica e scorreteci insieme o, in alternativa, sappiate di avere già perso in partenza!

“India is not a tourist-friendly country. It will reveal itself to you only if you stay on, against all odds. The “no” might never become a “yes” but you will stop asking questions.”

(Suketu Mehta)

Ma concentriamoci ora sul fattore umano: quanti e quali personaggi arriveranno ad infastidirvi durante il vostro viaggio in India e, in alcuni casi, soprattutto se siete donne? Come comportarvi? Ecco qualche consiglio frutto della mia personalissima esperienza sul posto!

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1. I Bugiardi

Ebbene sì, tutto il mondo è paese e anche qui, non appena atterrati, troverete già chi cercherà di fregarvi approfittando del vostro disorientamento da novellini. Vi faccio un esempio pratico perché capiate di cosa sto parlando e perché è molto probabile che succederà anche a voi se, una volta arrivati a Delhi, vorrete prenotare un treno direttamente dalla biglietteria della stazione.

Leggi anche “Happy Journey!” – India fai da te: info utili per chi viaggia in treno e autobus

Nella fattispecie, fuori dalla stazione di New Delhi, incontrerete dei personaggi che vi fermeranno per cecare di convincervi che l’ufficio prenotazioni dedicato ai turisti stranieri è  stato spostato in un nuovo edificio raggiungibile solo con una breve corsa di tuk tuk. Ovviamente si tratta di una menzogna: il Tourist Bureau si trova da anni al primo piano nell’edificio principale della stazione e non si è mai spostato neanche di mezzo centimetro! Coloro che hanno creduto alla storia del trasferimento sono stati portati in una sorta di losca agenzia di viaggio dove gli è stato venduto un biglietto a prezzo maggiorato se non addirittura raddoppiato o triplicato.

Tenete allora presente questa cosa: se un indiano si offre di darvi il suo aiuto o informazioni senza che voi glielo abbiate chiesto, in linea di massima sta cercando di fregarvi o di trarne un vantaggio. Fidarsi è bene ma, in India, dubitare è sempre meglio! Se avete una domanda o un dubbio chiedete ad almeno due o tre fonti prima di crederci e comunque sappiate che è tipico indiano darvi come risposta quello che molto probabilmente vorreste sentirvi dire; che sia la verità o meno poi, quello poco importa e lo scoprirete solo strada facendo.

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2. I Bramini Accattoni

Ti vedono arrivare da lontano, varcare la soglia del tempio, quasi gli si illuminano gli occhi e ti richiamano verso la cella sacra per darti la benedizione, il tutto ovviamente al fine di ricevere una  lauta offerta. Ma come? In alcuni templi non è neanche permesso l’accesso ai non hindu e invece in altri addirittura quasi mettono da parte i loro fedeli per riporre su di te tutte le attenzioni? C’è qualcosa che non mi torna.

Dicesi donazione un’offerta volontaria, non dovuta. Il fatto che sia un bramino (che ricopre circa il ruolo dei nostri preti) a chiedervela non deve mettervi in soggezione né tanto meno intimorirvi, anzi, fossi in voi, proprio perché ve lo sta chiedendo, io non gli darei neanche un centesimo. Tanto meno se questa donazione quasi ve la impongono mostrandovi un quaderno che elenca le offerte fatte da altri stranieri e che ammontano solitamente a centinaia o migliaia di rupie.

Purtroppo ho visto tanti turisti elargire uno sproposito di rupie solo per la paura di mancare di rispetto ad una figura religiosa.  Tenete questo bene a mente:  il fatto che i bramini  siano per nascita i custodi di antiche tradizioni sacre, non significa che siano dei santi, anzi, molti di loro non lo sono affatto;  inoltre è risaputo che i templi hindu siano tra gli enti più ricchi di tutto il paese.

Gli indiani stessi, quelli che ci tengono alla purezza della loro religione, sono i primi a non frequentare determinati centri e a disdegnare questa mercificazione della fede. Non sentitevi dunque in dovere di lasciare per forza un’ offerta e se lo volete fare, che sia della  cifra che decidete voi. Guardatevi intorno e vedrete che la maggior parte dei devoti non dona più di 10-20 rupie per cui fate lo stesso.

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3. Le Ladies

Ruttano, russano e hanno l’incedere di un elefante. No, non sto parlando delle graziose e  minute adolescenti che timidamente ti avvicinano e incuriosite ti fanno qualche domanda ma delle loro madri o, ancor peggio delle loro nonne conservatrici che vedono in noi occidentali delle “poco di buono”. La donna indiana sposandosi acquisisce più dignità sociale. Quel che succede all’interno della  famiglia allargata è che le ultime arrivate devono sottostare al “matronato” di quelle più anziane le quali, col passare degli anni e l’arrivo di nuove generazioni, conquistano sempre più autorevolezza.

Sarà allora forse per questo, e per la costituzione che comincia ad aumentare dopo il primo figlio , che le timide e graciline fanciulle si trasformano in degli esseri invadenti e senza remore, soprattutto nei confronti delle turiste femmine.

Ladies India

Le situazioni peggiori in cui avere a che fare con una di queste gentili signore sono i viaggi in autobus e in treno. In autobus (mezzo che fu concepito nell’antichità quando l’indiano medio era ancora magrolino), te le ritroverai accanto a schiacciarti con la loro stazza (preferiscono comunque sedersi di fianco ad una donna), senza preoccuparsi del fatto che tu sia comoda o meno.

In treno invece, nel caso in cui sleeper, dopo essersi divorate tutto il cibo portato da casa, vorranno sdraiarsi e i loro cari mariti faranno di tutto per accomodarle. Come? Lasciandole tutta la branda – su cui dovrebbero stare seduti in tre –  e quindi spostandosi dalla tua parte dove, nel frattempo, si sono accumulate dalle quattro alle cinque persone. Ora, per situazioni del genere uno potrebbe anche farsi una risata ma vi assicuro che, se fa caldo e su quel mezzo ci siete seduti da almeno quattro ore, le vorreste uccidere!

Ancora peggio, nelle grandi città, è ritrovarsi nell’ ora  di punta su un vagone per “ladies only” dove, vi assicuro, mi è capitato di vederne alcune tirarsi i capelli per rivendicare il loro posto a sedere.

Altra categoria di tremende sono poi quelle appartenenti alle classi più povere e spesso intente a chiedere l’elemosina. Ti chiamano didi (“sorella”), antie (“zia”) o addirittura rani (“principessa”) ma non si faranno assolutamente problemi a strattonarti e a tirarti dietro tutte le maledizioni se ti rifiuti di dar loro qualcosa. Tranquille comunque, la curiosità che hanno nei vostri confronti ben presto le trasformerà tutte nelle vostre migliori amiche.

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4. Gli Stalker

Appartengono a questa categoria diversi tipi di uomini: ci sono gli stalker “da vicino” e quelli “da lontano”. I primi ti approcciano con le solite domande del caso – which country are you (il from è opzionale), what is your name… – e non ti mollano più. Gli altri, che sono i peggiori, si piazzano a distanza ma mantengono lo sguardo fisso su di te, non lo distolgono neanche a pagarli e nel frattempo con il loro cervello chissà a che cosa stanno pensando. Se i primi possono essere noiosi a lungo andare, i secondi sono quelli che per una donna possono risultare davvero fastidiosi soprattutto se gli sguardi vengono rivolti con malizia.

Purtroppo in India esiste una concezione che vede la donna bianca letteralmente come una mezza prostituta: le immagini dei film che ormai spopolano ovunque, gli atteggiamenti più aperti (per loro anche stringere una mano è considerato un atteggiamento aperto!) o l’abbigliamento che mette in mostra parti del corpo che le donne indiane non mostrerebbero mai (per esempio gambe e spalle), può dare adito a questo pensiero e portarli a credere di poterci “conquistare facilmente”. Questo succede soprattutto tra i ragazzi più giovani che la prendono come un gioco o tra gli uomini di mezza età, mentre i più anziani ci vedono semplicemente come degli alieni per cui il loro sguardo è quello di semplice curiosità.

Varanasi India

Se comunque la situazione diventa pressante, la soluzione migliore è quella di alzare la voce. Vedrete che, in men che non si dica, troverete qualcuno pronto a difendere la vostra causa e a rimproverare bruscamente chi vi sta dando fastidio.

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5. Quelli che il selfie…

Ebbene si, la mania del selfie ha spopolato anche in India e diventerà uno dei vostri incubi peggiori! Tanto per intenderci, il manager della guest house in cui stavo mi ha addirittura bussato in camera per chiedermi se facevo un selfie con lui! In questi anni di viaggi in India sono stata testimone delle fasi di sviluppo e diffusione della tecnologia che riguarda i telefoni: nel 2009 i telefonini ancora non esistevano se non quelli di vecchia generazione che possedevano solo in pochi; trovare un telefono fisso per strada era facilissimo, bastava cercare la scritta STD; i turisti scattavano le foto agli indiani.

Std India

Nel 2012 più della metà degli indiani aveva un telefono in mano, sempre di vecchia generazione ma con una piccola fotocamera incorporata; i punti STD sopravvivono a stento ma ancora si trovano; il turista fa la foto all’indiano; qualche indiano incomincia a fare la foto al turista.

Nel 2016 la situazione è completamente sovvertita: tutti gli indiani sono in possesso di cellulari di nuova generazione, più belli e più grandi di quelli dei turisti; trovare un STD è diventata una mission impossible; il turista viene pedinato perché ormai tutti gli indiani vogliono farsi un selfie con lui. Morale della favola? Il turista ha quel che si merita e almeno adesso si rende conto di quanto possa dare fastidio essere dall’altra parte dell’obiettivo.

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6. Gli Invasati di Spiritualità

“L’India è la patria della spiritualità”: quante volte ho sentito pronunciare questa frase a vanvera da persone che l’India non saprebbero neanche ritrovarla sulla mappa! L’India è certo la patria di filosofie antiche, anzi antichissime ma che si sono formate in un contesto dal quale non possono e non dovrebbero prescindere. Rishikesh, Bodhgaya, Pune, Auroville e tanti altri, tra cui centri yoga e ashram per la meditazione, sono i luoghi dove solitamente si concentra questo tipo di individui provenienti da tutto il mondo, tanti dei quali tedeschi, francesi ma anche in inglesi e italiani.

Niente da dire sulla loro scelta di orientamento, niente finché non vi capiterà di averci a che fare e allora vi asciugheranno con le loro teorie trascendentali. Osho, Sai Baba, Hare Krishna Hare Ram Krishna Krishna Hare Hare…ma basta! Tutte le volte che sono entrata in un Iskon Temple non hanno fatto altro che cercare di vendermi libri o di farmi lasciare un’offerta, il centro per la meditazione dinamica di Osho costa più di un hotel 5 stelle, Auroville è un mondo utopico dove un consistente gruppo di occidentali vive in pace con l’universo sbattendosene letteralmente le palle del mondo che sta fuori, a Rishikesh in un centro yoga mi hanno suggerito di evitare di parlare con gli indiani….ma che cosa ci fate in India allora mi chiedo io?

Non mi permetterei mai di fare di tutta l’erba un fascio ma purtroppo quello che vedo è, in molti casi, un puro disinteresse nei confronti del paese in cui si trovano, paese da cui tuttavia hanno tratto le filosofie che gli stanno apportando un benessere personale. Benessere personale dunque, questo è tutto, senza il mimino interesse o anzi, a volte quasi un disdegno nel conoscere la realtà che sta fuori da questi ambienti ben protetti.  Questo genere di persone sono quelle che a me personalmente non vanno per niente a genio.

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7. Gli Israeliani

Ho cominciato a conoscere gli Israeliani durante un viaggio in Sud America ma ne ho scoperto la vera essenza soltanto in India dove si riversano a frotte una volta terminato il servizio militare obbligatorio nel loro paese, maschi e femmine. Sono tendenzialmente molto giovani, intorno ai 22-24 anni, si spostano in gruppi e tendono a socializzare soltanto tra di loro. Gli Israeliani non li si trova ovunque, hanno una serie di luoghi che preferiscono, ovvero dove tendenzialmente si trovi da fumare e si possa cazzeggiare più che altrove: luoghi quindi sufficientemente turistici dove possano, tra le altre cose, trovare ristoranti che servano cibo della loro tradizione.

Non avete idea di che faccia possano avere? Pensate all’immagine comune che abbiamo di Gesù Cristo, che parli con accento arabo,  ed eccovi fornita l’identikit! 🙂 Mi ricordo quando ancora non c’erano gli smartphone, loro erano quelli che monopolizzavano gli internet point per le video chiamate e fu proprio in quell’occasione che imparai il significato della parola shalom, il loro saluto. In quanto giovani sono soliti avere quell’atteggiamento spavaldo che non prevede il rispetto per chi gli sta intorno, tanto meno per gli indiani che vengono spesso trattati con arroganza e maleducazione.

Difficilmente li incontrerete nei siti archeologici di maggiore interesse: per loro l’importante non è il luogo ma la compagnia per cui  li troverete a perdere le giornate intere ascoltando musica davanti alle loro stanze o nei cafè. Adorano la musica techno e non si faranno problemi a tenerla a tutto volume dando per scontato che debba per forza piacere anche a voi. Di seguito l’elenco di alcune delle mete incluse nel loro percorso: Old Manali, Kasol e dintorni, Mcleod Ganj e dintorni, Pushkar, Goa, Gokarna, Hampi, Havelock Island, Vattakanal.

Ah, ovviamente questo non toglie che io abbia conosciuto degli Israeliani favolosi, viaggiatori solitari o coppie e spesso sono loro i primi a prendere le distanze dai propri connazionali.

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8. Quelli che il clacson

Fatevene una ragione: in India il clacson si suona perché lo prevede il codice della strada, è il loro modo di comunicare e quello che evita da sempre una miriade di incidenti mortali. Clacson che per poco non ti bucano un timpano, che nelle grandi città non ti faranno dormire la notte, fino a quando non ci avrai fatto talmente l’abitudine da diventare soltanto un altro suono di sottofondo con cui dover convivere.

Il clacson si usa per avvertire chi c’è davanti del proprio passaggio, è una specie di invito al non muoversi, al non cambiare la propria rotta per evitare uno scontro. Le strade indiane sono forse una delle cose più incredibili di questo paese, gli incroci e gli attraversamenti nelle grandi città l’ostacolo più difficile per un turista alle prime armi, ma c’è una tecnica per sopravvivere: fare gruppo. Se dovete attraversare una strada e non sapete da dove partire, affiancatevi al primo indiano che intende fare lo stesso e seguite ogni suo movimento.

In India vige la regola dello “schiva l’ostacolo” e credetemi, sono talmente bravi a farlo che riuscirete ad uscire indenni anche dalle situazioni apparentemente più critiche ma fate attenzione, in India vige anche la regola del più grosso: se si tratta di un pullman fatevi da parte perché quelli si che potrebbero tirarvi sotto!

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9. Avete qualcosa da aggiungere?

Amanti dell’India e non, fatevi avanti, sono curiosa di sapere chi vi ha fatto incazzare di più durante le vostre esperienze con l’India!:-) 

Ma a proposito di “Esperimento con l’India”: esiste un libricino con questo titolo che é di Giorgio Manganelli e che vale la pena di leggere. Si tratta di un insieme di resoconti scritti nel 1975 a seguito di un viaggio come inviato della rivista “Il Mondo”.

Filippine on the road: North Luzon – viaggio a nord di Manila tra risaie, buon cibo e città coloniali

Filippine on the road: North Luzon – viaggio a nord di Manila tra risaie, buon cibo e città coloniali 1080 810 Sonia Sgarella

Alzi la mano chi di voi è stato a Manila e sarebbe pronto a sostenere che si tratti di una bella città. Suvvia dai, bisognerebbe essere proprio di manica larga per scovare del fascino in quella che generalmente viene riconosciuta come una delle città più brutte dell’Asia.

Povera Manila però, in fondo non è neanche tutta colpa sua: se oggi infatti non può essere che la  città stessa ad essere accusata di aver abbandonato le tradizioni a favore di una globalizzazione sfrenata fatta di shopping mall, catene di fast food, starbucks e di Donkin Donuts, è vero anche il fatto che in passato ciò che ne ha decisamente deturpato l’aspetto sono stati i conflitti armati tra potenze straniere, nella fattispecie giapponese e americana. Manila, così come Varsavia, Hiroshima e Amburgo, può essere di fatto considerata come una delle città che soffrirono maggiormente le atrocità della II guerra mondiale e che sotto i bombardamenti disse addio irrimediabilmente alle bellezze del passato.

Non tutto il male vien per nuocere però, si potrebbe dire: seppur infatti dell’antica architettura coloniale è rimasto ben poco e concentrato soprattutto nella zona di Intramuros, la presenza americana nel paese per circa cent’anni, ha garantito alla popolazione un livello di alfabetizzazione tra i più alti dell’Asia, che vede la maggior parte degli abitanti (i più anziani compresi) parlare un inglese praticamente perfetto; un aspetto questo, volto a rincuorare di certo i viaggiatori di tutto il mondo che qui si apprestano ad affrontare un viaggio, in un paese in cui sicuramente troveranno vita più facile che non altrove.

Fatta questa premessa allora e sul se valga o meno la pena di fermarsi a Manila per cercare di scovarne qualche bellezza nascosta, la mia opinione è che purtroppo no. Usatela come luogo di passaggio se proprio dovete ma non fermatevi più di tanto (un buon posto per pernottare in zona Malate è il Tambayan Capsule Hostel); alzate i tacchi quanto prima piuttosto e cominciate ad esplorare l’isola su cui si trova, quella di Luzon, che fortunatamente ha qualcosa di meglio da offrire. 

Nello specifico, a nord della capitale, si trovano alcuni tra i terrazzamenti di riso tra i più belli dell’Asia e, con questi, anche la possibilità di dedicarsi a qualche giorno di trekking nella natura incantata. Da Manila allora spostatevi subito in direzione Banaue ed eccovi arrivati: benvenuti nella zona della “Cordillera“, tutta un’altra storia rispetto al resto del paese!

Batad

In generale, se dovessi rimarcare alcuni dei tratti distintivi di questo territorio lo farei con tre concetti: aria fresca (tendente al freddo a cavallo tra gli ultimi e i primi mesi dell’anno), cibo salutare (soprattutto a Sagada) e cultura centenaria (che si esprime non solo nell’artigianato locale e nell’architettura coloniale, ma anche nel mantenimento delle tradizioni più antiche).

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1. Banaue e dintorni

Per comprendere meglio il territorio nei dintorni di Banaue e la vita nelle risaie, i terrazzamenti andrebbeto ammirati da vicino. Questo significa camminarci attraverso. Da Banaue – una cittadina che non presentando particolari attrattive potrebbe essere esplorata anche in mezza giornata – è possibile organizzare camminate di più giorni, la più popolare tra le quali è quella che raggiunge Batad, passando per gli abitati di Pula e Cambulo (2 giorni/1 notte).

Batad

Affidarsi a una guida è sicuramente consigliabile trattandosi di sentieri non marcati che si sviluppano per lo più lungo il bordo delle risaie e il modo migliore per farlo è quello di rivolgersi al centro di informazione turistica sito alle porte della città. Il costo per il servizio guida ammonta a 1.200 pesos al giorno (prezzo aggiornato a febbraio 2018), 300 il pernottamento e 1000 il trasporto tra andata e ritorno. Se siete in due fate quindi conto di spendere circa 2000 pesos a testa, pasti esclusi. Per la prima giornata dovrete organizzarvi con un pranzo al sacco (chiedete alla vostra guest house) mentre per la seconda riuscirete a pranzare a Batad.

Pula

Il percorso è veramente spettacolare, le risaie uno stupendo lavoro dell’uomo (il prezioso lascito delle tribù Ifugao, capaci di  scolpire le montagne con la stessa mano artistica con cui ancora oggi scolpiscono il legno), i villaggi di Pula, Cambulo e Batad delle piccole oasi di pace e insomma, il tutto merita decisamente di essere visitato. Mettete in conto 5/6 ore di cammino – inizialmente in leggera salita – il primo giorno (con pernottamento a Cambulo) e 2/3 ore – principalmente in discesa – il secondo (Cambulo-Batad). Fatta tappa alla cascata di Batad che si trova in fondo ad una scalinata infinita, pranzato e quindi raggiunta sempre a piedi (20 minuti) la strada principale, prima di rientrare a Banaue, potete concordare anche un breve passaggio da Bangaan, anch’esso circondato da pittoresche terrazze.

Batad

Ora, per quanto belle siano però le altre risaie, è certo che Batad costituisca il fiore all’occhiello di questa zona. Sfido chiunque a non rimanere a bocca aperta di fronte alla perfezione del suo anfiteatro di terrazzamenti, uno spettacolo da lasciare increduli anche gli occhi più saturi di meraviglie del mondo!

Batad

Da Manila a Banaue, trattandosi di un viaggio di oltre 8 ore, conviene viaggiare di notte. Le compagnie che operano servizio sono Florida e Ohayami (www.ohayamitrans.com) e, se viaggiate in alta stagione, farete bene a prenotare i vostri posti già da casa. Sulla sistemazione vi potrei consigliare sia Banaue Homestay (fuori dal centro ma in posizione molto bucolica), sia il People’s Lodge, tramite il quale non sarà difficile organizzare il vostro successivo trasferimento a Sagada (300 pesos in van. In alternativa si dovrebbe cambiare a Bantoc ma il costo complessivo di circa 200 pesos credo proprio che non varrebbe lo sbatti). Il tempo di percorrenza è di circa 2 ore, con qualche sosta per foto lungo il percorso.

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2. Sagada

Ma quali “bare penzolanti”, il punto di forza di Sagada, ve lo posso assicurare, è decisamente lo yogurt della Yogurt House, uno che così buono giuro di non averlo mai mangiato! Non solo yogurt comunque, i piatti che servono sono uno più buono dell’altro e fanno sicuramente a gara per prelibatezza con quelli del Log Cabin, l’altra colonna portante culinaria della città. C’è proprio da dirlo in questo caso: “santa verdura!” – un toccasana che nel resto del paese sembra cosa difficile (se non addirittura quasi impossibile) da reperire nei ristoranti.

Sagada

Considerato che raggiungerete Sagada prima di pranzo (il van parte da Banaue alle 8.30), potrete quindi lasciare i bagagli nella guest house che avrete scelto (io vi consiglio Sagada Homestay) e quindi preparare lo stomaco per un pranzo di qualità. Essendo che il Log Cabin apre solo di sera, puntate pure dritto alla Yogurt House e quindi nel pomeriggio visitate le “bare appese” della Echo Valley (Echo Valley Hanging Coffins).

Sagada

Per accedere al sito dovrete prima registrare la vostra presenza in città presso l’ufficio turistico e quindi portare la ricevuta di pagamento al chioschetto d’entrata. Qui vi verrà chiesto il pagamento del biglietto e di conseguenza assegnata una guida. Non aspettatevi chissà quante bare comunque (si lo so, ne fareste volentieri a meno ma oh, questo è quello che passa al convento!:-). Lasciatevi piuttosto suggestionare dalle spiegazioni di una tradizione che, seppur macabra, rende il posto comunque degno di una breve visita e poi tornate a concentrarvi sui piaceri della vita! 🙂

Che altro fare nel pomeriggio? Beh, un bel massaggio ci sta sempre e, pernottando al Sagada Homestay, potrete contrattare le massaggiatrici direttamente in camera vostra semplicemente chiedendo alla padrona di casa. (350 pesos 1 ora). Il giorno seguente, a meno che non vogliate provare le brezza di infilarvi in delle grotte sotterranee con il solo ausilio di una lampada a olio (in tal caso le informazioni le potete chiedere sempre al centro turistico), diciamo che sareste già pronti per ripartire in direzione di Vigan. La colazione? Hotel Masferre Inn and Restaurant, il top nella categoria e aperto già dal mattino presto.

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3. Vigan

Finalmente una cittadina degna di nota: stradine ciottolate, edifici coloniali e chiese risalenti all’epoca di dominazione spagnola, una fontana gigante dove ogni sera alle 19.30 propongono un grandioso spettacolo di suoni e luci (agli stranieri é permesso salire gratuitamente sul tetto dell’edificio che si trova proprio lì accanto) e, non da meno, una particolare propensione alla vendita di cheesecake!

Vigan

Vigan, inserita da poco nella lista delle sette città coloniali più belle del mondo, è il risultato di una fusione unica di architettura asiatica e pianificazione coloniale. Carina davvero – vi dirò – peccato però che le strade ben conservate siano soltanto un paio e che per visitarle basterebbe anche solo una mezza giornata. Un po’ poco – penserete voi – però dai, si tratta comunque di una meta che merita almeno una notte del vostro tempo e, perchè no, magari anche due visto lo sbatta per arrivarci.

Vigan

Raggiungere Vigan da Sagada può essere considerata una mezza impresa (che vi porterà via una giornata intera) ma che vi darà occasione di esplorare delle rotte sulla cordigliera un po’ meno battute. Incominciate col prendere da Sagada il pulmino delle 8 con destino Bauko (1 h.30, 70 pesos) e da lì, il primo van in partenza per Cervantes (partenza ogni ora, 1h., 70 pesos). Continuate ora per Tagudin (partenza ogni ora, 2h., 150 pesos) e quindi appostatevi sulla strada principale ad aspettare il primo autobus diretto a Vigan (bus AC, 2h., 120 pesos).

Vigan

Tra le sistemazioni più economiche e in posizione centrale è l’Hem Apartelle, vicino al quale si trova anche il centro massaggi più professionale della città, il Banahaw Heals Spa, al numero 11 di Liberation Blvd. Ottimi i prezzi e ottimi anche i trattamenti. Da Vigan, per tornare a Manila, potete prendere il servizio di autobus notturno gestito dalla compagnia Partas. (www.phbus.com)

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Ovviamente questa non vuole essere una guida esaustiva di tutte le attrattive presenti sull’isola di North Luzon ma se avete poco tempo a disposizione e volete vedere un po’ che si dice a nord di Manila, questa può essere certamente un’idea di itinerario da coprire in circa una settimana.

Diving nelle Filippine: 100% Visayas – Storia di come si prende un brevetto, dove e perché

Diving nelle Filippine: 100% Visayas – Storia di come si prende un brevetto, dove e perché 538 403 Sonia Sgarella

Sul perché…

…o piuttosto “Perchè no?” Se la destinazione che avete scelto si chiama Filippine ed è rinomata come uno dei luoghi migliori al mondo per le attività di snorkeling e diving e se avete un po’ di denaro (ma non troppo) a disposizione da spendere, non vorrete mica buttare via l’occasione per fare qualcosa di estremamente figo e indimenticabile vero? Avvistare squali volpe e squali balena, nuotare con decine di tartarughe e centinaia di sardine, con pesci e creature di ogni forma e colore di cui forse neanche immaginate l’esistenza – ho visto cose laggiù che mai mi sarei sognata esistessero – non è cosa che succede tutti i giorni ed io, col senno di poi, non posso fare altro che dirvi: un viaggio nelle Filippine senza diving è come un viaggio in Nepal senza trekking o in Africa senza un safari; insomma, una sorta di controsenso e se non altro, un’occasione decisamente sprecata.

Ma – e mi rivolgo adesso a chi non l’ha mai fatto – non mi vorrete forse dire che avete paura? Ebbene vi svelo un segreto: l’acquario è un segno d’aria a differenza di quanto in tanti credono ed io, come tale, non sono mai stata una persona acquatica. Vi faccio questa premessa un po’ campata per aria perché capiate, qualora vi servisse uno stimolo per lanciarvi in questa nuova sfida, di stare parlando con la persona giusta, ovvero con chi, per una serie di preconcetti e paure, non aveva mai preso in considerazione (ma proprio neanche lontanamente intendo!) la possibilità di immergersi un giorno nelle acque dell’oceano. Figuriamoci di arrivare ad ottenere ben due certificazioni Padi! Ebbene invece è successo ed è stato contro ogni pronostico!

Filippine

contro ogni pronostico appunto…:-)

A gennaio del 2018 sono partita per un viaggio nelle Filippine, 59 giorni di permanenza in uno stato che conta esattamente 7.107 isole, il mare che le circonda è rinomato come uno tra i migliori del mondo per le attività subacquee – avete mai sentito parlare del Triangolo dei Coralli? – e allora mi sono detta: ma perché non poterci almeno provare?? E’ stato proprio lì che tutto è cominciato ed è stato sempre lì, saltando da un’isola all’ altra che tutto si è concluso brillantemente con 2 brevetti e un totale di 22 immersioni!

Volete sapere come ho fatto a convincere me stessa?

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Sul come…

Avete presente il detto “niente ti trattiene più delle tue insicurezze”? Il segreto sta nel convincersi che i nostri limiti stiano soltanto nella nostra testa; difficile riconoscerlo, ma è proprio quando si è pronti a farlo che comincia il divertimento. Dite di sì allora e sarete già a metà dell’opera, quindi (senza pensarci troppo) iscrivetevi a un corso e, una volta che sarete in ballo, datevi del tempo: se anche voi come me non siete mai stati delle persone acquatiche, è improbabile infatti che vi sentiate a vostro agio già dalla prima esperienza (in fondo se siamo nati sulla terra ci sarà pure un motivo no??) ma siate positivi a riguardo. Non c’è come convincersi di potercela fare per riuscirci davvero e modo migliore per far sì che le cose accadano che cominciare!

“The best way to get things done is to simply begin!”

Se vi può essere utile partite anche voi da questo concetto: il mondo non è fatto di persone che cercano in tutti i modi di mettere a repentaglio la propria vita con banale e spudorata incoscienza. Esistono delle leggi fisiche, dei metodi, delle regole e delle tecniche specifiche dietro ad ogni attività che cercano di ridurne i rischi per quanto possibile, nozioni che se le conoscessimo a priori probabilmente renderebbero il tutto molto più plausibile davanti ai nostri occhi.

Lo so, l’idea di mettere la propria vita nelle mani di una bombola d’ossigeno sotto centinaia di migliaia di metri cubi d’acqua può essere angosciante. Forse anche voi vi starete chiedendo: e se la bombola fosse difettosa, e se mi si allagasse la maschera, e se venissi attaccata da uno squalo, da un polipo o – cazzo ne so – da un mostro degli abissi?? Respirate per dio, questa – ve lo ripeteranno fino allo sfinimento – è l’unica cosa su cui vi dovrete veramente concentrare. Per ogni altro problema c’è una soluzione efficace che vi verrà dimostrata durante il corso, per cui potrete fare pratica fino a che non vi sentirete a vostro agio e che riuscirete a mettere in atto solo se – pensate un po’ – eviterete proprio di farvi prendere dal panico!

Di fatto di wonder woman e di super man al mondo ne esistono ben pochi; gli altri sono persone comuni, esattamente come noi, persone che forse a loro tempo hanno avuto le nostre stesse perplessità e i nostri stessi timori. Armatevi di forza e coraggio dunque – se sono queste le cose che vi mancano per iniziare – e buttatevi anche voi in questa nuova avventura! Credetemi, non ve ne pentirete e ve lo dice una che non sa neanche nuotare! (Va beh dai lo ammetto, almeno a galla ci so stare!:-))

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Sul dove…

Di seguito i siti di immersione che non dovreste assolutamente perdere, i consigli su come muovervi tra un posto e l’altro, dove alloggiare, i riferimenti degli operatori in loco con cui io mi sono trovata bene e ultimo ma non meno importante, i costi. Sì, perché le immersioni aumenteranno di certo la vostra spesa in loco ma credetemi, ogni centesimo sarà ben speso! Mettete in conto una media di 13.500 pesos (circa 220 euro) per il brevetto Padi Open Water, altrettanti per l’Advanced Open Water, una media di 1.200 pesos (circa 20 euro) ad immersione se siete già brevettati e il sito d’immersione è vicino alla costa, di più (vedi nel dettaglio sito per sito) se è prevista un tragitto più lungo in barca e si tratta di zona protetta.

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100% Visayas

Con più di 7.000 isole all’appello decidere da che parte cominciare è un bel casino ma se avete poco tempo a disposizione e volete che la vostra esperienza subacquea arrivi a toccare alcuni dei punti più validi ed economici del paese, ecco che allora vi converrà puntare dritto al cuore delle Visayas. Tanto per capirci trattasi della parte centrale dell’arcipelago delle Filippine, a sud della quale si estende l’isola di Mindanao mentre al cui nord, l’isola di Luzon con la capitale.

I siti di cui vi parlerò in questo capitolo si trovano tutti in prossimità delle due Visayas più famose, Bohol e Cebu, entrambe facilmente raggiungibili con voli diretti da Manila. Onde evitare però di dover passare da Cebu City più di due volte durante le vostre peregrinazioni tra una località e l’altra, il mio consiglio è quello di cominciare la vostra avventura con un volo diretto a Tagbilaran, il capoluogo dell’isola di Bohol, da cui potrete iniziare quindi una sorta di percorso circolare che dunque terminerà sull’isola di Cebu. Da qui potrete decidere di fare rientro a Manila oppure, avendo più tempo a disposizione, procedere facilmente con un altro volo diretto verso Palawan.

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1. Bohol – Alona Beach

Un punto perfetto per iniziare ad immergervi se non lo avete ancora fatto e questo per via delle correnti gentili e dell’ottima visibilità che caratterizza la maggior parte dei siti d’immersione. La scelta tra gli operatori di Alona Beach è decisamente ampia ma io, per quanto mi sono trovata bene, non posso che consigliarvi Philippine Fun Divers. Dall’Alona House Reef alle isole Balicasag, Cabilao e Pamilacan, i punti di immersione in questa zona sono davvero infiniti e tanti di questi si trovano a soli pochi minuti di barca dalla costa.

Filippine

In quanto meta turistica gettonata soprattutto dai turisti cinesi e coreani – che avendo poco tempo a disposizione non si spingono lontano dagli aeroporti principali – i prezzi degli alloggi risultano un po’ più cari rispetto a quelli dei dintorni ma ovviamente in questa zona i sevizi non mancano.

Se quello che cercate è un ostello fate tappa al Moon Fool Hostel (600 pesos il letto in dormitorio con colazione), se invece cercate qualcosa di più intimo ma sempre nella fascia di prezzo medio/bassa vi posso suggerire il Citadel Alona (850 pesos la singola con bagno in comune). Entrambi si trovano posizionati sulla strada principale, uno di fronte all’altro e in prossimità del ristorante Shaka che è l’unico a sapere cosa significa veramente cucina salutare vegetariana e vegana. Fate incetta dei suoi piatti perché credetemi, dopo due settimane nelle Filippine non ne potrete più di mangiare riso e carne!

Alona Beach si trova sull’Isola di Panglao, collegata all’Isola di Bohol con un ponte che permette il trasferimento veloce da e per Tagbilaran. Dall’aerporto un trycicle costa 300 pesos mentre un jeepney (in partenza dal centro) solo 25. Il tragitto è di circa mezz’ora.

Filippine

L’isola di Balicasag, che si trova a 30 minuti di barca dalla spiaggia di Alona, è rinomata come uno dei luoghi migliori nelle Filippine sia per visibilità, sia per la moltitudine di tartarughe marine che nuotano nei pressi delle sue coste. È vero, in alta stagione l’afflusso di asiatici che non sanno nuotare e che si avventurano in battute di snorkeling può essere sconcertante ma credetemi, una volta scesi in profondità vi dimenticherete di tutto quello che affolla la superficie. Il costo per questa escursione è il più caro tra tutti: per un totale di 2 immersioni mettete in conto prezzi a partire da 3.500 pesos.

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2. Siquijor – San Juan

Siquijor, anche conosciuta come l’isola di streghe e curatori (witches and healers), dista da Tagbilaran solamente un’ora e mezza di nave. I battelli gestiti da Ocean Jet effettuano servizio soltanto una volta al giorno, alle 10.20 del mattino (orario aggiornato a gennaio 2018) e il prezzo ufficiale del biglietto di 700 pesos viene rivenduto dalle agenzie di Alona con una commissione di 50 pesos extra. Attenzione: la quota in questione non include il bagaglio (100 p.) né la tassa portuale (20 p.) che viene sempre venduta separatamente.

Arrivati a Larena (il solo scalo effettuato sull’isola) l’unica opzione per raggiunger San Juan, sede dei dive centres, è quella di prendere un trycicle al costo di 300/400 pesos a seconda di dove esattamente in paese si trova la struttura in cui avete deciso di alloggiare. Un’ottima sistemazione è il Cliff Garden Hostel.

Immergersi nelle acque di Siquijor, dichiarate zona marina protetta nel 1978, è un affare riservato a quei pohi viaggiatori che, avendo più tempo a disposizione o semplicemente in cerca di pace e tranquillità, hanno deciso di dedicare a quest’isola qualche giorno della loro esperienza filippina.

La “magica” Siquijor rimane in effetti una di quelle destinazioni meno esplorate, sia dal turismo locale, per questione scaramantiche, sia da quello internazionale, che dà invece priorità alle isole principali della zona. Questo, nonostante Siquijor conti oltre 20 siti di immersione e una barriera corallina tra le meno contaminate. A dimostrazione dell’ancora scarsa popolarità sono i soli tre dive centres presenti sull’isola (non contando quelli dei resort), tra i quali il migliore, a mio parere, è il Sea Pearl Divers.

Filippine

Eccetto per il caso di un paio di siti soggetti a correnti più forti, le immersioni in questa zona possono essere tranquillamente effettuate anche dai sub alle prime armi che qui possono rilassarsi perdendosi nei giardini di coralli, entrando in contatto con l’affascinante mondo degli esseri microscopici ed esplorando pareti di barriera corallina che sprofondano a oltre 40 metri. Tra i vari siti da tenere in considerazione durante la vostra visita, Palitong Wall e Coral Garden sono sicuramente tra i più famosi.

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3. Apo Island

Se proprio dovete scegliere soltanto un posto nelle Filippine dove fare immersioni fate in modo che questo sia Apo! Da non confondere con l’Apo Reef al largo della costa dell’isola di Mindoro, Apo Island è un posto talmente accogliente da invogliarvi a rimanere più a lungo. Piccola e tranquilla – se non fosse per i galli che cantano a tutte le ore del giorno e della notte – Apo è circondata da una barriera corallina in ottime condizioni di salute che pullula di vita. Di nuovo, un’occasione per tutti (principianti compresi) di ammirare un’infinita varietà di creature marine e di godere di una visibilità che ha pochi confronti. Affidatevi all’esperienza di Mario e di tutto il suo staff.

Filippine

Mario’s Scuba, uno dei pochi lodge sull’isola, mette a disposizione letti in dormitorio e camere private a prezzi ragionevolissimi. In loco troverete anche il ristorante ed il dive centre che organizza immersioni a partire da 1.300 pesos l’una, per scendere di prezzo (fino a 900 pesos) per pacchetti di più uscite. I siti d’immersione sono tutti a pochi minuti di barca dalla costa.

Filippine

Per raggiungere Apo Island da Siquijor il modo più rapido ed indolore è attraverso il Coco Groove Resort. Nei giorni di uscita delle loro escursioni (da verificare in loco perché partono solo con un minimo di 12 partecipanti) è possibile approfitrare del servizio di solo transfer ad un prezzo di 1.000 pesos.

L’alternativa sarebbe quella di fare il giro da Dumaguete prendendo una serie di circa 5 mezzi di trasporto: trycicle per il porto di Siquijor Town, barca per Dumaguete, trycicle dal porto al terminal dei bus, bus per Malatapaya e di nuovo barca per Apo, il tutto sicuramente più economico del servizio diretto ma con tempistiche decisamente più lunghe.

Al mettere piede su Apo Island vi verrà richiesto il pagamento di una tassa d’entrata di 100 pesos. Per lasciare invece l’isola in direzione di Dumaguete avete due opzioni: sperare che ci si qualche servizio già programmato (300 pesos a persona) – di solito in partenza al mattino – oppure prenotare un servizio privato da dividere con chiunque abbia i vostri stessi programmi. In linea di massima per una barchetta da 4 i costi si aggirano intorno ai 2.000 pesos, per una da 8 invece, intorno ai 3.000. Preparatevi a ricevere secchiate d’acqua addosso e quindi organizzativi con una sacca stagna.

Arrivati a Malapataya prendete quindi qualunque autobus diretto a Dumaguete (50 pesos), cittadina molto piacevole dove vale la pena fermarsi una notte e, perché no, concedersi anche un massaggio! Il Flying Fish Hostel (450 pesos il letto in dormitorio) è sicuramente il top nella categoria ostelli mentre il Salt and Pepper (li accanto) in quella ristoranti.

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4. Moalboaal

Moalboaal nella mia mente non corrisponde ad altro che a bei ricordi: l’ottenimento della seconda certificazione Padi, l’Advanced Open water, siti d’immersione ricchi di vita, dai banchi di sardine all’Isola Pescadores, mare placido e turchese, birre al tramonto, una varietà culinaria da rimpiangere altrove; insomma, credo che Moalboaal costituisca un’ottimo punto di partenza sull’Isola di Cebu.

Filippine - Moalboal - Sardine Run

Da Dumaguete a Panagsama Beach, ovvero il tratto di costa su cui si concentra l’attività ricettiva, ci vuole una mattinata intera di trasferimento e circa 250 pesos di spesa in trasporti. Da Dumaguete prendete un tryicle per il porto di Sibulan (70 pesos dal Flying Fish), da qui un battello Fast Craft per il porto di Lilo-an sull’Isola di Cebu (60 pesos, 30 minuti), da cui potrete poi spostarvi in moto (50 pesos) o di nuovo in tryicle alla stazione degli autobus di Bato e prendere quindi la prima corriera in partenza per Moalboal città (77 pesos). Infine, da qui una moto (30 pesos) o un trycle per Panagsama Beach.

Arrivati a destinazione l’alloggio più economico lo troverete al Backpackers Lodge. Vi consiglio di prenotare con anticipo se viaggiate in alta stagione e possibilmente il dormitorio da 4 letti, con o senza bagno (350 e 250 pesos a notte). Il mio posto preferito per la colazione ( e a volte anche il pranzo)? Il Sun Rise 2 Set, un localino senza pretese ma con interessanti iniziative culinarie, gestito da un francese e situato appena prima del Love’s Beach and Dive Resort. Provate per esempio le crepes al succo di calamansi e non ve ne pentirete! La miglior pizza invece? La trovate da Tipolo e rigorosamente cotta nel forno a legna!

Filipiine

Ma a proposito di immersioni: il Philippines Fun Divers di cui vi ho parlato nella sezione dedicata ad Alona Beach, ha una sua filiale anche qui, il Cebu Fun Divers. Una volta situato all’interno del Love’s Beach Resort, adesso ha una sede tutta sua, nuova di pacca, con una piscina spettacolare e una posizione appartata che è forse la migliore tra tutte. Io mi sono affidata a loro e non me ne pento ma giusto perché lo sappiate, se state cercando i prezzi più bassi della zona, li troverete da Nelson’s Dive Center.

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5. Malapasqua

Magari ci fosse la possibilità di proseguire lungo la costa in direzione nord verso il porto di Maya e invece no: il pacco sull’isola di Cebu è che dovrete sempre e comunque fare tappa a Cebu City. Va beh dai, prendetela come un’occasione per concedervi per esempio un massaggio in un centro professionale e un caffè da Starbucks, insomma, come una breve parentesi di piaceri, da regalarvi mentre aspettate il prossimo autobus. Di ostelli io ve ne posso raccomandare un paio: Le Village e Hostel 7 Cebu.

A Cebu City le stazioni degli autobus sono due: la South e la North. Dalla North Bus Station prendete il primo autobus diretto a Maya (217 pesos) e calcolate quindi circa 4/4,5 ore per percorrere la costa orientale fino all’estremo nord dell’isola, punto dal quale salpano le imbarcazioni dirette a Malapasqua. Il costo di 100 pesos per il tragitto di circa 30 minuti viene calcolato su base 15 persone a bordo per cui vi conviene farvi trovare in zona non più tardi del primo pomeriggio così da non dover aspettare a lungo.

Sull’Isola di Malapasqua praticamente chiunque è lì per immergersi con gli squali volpe (Thresher Sharks), vuoi perché costituiscono un’attrattiva difficile da incontrare altrove nel mondo, vuoi perché una volta arrivati fin lì, sarebbe un peccato non farlo. Gli operatori sono a decine e sicuramente più di uno è in grado di offrire un buon servizio ma per quella che è stata la mia esperienza mi sentirei di sconsigliarvi Fun and Sun e di suggerirvi invece French Kiss Divers.

Thresher Shark - Malapasqua- Filippine

Oltre all’immersione con gli squali a Monad Shoal (la quale ha un costo che si aggira intorno ai 1800 pesos), l’altra escursione famosa da farsi in mezza giornata (che prevede due dive a circa 3200 pesos), è quella di Gato Island. Entrambe prevedono il raggiungimento di profondità (30 metri nel caso degli squali) e correnti abbastanza sostenute per cui è necessario essere muniti del brevetto Advanced Open Water.

A Malapasqua, che è un’isola minuscola, ci si sposta a piedi e il fulcro dell’attività turistica si concentra tendenzialmente lungo la costa meridionale, punto di arrivo delle imbarcazioni provenienti dall’isola di Cebu. Tra le varie sistemazioni ce n’è una in cui io mi sono sentita veramente a casa e si chiama Be One Guest House. Gestita da una coppia di amici (Jacob un giovane svedese e Rebecca una filippina del posto), la casa bianca più bella dell’isola – così è stata definita – ha sia camere private che letti in dormitorio (350 pesos a notte). Spesso i due vi proporranno di rimanere con loro per cena e se volete un suggerimento: accettate senza esitazione!

What to do (cosa fare) a Kathmandu e dintorni

What to do (cosa fare) a Kathmandu e dintorni 1024 682 Sonia Sgarella

Kathmandu: quanto fascino esotico scatena questa parola nella vostra mente?

Kathmandu, come la tappa finale dei leggendari viaggi in Oriente degli anni ’70, il destino ultimo di quell’epopea che vide come protagonisti gli hippies, i cosiddetti “figli dei fiori”; Kathmandu e la sua valle, cosparsa di città-tempio e di villaggi newari, il regno dei Malla e delle Kumari, le dee viventi; Kathmandu, come la mecca e l’inevitabile primo approdo di coloro che hanno segnato la storia dell’alpinismo; Kathmandu insomma, come la porta d’accesso a mondi di perdizione e di illuminazione; trampolino di lancio per un tuffo nella storia e base di rifornimento per avventure e spedizioni.

Tempio di Changu Narayan

Kathmandu e la sua valle sono cambiate di certo, il terremoto del 2015 ne ha modificato forse irrimediabilmente l’aspetto ma questo non significa che tutto sia andato perduto. Lo stile e l’essenza di un luogo, in particolare, non sono qualcosa che crolla così facilmente: il processo di ricostruzione dei monumenti è lento, è vero, e tutti sperano che in un futuro si possa tornare ad ammirare di nuovo i capolavori del passato così come erano stati progettati dai grandi sovrani, ma nel frattempo tutta la zona continua a sprigionare il suo fascino e il fermento spirituale a regalare grandi emozioni.

Fedeli in cerca di una benedizione – Kathmandu, Durbar Square

Ecco perché un viaggio in Nepal che si rispetti non potrebbe e non dovrebbe assolutamente prescindere da una visita approfondita, non solo della capitale, ma anche di tutti quegli insediamenti che ne popolano i suoi dintorni – villaggi, templi secolari e siti sacri – il tutto incorniciato dagli splendidi panorami himalayani. Mettete in conto una settimana o poco meno se è solo questo che vi interessa; aggiungete invece qualche giorno in più se avete voglia di allontanarvi dal traffico e scarpinare su qualche breve itinerario di trekking.

Durbar Square di Patan

Vediamo allora un po’ come gestire al meglio il tempo a disposizione evitando di perdere ore nel traffico facendo avanti e indietro tra una località e l’altra. Il percorso che vi suggerisco prevede il pernottamento in tutti i centri principali della zona , Kathmandu, Patan, Bhaktapur e Bodhnath, e questo perché ritengo che sia un peccato dover vivere queste località soltanto di giorno, con la fretta di rientrare in città prima del tramonto. Nonostante la vicinanza al centro della capitale – Bodhnath per esempio dista solo 4 km, Patan soltanto 8 – ognuno di questi luoghi ha infatti una sua atmosfera caratteristica di cui vale la pena godere nell’arco delle 24 ore e inoltre, siti di interesse a sé vicini, che saranno così facilmente raggiungibili con trasporti diretti. Ciò significa meno tempo perso negli spostamenti e giustifica il fatto di doversi muovere ogni volta con tutti i propri averi.

Bodhnath dopo il tramonto

1. Dakshinakali, un appuntamento da segnare in agenda

Cominciamo subito con un luogo a dir poco insolito ma che ha bisogno di una pianificazione a priori: se non siete deboli di stomaco e le mattanze non vi sconvolgono segnatevi l’appuntamento del martedì o del sabato con il tempio di Dakshinakali e cercate di incastrarlo a dovere tra le date che avete a disposizione. Ebbene sì ragazzi, perché mentre il mondo evolve verso un concetto nutrizionale sempre più vegano e le associazioni degli animalisti combattono contro gli abusi verso povere creature indifese, qui continuano a spopolare i sacrifici in onore di Kali, la più sanguinaria tra le manifestazioni divine della fede induista. Ovviamente il sacrificio non è fine a se stesso: una volta sgozzati – soprattutto polli e capre ma potrebbe capitarvi di vedere anche maiali o addirittura bufali – gli animali vengono spennati, scuoiati e restituiti al committente, il quale li degusterà nel corso di un allegro banchetto. Insomma, trattasi di una sorta di tempio/macelleria, di un luogo estremamente sacro ai nepalesi, dove entrare in contatto con una delle tante stranezze della fede hindu e vivere quindi un’esperienza, ok forse un po’ splatter ma assolutamente da non perdere!

Per raggiungere Dakshinakali dovrete partire dalla fermata degli autobus del Parco Ratna di Kathmandu (Old Bus Stand), situata a sud est di Thamel – oltre la Kantipath Road – e raggiungibile con una camminata di circa 15/20 minuti. Il servizio diretto esclusivo che viene istituito soltanto durante i giorni di sacrificio (sabato e martedì) non fa fermate lungo il percorso ed ha un costo totale di sole 100 rupie. Per percorrere 20 km su una strada non asfaltata per l’80%  impiegherete circa 1h20: mettete in conto dunque di non partire tardi da Kathmandu, sia perché le cerimonie di sacrificio vengono sospese tra le 11.30 e le 13, ma anche perché così, sulla strada del ritorno, avrete tempo di fermarvi a visitare altri due villaggi, Pharping e Kirtipur.

Una volta arrivati a destinazione prendete le scale che scendono verso il tempio senza far caso alla folla di pellegrini che attende in coda per portare le offerte all’interno del recinto sacro e quindi essere graziata dalla visione (darshan) dell’immagine divina custodita nel sancta sanctorum. Ai visitatori stranieri non è permesso acceddere all’area dei sacrifici ma girandoci attorno, sarà comunque possibile assistere ai riti, o meglio, alla fase finale, che vede gli animali essere portati verso i calderoni dove, una volta spennati e scuoiati, verranno quindi restituiti ai fedeli.

Quando credete di averne abbastanza fate ritorno nell’area di parcheggio e, a meno che non vogliate rientrare direttamente a Kathmandu con lo stesso servizio non stop che vi ha portato al mattino (chiedete all’autista l’orario di ripartenza prima di allontanarvi), prendete il primo trasporto che faccia tappa a Pharping e preparate a questo punto lo stomaco per un allietante pranzo in stile tibetano. Parphing – e la vicina Dollu – sono infatti sede di una copiosa comunità di monaci e fedeli tibetani che lì si sono insediati costruendo non solo edifici religiosi sacri alla fede ma anche ristoranti tradizionali sacri al palato. Di certo non deludenti sono i piatti a base di Momo Kothey serviti da Dickeyling, un piccolo locale senza pretese situato sulla strada che prosegue per il Vajrayogini Temple, visitabile prima o dopo pranzo a seconda dell’orario.

Vajrayogini Temple di Pharping

Se il tempo stringe fate ora ritorno alla strada principale, aspettate che passi il primo autobus – sicuramente imballatissimo visto il giorno di pellegrinaggio – diretto a Kathmandu e chiedete all’autista di farvi scendere all’incrocio con la Kirtipur Road. Da qui saltate sul – o attaccatevi al 🙂 – primo minivan che farà scalo in centro scegliendo la fermata che, all’estremo opposto rispetto alla porta d’ingresso lungo la Ring Road, vi permetterà di visitare il dedalo di viuzze poste in cima alla collina – ovvero il centro storico – mantenendo un unico andamento di marcia e quindi fare ritorno a piedi alla porta d’ingresso per riprendere il minivan diretto a Kathmandu.

Uma Maheshwar Temple di Kirtipur

Visitate innanzitutto l’Uma Maheshwar Temple (XVII secolo), dedicato alla coppia Shiva-Parvati e sulle cui travi di legno sono scolpite alcune tra le immagini erotiche più spinte mai viste in tutto il Nepal. Proprio lì di fronte potreste anche concedervi un drink con vista dalla terrazza del View Point Restaurant e quindi procedere verso la piazza principale del villaggio, lungo il cui lato settentrionale sorge il notevole Tempio di Bagh Bhairab. Scudi e spade ne adornano la facciata, ricordo di tutti quei soldati che morirono sconfitti da Prithvi Narayan Shah durante l’attacco a Kirtipur del 1768.

Tempio di Bagh Bhairab a Kirtipur

2. Kathmandu: imparare a perdersi nell’antica Kantipur

Ma facciamo un passo indietro e supponiamo che siate appena atterrati a Kathmandu, città che sarà quindi oggetto delle vostre prime visite. Dall’aeroporto al quartiere di Thamel, il cosiddetto rifugio dei trekkers nonché la zona dove si trova la maggior parte degli alloggi, un taxi ci impiega circa mezz’ora ed ha un costo di 700 rupie. Le ultime volte che ci sono stata mi sono trovata bene allo Yala Peak Hotel, nel vero cuore di Thamel. Volete sapere l’indirizzo? Thamel Marg. Sappiate però che a Kathmandu la maggior parte delle strade e delle viuzze del centro storico non ha neanche un nome – a volte invece ne hanno uno diverso su ogni mappa – per cui farete bene a cominciare col cercare di capire come è strutturata la città prima di avventurarvi nella sua visita oppure, così come si faceva nel caro vecchio stile, chiedere, chiedere e chiedere a qualcuno. Se esiste un popolo letteralmente disponibile ad indicarvi la strada verso qualsiasi destinazione stiate cercando, questo è di certo il popolo nepalese.

Imparate innanzitutto il significato delle parole Tole e Chowk, rispettivamente “quartiere” e “cortile” ma anche – entrambe – “incrocio di più strade”. Con quest’ultima accezione del termine, partendo dal Thamel Chowk, la vostra esplorazione a piedi della città dovrebbe passare per il Thahiti Tole, per l’Asan Tole, per l’Indra Chowk e quindi terminare in Durbar Square, la piazza della città con la P maiuscola. Da qui potrete poi anche proseguire più a sud verso Freak Street e fermarvi a pranzo da New Lumbini, un’ottima opzione per un pasto in stile indiano.

Non voglio però stare qui troppo ad approfondire la visita della città perché è più dei dintorni che vi vorrei parlare; vi dico solo che tra tutti i luoghi, i miei preferiti sono: lo stupa di Kathesimbhu e tutto quello che vi sta attorno, la zona di Asan Tole con il Tempio di Annapurna e l’oasi di pace dell’Itum Bahal. Fate riferimento all’itinerario a piedi della Lonely Planet e cominciate la vostra caccia al tesoro! 🙂

Stupa di Kathesimbhu

Se siete intenzionati ad acquistare una scheda telefonica locale entrate dal primo rivenditore Ncell. Il costo della SIM con validità di un anno è di 250 rupie, alle quali dovrete aggiungere il pacchetto che più vi interessa (per esempio 1.000 rupie tra dati e chiamate). Per cambiare i soldi le tariffe migliori le troverete in banca. In zona Thamel cercate la Nepal Investment Bank Limited.


La scena culinaria di Thamel – i miei preferiti:

Pampernickel Bakery, per una colazione come dio comanda in perfetto stile italiano; caffè di qualità e i migliori prodotti da forno della zona.

Rosemary Kitchen & Coffee Shop, per colazioni da campione e cene raffinate.

Sunflower Joshi Cafè, un locale senza pretese ma che dà grandi soddisfazioni a tutte le ore: ottimo cibo, prezzi bassissimi e un proprietario super gentile. Lo trovate da poco di fronte all’Hotel Happy Home, in una piccola traversa della JP Marg. Se ci andate salutatemi Joshi!

Western Tandoori and Naan House, per chi ama il naan, la cucina indiana e i prezzi bassi.

Kantipur Tandoori House, a mio parere un’ottimo ristorante indiano a prezzi contenuti. Porzioni più sostanziose rispetto al Western Tandoori and Naan House.

Yangling Tibetan Restaurant, per la migliore cucina tibetana.

Chick and Falafel, per un pasto in piedi o take away, ottimi wrap.

3. Swayambhunath, “il sorto da sé”

Partendo sempre da Kathmandu e raggiungibile anche a piedi da Thamel (usate come riferimento l’incrocio di Cheetrapati Chowk), è l’emblematico Stupa di Swayambhunath, simbolo della commistione tra fede buddhista e fede induista. Il complesso, anche noto come “tempio delle scimmie”, è popolato da questi esseri famelici a cui dovrete prestare particolare attenzione soprattutto risalendo la scalinata ovest. Nascondete qualunque cosa che potrebbe essere oggetto del loro interesse (cibo, acqua e occhiali da sole) e tirate su dritto per i 300 gradini che conduco alla biglietteria e quindi da lì, alla grande “folgore” (dorje) e allo Stupa vero e proprio.

Qui vi si aprirà un mondo fatto di simboli con i quali è interessante cominciare a familiarizzare per non trovarvi impreparati durante la visita di tutti gli altri luoghi sacri del Nepal:

la “punta di diamante” – come viene definito anche il vajra (versione sanscrita del termine tibetano dorje) – simboleggia il potere della luce che distrugge l’ignoranza. Si trova sempre all’ingresso dei templi o dei monasteri buddhisti e definisce quindi la fede principale a cui è dedicato il complesso qualora non ne foste sicuri guardandolo da fuori.

gli occhi del Buddha: sicuramente l’immagine che più contraddistingue e caratterizza gli Stupa del Nepal, si tratta di ciò che sempre troverete disegnato alla base della guglia e rivolta ai quattro punti cardinali. Ciò che dovrebbe  più semplicemente costituire il naso del Buddha è il realtà il numero uno scritto in nepali, il simbolo dell’unità, mentre il piccolo terzo occhio posto al centro della sua fronte – secondo le fonti un ciuffo di peli – rappresenta l’intuito e la chiaroveggenza dell’Illuminato.

4. Budhanilkantha

Una statua lunga 5 metri di Vishnu adagiato sulle spire del serpente cosmico nella sua incarnazione di Narayan, il creatore dell’universo. Solo agli hindu è concesso avvicinarsi alla statua per lasciare le offerte in omaggio alla divinità ma l’imponente immagine sacra risulta comunque ben visibile anche da dietro la recinzione che ne delimita il perimetro della vasca sacra, il simbolo del mare cosmico.

Una delle sculture più grandi di tutto il Nepal, scolpita molto probabilmente tra il VII e l’VIII secolo in stile Licchavi e raffigurante la divinità che è stata oggetto della maggiore devozione fino al primo periodo Malla, epoca in cui la più popolare divenne invece Shiva.

Una meta per nulla turistica e raggiungibile in circa 20 minuti di minivan (20 rupie) dall’incrocio tra l’estremo nord della Kantipath Road e la Lazimpat Road. Appena prima dell’incrocio sulla sinistra si trova la Dairy Development Corporation che vende formaggio di yak e prodotti caseari di vario tipo. Provate la bevanda di latte col cardamomo.

5. Patan: c’era una volta un luogo chiamato Lalitpur

“La città della bellezza” e non a caso: nonostante il terremoto ne abbia purtroppo immancabilmente deturpato l’aspetto, Patan rimane infatti ancora oggi un luogo pieno di fascino, di quelli che vale la pena visitare con calma decidendo quindi di rimanerci a dormire. L’hotel e ristorante Cafè de Patan soddisferà tutti i vostri bisogni a due passi da Durbar Square.

Per la visita seguite pure l’itinerario a piedi che trovate sulla Lonely Planet sapendo che sono veramente degni di nota:

il Bubahal, con il tempio di Yasodhara che fu, cosa che in pochi ricordano, il nome della moglie di Siddharta Gautama e con la quale il futuro Buddha ebbe un figlio di nome Rahula. Il tempo è meravigliosamente scolpito e ricco di immagini simboliche mentre il cortile è disseminato di piccoli chorten. Da qui poi è molto bello il consiglio di proseguire per l’intricato dedalo di viuzze che vi condurrà verso l’Haka Bahal, il luogo collegato al culto della Kumari.

Tempio di Yasodhara

– il Tempio di Kali.

– il Pim Bahal Pokhari, una cisterna di acqua relativamente pulita sui cui lati sorgono pittoreschi il Tempio di Chandeshwari e uno Stupa sbiancato a calce.

– il Tempio d’Oro (50 rupie).

Inoltre, a sud di Durbar Square, molto interessanti sono il Tempio di Minnath, introdotto da un portale bianco, il Tempio di Rato Machhendranath, circondato da una recinzione metallica blu, il Tempio di Mahabouddha, nonostante le impalcature che vi auguro avranno tolto nel momento della vostra visita e il Rudravarna Mahavir, anche detto Uku Bahal. Per questi ultimi due il biglietto di 50 rupie è cumulativo. Il Tempio di Kumbeshwar invece è lasciato abbastanza in stato di degrado.

Tempio di Macchendranath

Per un buon ed economico tè o caffè nei pressi di Durbar Square, uscendo dall’hotel verso Durbar, prendete la prima a destra appena superata la piazza ed entrate all’interno de cortile del Baha Bahi. Il Lakshmi Tea and Coffee Shop (una piccolissima porta sul lato sinistro del cortile) sono quasi sicura che diventerà anche il vostro posto preferito!

6. Bungamati e Kokhana

Questa mezza giornata alcuni potrebbero ritenerla come una da scartare per il semplice fatto che entrambe le cittadine siano state quasi completamente rase al suolo dal terremoto del 2015. È vero, molte delle attrattive sono andate distrutte – come è per esempio il caso del Tempio della piazza di Bungamati – e di quello che poteva essere l’antico fascino di questi villaggi oggi se ne intravede soltanto il ricordo nelle pietre giacenti a terra e alle quali si cerca pazientemente di ridare un ordine. Visitare questi borghi però penso sia da stimolo ai loro abitanti, per non sentirsi completamente abbandonati dal turismo e quindi io ve li suggerisco lo stesso. Col tempo inoltre la situazione potrebbe sicuramente migliorare.

Dalla stazione di Lagankhel a Patan prendete il primo autobus in partenza per Bungamati. Il tragitto ha una durata di 40 minuti e il costo del biglietto è di 20 rupie. In giro per la cittadina si trovano ancora i laboratori degli scalpellatori che producono immagini sacre e motivi decorativi.

Da Bungamati a Kokhana la passeggiata è breve e piacevole anche se oggi ben lontana dall’idea di scampagnata bucolica descritta nella Lonely Planet. Arrivati in centro sarete felici di vedere che il Tempio di Shekala Mai ancora si erge in piedi e che le donne continuano a tessere con l’ausilio dell’arcolaio.

7. Bhaktapur: oltre ai templi lo yogurt

E che yogurt, aggiungerei! Il Juju Dahu è una prelibatezza di cui, una volta provato, non potrete più farne a meno ed ecco che allora vi toccherà più volte fare tappa lungo la strada che da Durbar Square, superata la porta principale, conduce verso la fermata degli autobus pubblici. Bhaktapur, conosciuta anche con il nome newari di Khwopa, la “città dei devoti”, a differenza di Patan possiede non una ma bensì tre grandi piazze monumentali che meritano tutte di essere esplorate. A queste si aggiunge la Pottery Square, il centro della produzione dei vasi di terracotta nonché il simbolo dell’anima artistica della città.

A Bhaktapur è bello perdersi tra le viuzze che collegano piazze e cortili disseminati di cisterne, di statue e di templi, il tutto purtroppo estremamente danneggiato dall’ultimo terremoto ma non per questo meno ricco di fascino. Durbar, Taumadhi e Dattatraya Square sono i luoghi dove ancora rimangono in piedi alcuni degli edifici più rappresentativi della città, la maggior parte dei quali risalenti al XV secolo. Tra questi il Tempio di Nyatapola, il più alto di tutto il Nepal, il Tempio di Bhairabnath, quello di Dattatreya e tanti altri.

Bhaktapur è raggiungibile con trasporti diretti sia dalla  fermata di Bagh Bazar a Katmandu che da quella di Lagankhel a Patan. Il tragitto in entrambi i casi è di circa un’ora e il costo di 20/25 rupie. L’ingresso alla città per i turisti stranieri ha un costo abbastanza elevato (1.500 rupie) ma sapendo che i vostri soldi contribuiranno alla ricostruzione e conservazione dei templi, la cosa dovrebbe farvi sentire un po’ meglio. Se intenzionati a rimanere più di un giorno comunicatelo direttamente al momento dell’acquisto del biglietto così che la sua validità possa essere prolungata. Ah, scusate se mi ripeto ma ovviamente il mio consiglio è quello di rimanere! Seguite sempre l’itinerario a piedi della Lonely Planet, esploratene ogni angolo ed è sicuro che incapperete in un sacco di situazioni interessanti: la città è piena di vita, di attività commerciali, artistiche e ludiche, ragione in più per soffermarvi più a lungo e godere così di tutto il pacchetto.

8. Tempio di Changu Narayan, per imparare a conoscere Vishnu

Se siete arrivati fin qua e avete ancora qualche dubbio sulla figura di Vishnu oppure proprio non ne sapete niente, il Tempio di Changu Narayan non potrà che essere la vostra scuola per eccellenza, il luogo dove imparare a conoscere questa figura e tutti i suoi avatar. L’impianto scultoreo di epoca Licchavi è un vero e proprio capolavoro di elevata valenza artistica, ragion per cui il tempio è stato inserito nella lista del Patrimonio Mondiale Unesco già nel 1979.

Tra le varie curiosità all’interno del complesso è presente la più antica iscrizione di tutta la valle, risalente al 464 d.c., una statua di Garuda, il fedele veicolo di Vishnu, molto probabilmente risalente al V secolo e di nuovo l’immagine della divinità a cavallo dell’avvoltoio (Garuda Narayan) che è stata utilizzata sulle banconote da 10 rupie. Non da meno, vi farei notare anche le scimmiette appese al pene dei grifoni che decorano le travi di legno a sostenimento dei tetti a pagoda. 🙂

Il tempio dista soli 6 km da Bhaktapur e gli autobus che fanno la spola partono dalla strada principale a nord del centro storico, all’incrocio con la Changu Narayan Road. Il percorso di 20 minuti ha un costo di 15 rupie mentre l’ingresso al tempio per gli stranieri ammonta a 300.

9. Bodhnath: un’oasi di pace

Niente popò di meno che il più grande stupa di tutta l’Asia, un’antica stazione di posta lungo la rotta carovaniera tra Lhasa e Kathmandu e, ancora oggi, un luogo dove la cultura buddhista tibetana può manifestarsi senza restrizione alcuna. Decidere di dormire a Bodhnath significa non solo optare per una tregua dal traffico cittadino ma anche regalarsi la possibilità di vivere il luogo con tutti i cambiamenti di luce e atmosfera che lo riguardano, all’alba, al tramonto, alla sera e, perché no, volendo anche di notte. Avvicinatevi allo stupa in qualsiasi momento nell’arco delle 24 ore e troverete infatti sempre qualcuno intento a girarci attorno, rituale di devozione che si svolge sotto lo sguardo vigile del Buddha, i cui occhi in questo luogo risultano penetranti come in nessun altro dove.

Nei pressi dello stupa si trovano diverse sistemazioni a buon mercato. Io personalmente ho alloggiato alla Dragon Guest House e mi sono trovata particolarmente bene. Bar e ristoranti non mancano di certo ma se volete andare sul sicuro una cena da Double Dorje non potrà che lasciarvi soddisfatti. Se poi è il caffè che vi manca e non avete problemi a spendere un po’ di più, allora concedetevi una bella colazioni con vista stupa da Java Coffee. Per raggiungere Bodhnath il mezzo più comodo è sicuramente il taxi. L’ingresso all’area dello stupa è di 400 rupie ed ha validità di una settimana.

10. Gokarna Mahadeva: ripartiamo dai Veda

Tenendo la porta d’ingresso allo stupa di Bodhnath alle spalle, girate a sinistra e camminate fino all’incrocio con la Jurpati-Sundarijal Road. Da lì potete prendere qualunque pullman diretto a nord e chiedere al conducente di essere scaricati giusto di fronte all’ingresso del Tempio di Gokarna Mahadeva, dedicato a Shiva e situato sulle sponde del fiume Bagmati. L’ingresso al tempio è di 100 rupie.

Krishna e Gopini

Non solo Shiva tuttavia: qui la statuaria di notevole fattura copre praticamente tutto il pantheon delle divinità hindu, a partire da quelle vediche – quali Indra (il Dio della Guerra), Vayu (il Dio del Vento), Aditya (il Dio del Sole) e Chandra (il Dio della Luna) – passando per la Dea Ganga, con la brocca in testa, Kamadhenu, la vacca sacra, e arrivando quindi fino alle divinità più conosciute, tra cui Krishna, Hanuman, Ganesh e una rappresentazione di Shiva nella forma di Kamadeva, il “Dio dell’Amore” e per questo con il fallo eretto. Molto suggestivo poi è anche l’albero di ficus religiosae all’interno del quale trova rifugio un lingam di pietra. 

11. Pashupatinath: alla fine del cammin di nostra vita…

E visto che siamo in tema di santuari dedicati a Shiva, ovviamente non potrebbe mancare nella lista delle cose da fare una visita al suo tempio per eccellenza, quello di Pashupatinath (“il Signore degli Animali”), il più sacro di tutto il Nepal. Famoso anche in quanto “Tempio delle cremazioni”, è qui che forse vivrete alcuni dei momenti più intensi del vostro viaggio e per questo io, fossi in voi, lo lascerei alla fine.

Dal Tempio di Gokarna Mahadeva prendete qualunque autobus di ritorno in città e proseguite quindi fino a Pashupatinath (20 rupie) dove vi verrà richiesto di pagarne un biglietto da 1.000. E’ vero, il prezzo è molto alto se si considera che agli stranieri non è permesso accedere al tempio vero e proprio, ma questo è l’unico luogo dove potrebbe capitarvi di assistere ad una cerimonia funebre e, a meno che non siate particolarmente sensibili a questo genere di cose, vale la pena passarci del tempo.

Dalla sponda opposta del fiume Bagmati risalite la collina per non perdere i templi che si trovano sulla sua sommità e quindi da lì procedete in discesa fino all’uscita del complesso. Da qui a Bodhnath la camminata è di circa 20 minuti, niente di particolarmente suggestivo ma se volete risparmiare questo è quanto di meglio vi aspetta.

Nei dintorni di Kathmandu ovviamente c’è anche altro, questa non vuole essere una guida esaustiva ma una serie di consigli sulla base di quella che è stata la mia esperienza. Da Kathmandu è anche possibile partire per dei mini trekking che ok, non saranno spettacolari come gli altri di cui vi ho parlato nel blog ma possono essere un buon modo per allenarsi e un discreto punto di partenza per apprezzare i panorami himalayani.

L’alba da Chisopani

La prima volta che sono stata in Nepal per esempio, ho fatto un giro di 3 giorni e 2 notti con pernottamento prima a Chisopani e poi a Nagarkot . Per accedere a questo percorso si parte da Sundarijal, a nord del Tempio di Gokarna Mahadeva e quindi si risale il versante della collina fino a Chisopani, da cui partono anche i trekking per l’Helambu. Da qui a Nagarkot si passa attraverso svariati villaggi circondati da terrazzamenti coltivati, si incrocia qua e la la strada e si fa quindi arrivo a destinazione nel pomeriggio.

Verso Nagarkot…

Il terzo giorno la sveglia prima dell’alba è d’obbligo per godere delle viste sull’Himalaya dalla torre panoramica  e poi proseguire – volendo a piedi – verso il Tempio di Changu Narayan oppure fare rientro direttamente a Kathmandu.


N.B. Qualora alla fine delle vostre peregrinazioni nella valle decidiate di proseguire il vostro viaggio verso Pokhara o Chitwan fate attenzione che gli autobus turistici non partono più dalla Kantipath Road; dal 29 giugno 2018 le partenze  sono state spostate appena a nord di Thamel, nella zona di Sorhakhutte e lungo la Swayambhu Marg. Per Chitwan (Sauraha) una buona compagnia è la Mountain Overland; per Pokhara, la Explore Pokhara. I biglietti li potete acquistare tramite la vostra guest house (suggerito), per telefono oppure direttamente sul bus. Le partenze sono intorno alle 7 ma è necessario presentarsi sempre con mezz’ora di anticipo. Il tempo di percorrenza (incluse varie pause per bagno e pranzo) è di circa 6 ore per Chitwan e 7 per Pokhara. Il costo tramite guest house è rispettivamente di circa 750 e 800 rupie.