Tradizioni

Capodanno Nepalese: quando si festeggia, come e perché

Capodanno Nepalese: quando si festeggia, come e perché 1024 682 Sonia Sgarella

Ma quanti Capodanni si festeggiano in Nepal? Una bella domanda e che richiede un’approfondita risposta!

Chi segue questa pagina sa benissimo quanti anni di studio e viaggi io abbia dedicato ad India e Nepal – due paesi le cui tradizioni sono strettamente collegate – e chi, come me, ha provato ad avvicinarsi a queste culture, a districarsi in quegli elaborati labirinti di miti e leggende, credo sia anche cosciente di quanto le loro storie siano estremamente sfaccettate.

Ed è proprio per questo, per la numerosità di credenze che da queste vicissitudini storico/leggendarie si sono generate e, nel caso del Nepal oltretutto per la ricchezza etnica, che nasce forse una sana confusione, la nostra difficoltà di comprensione e, di conseguenza, la necessità di dedicarci del tempo.

Se nel mio caso comunque ci sono voluti ad oggi 11 anni per trovarmi comunque ancora mezza persa in quel mare di strambe nozioni, per voi, non vi preoccupate, ci vorrà giusto qualche minuto!

Ebbene oggi, 13 aprile 2020, in Nepal si festeggia – purtroppo anche per loro in modalità quarantena – uno degli svariati Capodanni e, il motivo per cui ve ne parlo in modo particolare, è che si tratta, tra tutti, di quello più importante, il vero Capodanno nepalese,  il più sentito dalla popolazione e nonché quello ufficiale.

Si festeggia quindi oggi in tutto il Nepal, come simbolo di unione delle oltre 60 etnie che lo abitano, il Navavarsha (“anno nuovo”), ovvero l’inizio dell’anno 2077. Proverò qui a spiegarvi meglio il perché e il per come di questa ricorrenza rispondendo ad alcune semplici domande, tra cui:

1. Com’è organizzato esattamente il calendario nepalese?

2. A cosa corrisponde l’inizio del calendario nepalese?

3. Come si festeggia il Capodanno nepalese?

4. Quali altri Capodanni si festeggiano in Nepal?

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1. Com’è organizzato esattamente il calendario nepalese?

Si chiama Vikram Samvat (talvolta Bikram Sambat) e venne adottato ufficialmente nel 1903 dall’allora Primo Ministro Chandra Shamsher Jang Bahadur Rana in sostituzione del precedente calendario, utilizzato fino a quel momento dall’etnia dei Newa, stanziati per lo più nella valle di Kathmandu.

Si tratta di un calendario lunisolare, che prevede dei cicli di 12 mesi, ognuno dei quali diviso in due fasi lunari: una metà detta “luminosa” – di luna crescente, ovvero da novilunio a plenilunio – e una metà detta “oscura” – di luna calante, da plenilunio a novilunio.

L’inizio dell’ “Era nepalese” è strettamente legata – come vedremo nella prossima risposta – alla tradizione induista e viene fatta risalire al 56 a.C., anno a partire dal quale vengono quindi calcolati i mesi e gli anni del calendario. L’anno ha inizio solitamente verso la metà di aprile e corrisponde al passaggio dal mese di Chaitra a quello di Baisakha. I mesi del calendario nepalese hanno una durata variabile da 29 a 32 giorni.

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2. A cosa corrisponde l’inizio del calendario nepalese?

L’anno zero, definito nel 56 a.C., trova origine in una leggendaria vittoria militare portata a compimento da un altrettanto mitico sovrano, detto Vikramaditya  – da cui il nome del calendario Vikram Samvat.

La parola Vikram, di origine sanscrita, significa “coraggio”, Aditya invece “il dio del sole”. Il “Sole coraggioso” fu un appellativo usato ripetutamente nella storia del subcontinente indiano da vari sovrani ed è proprio da questa diffusione del termine che nacquero, nel corso dei secoli, diverse leggende attorno ad una figura di cui a livello storico si conosce certamente meno.

Una figura composita dunque, Vikramaditya, forse il frutto di una graduale mescolanza di leggende supportate da varie scuole di pensiero, ma, se proprio si vuole cercare una corrispondenza sul piano temporale con un sovrano che visse effettivamente nel I secolo a.C., è probabile che il primo Vikramaditya fu un sovrano della dinastia Malwa (anche Malava) che governò nell’India Centrale dall’oltremodo spiritualmente importante città di Ujjain, oggi sita nello stato del Madhya Pradesh. Un sovrano che sconfisse – in una battaglia appunto – probabilmente gli invasori Shaka.

Ujjain

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3. Come si festeggia il Capodanno nepalese?

I festeggiamenti del Capodanno nepalese prevedono, come nel caso di tutte le altre ricorrenze, la frequentazione dei templi principali ma anche riunioni famigliari e picnic all’aria aperta. E’ tuttavia nella splendida cornice della città di Bhaktapur che si svolge la parata più imponente, il Bisket Jatra, un festival della durata di più giorni che vede i fedeli trainare dei carri giganti per le strade e piazze della città.

Bhaktapur

A bordo di queste imperiose portantine vengono venerate le immagini sacre di Lord Bhairava e della Dea Bhadrakali, manifestazioni terrifiche rispettivamente di Shiva e della sua consorte Parvati.

Assolutamente imperdibile in una viaggio in Nepal è la visita di questa meravigliosa cittadina e per saperne di più leggete l’articolo What to do (cosa fare) a Kathmandu e dintorni

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4. Quali altri Capodanni si festeggiano in Nepal?

I Capodanni che si festeggiano in Nepal come abbiamo detto sono svariati e qui vi presento quelli che dopo il Navavarsha risultano essere i principali, ognuno dei quali legato ad un diverso calendario:

Capodanno Indiano

E’ probabile che molti di voi abbiano sentito parlare del Diwali (anche Deepavali), la famosa “festa delle luci” che si svolge ogni anno, sia in Nepal che in India, nei mesi di ottobre/novembre, in onore della Dea Lakshmi, consorte di Vishnu.

Per saperne di più leggi anche Diwali, il festival che illumina l’India

Diwali è ufficialmente il Capodanno che fa riferimento al calendario nazionale indiano, il cosiddetto Shalivahana Samvat, fatto partire nel 78 d.C, anno corrispondente all’inizio dell’ “Era Shaka” – che segue l’ “Era Vikram”.

Diwali

Il calendario indiano, anch’esso lunisolare, fa cominciare l’anno con il mese di Kartika (ottobre/novembre) e inverte, rispetto al calendario nepalese, le fasi di luna crescente e luna calante: mentre il mese nepalese ha inizio con la quindicina di luna calante, per intenderci, quello indiano comincia invece con la quindicina di luna crescente.

Capodanno Tibetano

Si festeggia dal primo al terzo giorno del primo mese lunare del calendario tibetano, i cui anni vengono calcolati a partire dal 127 a.C., con l’ascesa al trono del primo sovrano della dinastia Yarlung. Con riferimento al nostro calendario gregoriano, il Losar (lo=”anno”, sar=“nuovo”) suole cadere nei mesi di gennaio/febbraio e in Nepal viene celebrato per lo più dai popoli Sherpa, Tamang e Gunrung, di discendenza tibetana appunto.

Capodanno Cinese

Festeggiato dalle minoranze cinesi presenti in moltissimi paesi dell’Asia e non solo, fa riferimento al calendario lunisolare cinese – i cui mesi hanno inizio con il novilunio – e coincide con la seconda luna nuova dopo il solstizio d’inverno ovvero, di nuovo, con i mesi di gennaio/febbraio. Ad ogni anno è associato un animale – il 2020 è quello del topo – e si sviluppa in cicli di 12 con un’origine che risale al 2.637 a.C. 

Capodanno “all’Occidentale”

Va da sé che, forse per moda o semplicemente per uniformarsi al resto del mondo anche il nostro Capodanno, che fa riferimento al calendario gregoriano, viene ricordato con qualche festicciola organizzata soprattutto tra i più giovani e nei luoghi solitamente frequentati dai turisti stranieri, tra cui hotel e ristoranti in zona Thamel a Kathmandu. Non aspettatevi comunque fuochi d’artificio o grandi festeggiamenti in piazza!

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Detto questo auguro a tutti i carissimi nepalesi un 2077 che, nonostante il catastrofico inizio, possa continuare all’insegna della positività che tanto li contraddistingue. Loro, soprattutto dopo il terremoto del 2015 sanno benissimo quanto sforzo ci voglia per risollevarsi dalle tragedie a cui la vita a volte ci mette di fronte e, proprio loro, sono quelli che vorrei prendere a modello come simbolo vivente di una rinascita che si può e si deve mettere in atto! Buon Anno Nepal!!!

Se sei interessato all’argomento Nepal e Trekking in Nepal, leggi anche:

Trekking in Nepal: tutto quello che c’è da sapere

L’ABC del trekking in Nepal: semplici regole per stare bene

Viaggio in Nepal: i libri da non perdere

Trekking al Campo Base Everest: tutto quello che c’è da sapere

Trekking al Campo Base dell’Annapurna (A.B.C.)

Profumi e colori nei mercati dell’Asia

Profumi e colori nei mercati dell’Asia 1024 682 Sonia Sgarella

Che cosa c’è di più bello, autentico e rivelatore che perdersi tra le bancarelle dei mercati del mondo? Dai più grandi ai più colorati, dai più strani ai più profumati, i mercati sono molto di più che semplici centri di scambio: sono i punti d’incontro di genti e culture, dove riuscire a cogliere l’essenza di un paese sapendo di che cosa si nutre la sua popolazione, che cosa cerca e cosa produce.

Nei mercati come in nessun altro luogo, entrerete in contatto con le più varie tradizioni locali, culinarie e non, in un tripudio di abbondanza e folklore che vi sorprenderà, portandovi sempre alla ricerca di situazioni simili ovunque andiate! Spostiamoci dunque nei meravigliosi mercati dell’Asia…

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1.Shivaji Market, Pune, India

Arrivati a Pune, una delle città più moderne dell’India intera, nessuno si aspetterebbe mai di trovare un mercato tanto tradizionale dove i colori, come sempre, la fanno da padrone. Lo Shivaji Market, il cui nome ci ricorda quello dell’eroe storico più famoso del Maharasthtra, è il posto ideale dove perdersi tra mille foto e scoprire tutti gli ingredienti base della cucina indiana.

Shivaji Market 1 - Pune

Shivaji Market 2 - Pune

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2.Mercato di Bandarawela, Sri Lanka

In questa cittadina apparentemente anonima della Hill Country ma situata a soli 13 km da Ella, ogni domenica mattina si svolge un vivace e coloratissimo mercato, da non perdere!Mercato domenicale di BandarawelaMercato domenicale di BandarawelaMercato domenicale di Bandarawela

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3.Mercati del Lago Inle, Myanmar

Dal piccolo e vivace villaggio di Nyangshwe, situato sul canale principale che sfocia sulla sponda settentrionale del lago, affittando una barca a motore, è possibile raggiungere i pittoreschi mercati rurali che, a rotazione, riuniscono le genti delle principali tribù birmane che lì si recano nella speranza di vendere i prodotti delle loro terre, situate a volte anche ad una notte di cammino di distanza. Convincendovi del fatto che i mercati più famosi siano anche i più turistici, cambiate direzione e dirigetevi verso quelli meno pubblicizzati. L’escursione prevede una forzata “levataccia” verso le 5 del mattino, quando Nyangshwe ancora dorme, per riuscire a raggiungere i mercati quando i banchi sono ancora colmi di frutta e verdura. Ricco, coloratissimo e fuori dal circuito turistico è quello di Nampan, sulla sponda orientale del lago a circa un’ora di navigazione da Nyangshwe.

Mercato di NampanMercato di Nampan

Mercato di Nampan

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4.Chandni Chowk, Delhi, India

Se cercate la confusione estrema siete nel posto giusto e qui troverete anche l’introvabile! Zap Mangusta nel suo recente libro “Le infradito del Buddha” lo descrive nel modo più appropriato, dicendo: “infilarsi tra i suoi caruggi è una specie di esperienza mistica per tutti i sensi, in particolare per quello dell’orientamento!”.

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5.Mercati galleggianti, Vietnam

Ogni giorno sulle acque inquinate dei canali navigabili del delta del fiume Mekong si svolgono decine di mercati, tutti rigorosamente galleggianti, su barche o canoe. Da quello di Cai Rang a quello di Cai Be, non dovrete fare altro che rimanere a guardare, comodamente seduti sulla vostra imbarcazione. Il mattino presto, prima che cominci a fare caldo, è il momento migliore per cominciare la vostra escursione. Mercati simili si trovano anche in Thailandia, a Damnoen Saduak, nei pressi di Bangkok.

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6.Mercato domenicale di Chiang Mai, Thailandia

Il luogo dove trovare davvero di tutto, dagli articoli di artigianato al cibo tipico, ai caratteristici Foot Massage a cui non dovreste assolutamente rinunciare. Tirate fuori il portafoglio e preparatevi a contrattare!

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7.Mercato all’ingrosso di Dambulla, Sri Lanka

Anche se non avete intenzione di acquistare interi caschi di banane, questo grande mercato all’ingrosso offre un affascinante spaccato dell’ampia produzione ortofrutticola dello Sri Lanka.

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8.Devaraja Market di Mysore, India

Esempio perfetto di un mercato tradizionale indiano, carico di colori sgargianti, profumi inebrianti, chiasso e confusione. Percorretelo da cima a fondo senza tralasciare le vie adiacenti, assaporatene la bellezza, la vivacità e con questo lasciatevi trasportare indietro nella storia!

Leggi anche l’articolo Mysore e dintorni: luoghi e culture

Devaraja Market

Devaraja Market

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 9.Mercato del bestiame di Kashgar, Cina

Appuntamento imperdibile che vede riunisrsi gli allevatori Uiguri di questa provincia dello Xīnjiāng per contrattare diversi capi di bestiame, tra cui pecore, vacche e cammelli. Entro mezzogiorno venditori e acquirenti saranno tutti arrivati dunque fate in modo di essere presenti, facendo attenzione a dove mettete i piedi ma soprattutto al movimento di camion e carretti carichi di animali che difficilmente vi daranno la precedenza!

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10.Mercati dei fiori, India

A Calcutta, a Mumbai o in qualsiasi altra città dell’India, i mercati dei fiori sono sempre un meraviglioso tripudio di colori!

flower-market-kolkata-india-1 Mullik-Ghat-Flower-Market-kolkata-west-bengal-india-600x400 Dadar Flower Market, Mumbai, India

Diwali, il festival che illumina l’India

Diwali, il festival che illumina l’India 1894 1128 Sonia Sgarella

[…] Rama aveva promesso al padre di restare in esilio per quattordici anni. Il tempo era quasi scaduto, e Rama si preparò a tornare ad Ayodhya sul carro Pushpaka, insieme alla moglie Sita, al fratello Lakshmana e al suo fedele aiutante Hanuman.

Mentre il carro sorvolava i luoghi che avevano visto lo svolgersi dei diversi avvenimenti, Rama raccontava tutto a Sita: gli additò il campo di battaglia, il luogo dove Hanuman era atterrato, l’oceano attraversato e via dicendo.

Quando Ayodhya fu vicina, Rama chiese ad Hanuman di andare avanti per avvertire Bharata del loro arrivo. Hanuman entrò nella città e incontrò Bharata: “O principe, ti porto una buona notizia. Tuo fratello Rama, sua moglie Sita e il virtuoso Lakshmana stanno arrivando. Non sono molto lontani da qui e domani l’incontrerai.” 

Bharata non credeva alla meravigliosa notizia. Fuori di sé dalla gioia, riempì Hanuman di ricchezze e chiese notizie di Rama. Hanuman si sedette e raccontò tutta la storia, della quale Bharata era completamente all’oscuro. 

Lo stesso giorno la città venne pulita, profumata e preparata per il ritorno di Rama, e dopo aver dato le necessarie disposizioni Bharata volle partire per andare ad incontrare Rama nell’accampamento. E quando i due fratelli si rividero, gioirono e si abbracciarono con trasporto. 

Nel momento esatto in cui terminarono i quattordici anni di esilio, Rama rientrò nella sua capitale. Appena furono entrati nella sala reale, Bharata giunse le mani in segno di obbedienza e invitò Rama a sedersi sul trono reale.

Dopo che fu seduto gli parlò di fronte a tutti: “Tu mi affidasti questo regno per le ragioni che tutti conosciamo. Ma ti spetta di diritto. Ora che hai mantenuto la promessa fatta a nostro padre passando quattordici anni della tua vita nella foresta, ti prego, riprendi la guida del regno.” Rama sorrise ed accettò.

Avendo ritrovato il suo regno, Rama fu incoronato e sfilò in processione per le strade della città. I cittadini di Ayodhya, che lo rivedevano dopo tanto tempo, lo acclamarono con entusiasmo. Tutti sembrarono aver ritrovato nuova vita. Tutti furono contenti del ritorno di Rama. 

Rama governò il regno di Ayodhya per undicimila anni e le glorie di quel periodo sono descritte nel Ramayana di Valmiki. La gente non conosceva malattie, sofferenze o miserie: tutti furono felici per tutta la vita. Nessuno mai ebbe da lamentarsi e il cibo fu sempre abbondante. E neanche gli animali soffrirono sotto il regno di quel re santo.

Durante il suo regno nessuno parlava di niente altro che delle glorie di Rama. […] (Rāmāyaṇa).

Rama, Sita, Lakshmana e Hanuman

Rama, Sita, Lakshmana e Hanuman

Racconta la tradizione che fu proprio oggi, migliaia di anni fa, il giorno in cui Rama – anche conosciuto come il settimo avatāra (discesa in terra) di Visnu – fece ritorno nella capitale del suo regno.  File (avali) di luci ad olio (dipa) vennero accese in suo onore, nelle case e per le strade, al fine di celebrare la sconfitta del bene sul male, della luce sulle tenebre.

Da qui deriva il nome Deepavali o più semplicemente Diwali, la festa più importante per l’India intera. I lumini rimangono accesi per tutta la notte e le case vengono tirate a lucido per far si che la dea Lakhsmi, consorte di Visnu, si senta accolta al suo arrivo.

Dea Lakshmi

Dea Lakshmi

Dea dell’abbondanza e della ricchezza, viene celebrata ampiamente in questi giorni di festa che segnano l’inizio del nuovo anno finanziario e vedono le famiglie, riunitesi per l’occasione, condividere dolci di ogni tipo e scambiarsi doni come se fosse una sorta di Natale – e Capodanno – all’indiana!

Si tratta di un festival, il festival delle luci appunto, che ha inizio con il tredicesimo giorno di luna calante (Krishna Paksha) del mese di Ashvin, il settimo mese secondo il calendario hindu. I festeggiamenti si protraggono per cinque giorni e termineranno quindi il secondo giorno di luna crescente (Shukla Paksha) del mese di Kartika, l’ottavo. Il giorno di luna nuova (Amavasya), il terzo, è considerato il più importante.

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Giorni di Diwali Calendario Gregoriano Calendario Hindu Fase lunare
Dhanteras 21 Ottobre 2014 28 Ashvin Luna calante
Naraka Chaturdashi 22 Ottobre 2014 29 Ashvin Luna calante
Diwali / Lakshmi Puja 23 Ottobre 2014 30 Ashvin Luna nuova
Bali Pratipada 24 Ottobre 2014 1 Kartika Luna crescente
Bhaiduj 25 Ottobre 2014 2 Kartika Luna crescente

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Diwali 2015: 11 novembre

Happy Diwali

Destinazione India: a ognuno la sua geografia

Destinazione India: a ognuno la sua geografia 640 414 Sonia Sgarella

29 stati federati; oltre 170 lingue diverse parlate; una superficie che si estende per più di tre milioni di kilometri quadrati; una popolazione di circa 1,2 miliardi di persone che venerano, si dice, 33 milioni di dei (senza considerare le minoranze religiose). Possiamo davvero parlare di un’unica India?

Di India ve ne sono a centinaia e altrettanti sono gli itinerari che noi, turisti e viaggiatori, possiamo scegliere di percorrere nel tentativo di conoscere uno dei paesi più vari al mondo, un masala (miscuglio) per eccellenza di culture e di etnie, di bellezze geografiche, artistiche e architettoniche.

Dalle vette himalayane del Nord alle coste oceaniche del Sud passando per deserti, altopiani e piantagioni di tè, colui che si presterà ad affrontare un viaggio in India verrà ripagato con immensa ricchezza. Culla di una cultura originaria così forte da impedire ogni processo di mutamento reale nonostante il frenetico tentativo di modernizzazione, l’India è un paese che trasuda storia di ogni epoca e che cela un’infinità di tesori da scoprire.

Dove andare dunque, quando, e soprattutto cosa visitare in questo mondo tutto nuovo? Un’analisi della geografia potrebbe aiutarci nella nostra scelta ma trattandosi di India non si può neanche parlare di un’unica geografia: in India esistono la geografia fisica, quella politica e quella umana, certo, ma esiste anche una geografia sacra, forse la più nota alla popolazione locale. Passarle in rassegna potrebbe darci qualche spunto ed ispirarci nella scelta di un possibile itinerario da seguire.

Geografia Fisica

Topography of India

L’India prende nome dal fiume Indo (Sindhu) che dal versante settentrionale dell’Himalaya risale verso Nord-Est attraverso il Kashmir per poi piegare bruscamente a Sud, attraverso l’odierno Pakistan, verso il Mare Arabico. Così come l’Italia è protetta a Nord dall’arco alpino, l’Himalaya, che nel suo punto settentrionale estremo si congiunge al Karakorum, costituisce per l’India uno scudo naturale contro i venti artici, proteggendo la penisola dal gelo e regalandole una temperatura media piuttosto mite che nella valle indo-gangetica difficilmente scenderà sotto i 10° centigradi in inverno mentre a sud rimarrà costante intorno ai 27°.

Le pianure indo-gangetiche, prodotti alluvionali della fascia montuosa settentrionale, insieme al grande Deserto del Thar – che si incunea tra queste formando un corridoio pianeggiante largo poche decine di kilometri – costituiscono la seconda fascia orizzontale in cui, dal punto di vista geografico e per comodità, è possibile suddividere il paese. Il Gange è alimentato da una serie di altri fiumi -provenienti anch’essi dalla fascia himalayana – tra cui i più importanti sono la Yamuna, il fiume che passa per Delhi, e il Brahmaputra che, confluendo nel Gange, va a formare il più grande delta del mondo, oggi diviso tra India e Bangladesh.

L’area dell’India che chiude a Sud la vallata gangetica rimane ancora oggi una delle più selvagge essendo caratterizzata dalla presenza di fitte foreste tropicali, habitat naturale dei grandi felini che abitano tutt’oggi il paese. Al di sotto del Tropico del Cancro, a segnare la cesura tra il Nord e il massiccio peninsulare a Sud, ovvero fra la seconda e la terza area geografica, si estendono le brulle catene dei Monti Vindhya e dei Monti Satpura tra i quali scorre da oriente verso occidente il fiume Narmada.

A Sud dei Satpura, oltre il fiume Tapti, si estende l’Altopiano del Deccan ad un’altitudine compresa fra i 300 e i 1000 metri con alcuni picchi che superano tuttavia i 1200 metri. Si tratta di un territorio prevalentemente arido nonostante la presenza di numerosi fiumi che ne solcano la superfice in direzione Ovest-Est seguendone la naturale inclinazione. Tali fiumi, tra cui i più importanti sono la Godavari e il Krishna, nascono dalla catena montuosa dei Ghat (“gradini”) Occidentali che delimitano l’altopiano a Ovest e, aprendosi un varco nei Ghat Orientali – che lo delimitano invece a Est – sfociano nel Golfo del Bengala.

I Ghat occidentali, in corrispondenza dei Monti Nilgiri che si trovano all’estremità sud della catena, possono raggiungere altezze di oltre 2600 metri e sono l’ambiente ideale per la coltivazione del tè. Il basso litorale costiero e la cuspide meridionale dell’India, irrigata dal fiume Kaveri e favorita dall’andamento delle piogge più abbondante, costituiscono invece una zona fertile molto più simile a una foresta tropicale, una delle migliori al mondo per la coltivazione delle spezie.

I venti che spirano dalle coste dell’Africa, caricati dell’acqua dell’Oceano Indiano e ostacolati dalla presenza dei Ghat Occidentali, si riversano infatti sulle coste Ovest della penisola durante i mesi estivi di giugno e luglio per poi proseguire il loro viaggio verso Nord-Est, intorno a Capo Comorin e risalendo il Golfo del Bengala. Bloccati questa volta dalla presenza dell’imponente Himalaya, scaricheranno sotto forma di grandi piogge sull’intera vallata gangetica prevalentemente nei mesi da agosto a ottobre.

Definito quindi il tipo di paesaggio che vorremmo trovarci di fronte agli occhi e stabilita la stagione in cui intendiamo visitare il paese, possiamo partire dalla geografia fisica per decidere il tipo di itinerario da affrontare.

Geografia Politica

Political Map of India

L’India, ufficialmente Repubblica dell’India, è composta da 29 stati federati (è del 2 giugno 2014 la notizia della nascita di un nuovo stato, il Telangana) e da 7 cosiddetti Territori dell’Unione (di cui fa parte anche il Territorio della Capitale), i primi aventi parlamenti e governi autonomi mentre i secondi direttamente dipendenti da Nuova Delhi.

La ripartizione politica degli stati è stata ufficializzata 9 anni dopo la dichiarazione d’indipendenza dell’India dal governo britannico (1947) per lo più su base linguistica, il che pone in evidenza differenze che riguardano anche altri aspetti culturali.

Una visita incentrata su un singolo stato ci darà la possibilità di approfondirne i caratteri particolari e di essere in grado di meglio metterli in raffronto con quelli degli stati la cui visita decideremo di relegare ad un altro momento.

Geografia Umana

Strettamente collegata alla geografia fisica, si intende quella disciplina che studia la distribuzione dell’uomo nello spazio e le relazioni tra l’uomo e l’ambiente. La presenza dei Monti Vindhya e dei Monti Satpura tra la piana gangetica e l’Altopiano del Deccan ha da sempre costituito un ostacolo allo spostamento di popoli, genti ed eserciti tanto che, ancora oggi, nel parlare di India del Nord e India del Sud ci si riferisce quasi a due mondi separati, diversi per origine e per evoluzione.

Se infatti gli stati del Nord sono abitati da popolazioni di origine indo-europea, provenienti dall’Asia centrale e insediatisi nel subcontinente a partire dal 1500 a.C., quelli del Sud sono abitati da una popolazione cosiddetta dravidica, ovvero autoctona. Questi ultimi, per lunghi secoli, sono rimasti protetti dalle invasioni islamiche che si sono invece ripetutamente riversate al Nord.

La maggior parte dei regni e degli imperi che hanno dominato la storia dell’India, sia a Nord che a Sud, sono in genere fioriti e si sono sviluppati intorno ad aree ecologicamente favorevoli all’insediamento umano, quali le vallate dei grandi fiumi, e lì hanno dato vita ad una produzione artistica e architettonica che trova nella diversa collocazione geografica il proprio carattere distintivo.

Si parla infatti di arte templare nagara (“cittadina”) al Nord, di arte dravida al Sud e di arte vesara (“ibrida”) nei luoghi di incontro tra le prime due. La presenza dei monsoni, inoltre, ha permesso lo sviluppo dei commerci via mare sfruttando la forza dei venti e il conseguente contatto con popolazioni esterne provenienti da oriente e occidente che, nel corso della storia, hanno lasciato la loro impronta sul territorio indiano.

Nella programmazione di un itinerario potremmo quindi decidere di andare a visitare i luoghi di insediamento delle varie dinastie, alla scoperta dei gioielli artistici e architettonici da queste commissionati nel corso dei secoli.

Geografia Sacra

Nel paese della spiritualità esistono dei percorsi, ben noti alla popolazione locale, che collegano per mezzo di linee immaginarie quei luoghi dove si ritiene che la divinità sia manifesta, luoghi quindi ritenuti particolarmente sacri dagli appartenenti alla religione di riferimento.

Spesso situati in prossimità dei corsi d’acqua per la funzione purificatrice che questa ricopre nella tradizione, si trovano sparsi per tutto il territorio nazionale, a volte anche a distanza di centinaia di kilometri l’uno dall’altro. Vi sono luoghi sacri agli hindu alcuni dei quali connessi alla divinità femminile (pitha) e altri invece connessi alle divinità maschili (tirtha).

Gli espedienti di connessione tra la divinità e questi luoghi sono scritti nei testi sacri e la tradizione vuole che il devoto che gli renda visita almeno una volta nella vita sia avvantaggiato lungo il percorso che lo condurrà  alla liberazione (moksha). Ma esistono anche i luoghi del Buddha, quelli sacri ai devoti musulmani o ai jainisti, così come esistono luoghi di ritiro collegati a personalità religiose del presente e del passato che, particolarmente frequentati dagli occidentali, possono costituire una meta unica per un soggiorno prolungato.

Percorrere uno di questi itinerari o semplicemente visitare uno di questi luoghi ci permetterà di entrare in contatto con l’essenza più spirituale dell’India, con l’anima più profonda di un paese che in questo campo  è detentore di una tradizione millenaria.

Seguiteci dunque nel nostro viaggio tra i luoghi dell’India più o meno noti che, per un motivo o per l’altro, vale la pena di visitare e troverete facilmente uno spunto per l’organizzazione della vostra prossima partenza. L’India, questo è certo, è un paese che non vi deluderà!

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Questo articolo è stato pubblicato sulla pagina www.indiainout.com il 17 giugno 2014

(immagine tratta da voicemagazine.org)

Danza Pulikali

Onam: il festival più colorato dell’India più India

Onam: il festival più colorato dell’India più India 990 626 Sonia Sgarella

Arriva il giorno in cui, in India, gli abitanti del Kerala di ogni classe e casta, si riuniscono a celebrare il ritorno del loro grande re Mahābalī, condannato da Visnu a vivere e a governare nel regno degli inferi (pātāla), ma concessogli tuttavia di far visita ogni anno ai suoi fedeli devoti in terra.

Racconta il mito che Mahābalī, conosciuto anche come Bali o Māveli, fosse un asura, un demone, ma benevolo, educato alla pratica della verità (satya), della correttezza e della devozione dal nonno paterno Prahlada. Il suo regno era immenso e comprendeva non soltanto la terra ma anche il paradiso (svarga), strappato al controllo dei deva, la schiera degli dei governati da Indra, il più grande guerriero.

Nel suo regno dominavano pace e prosperità, non esistevano malattie né bugie, tutti gli uomini erano uguali, non vi erano caste, e Mahābalī era profondamente amato dal suo popolo. In paradiso, su consiglio del grande maestro Sukracharya, Bali si impegnò ad officiare il più importante dei sacrifici, l’Ashvameda, il sacrificio del cavallo, per potersi garantire il mantenimento del controllo sui tre mondi (Bhur, Buvah, Svah = Terra, Atmosfera, Cielo).

Qui promise che, durante il periodo sacrificale, si sarebbe impegnato a soddisfare qualunque richiesta ricevuta dai propri sudditi. Approfittando di questa dichiarazione, Visnu, sotto forma di Vamana, un nano brahmano, si presentò al cospetto del re. Venne accolto con tutti gli onori, ripetutagli la disponibilità a soddisfare ogni suo desiderio. <<Non ti chiedo grandi cose>> disse Vamana, <<solo di poter avere tanta terra quanta io ne riesca a coprire con tre dei miei passi>>.

Sukracharya, il grande guru in grado di vedere il futuro, cercò di dissuadere Mahābalī dall’acconsentire alla richiesta, in quanto a conoscenza della vera natura di quel piccolo brahmano. Comunicò al discepolo la ragione della sua visita ma il re Bali, determinato ad onorare la sua promessa, non si fece convincere.

Vamana, da piccolo che era, diventò un gigante. Con un primo passo coprì la terra e con il secondo arrivò fino al cielo. Non avendo più altro da offrire Mahābalī, grande devoto, chiese a Vamana di compiere il terzo passo sulla sua testa e così Visnu lo spinse giù nel mondo degli inferi, fino al regno di Sutala. Qui avrebbe potuto governare e solo una volta all’anno, come premio per la sua immensa devozione e onestà, avrebbe potuto fare visita ai suoi fedeli in terra.

Vamana

Vamana

Quel giorno in Kerala cadeva quest’anno il 7 settembre, all’inizio del mese di Chingam, il primo mese dell’anno secondo il calendario Malayalam. Anche se le celebrazioni durano ben 11 giorni e cominciano con la preparazione di decorazioni floreali (pookalam) – disegnate pazientemente da mani sia femminili che maschili, dentro e fuori casa – la festività vera e propria ha una durata di quattro giorni, di cui il secondo (Thiruvonam), è il più importante.

Pookalam

Pookalam

Gli abitanti del Kerala si vestono di abiti nuovi, comprati apposta per l’occasione, simbolo di purezza, coincidente con l’abbandono di pensieri e sentimenti negativi. Pranzi ricchi (onasadya), serviti su foglie di banana, vengono cucinati in ogni casa e anche i più poveri cercheranno di preparare qualcosa, seppur più umile, per non perdere l’occasione. Un detto locale dice: “Kaanam Vittum Onam Unnanam”, ovvero, “tutti dovrebbero mangiare a Onam, anche a costo di vendere tutte le proprietà”.

Onamsadhya

Onamsadhya

Giochi di ogni sorta e gare in barche lunghe come serpenti (vallamkali), danze spettacolari tra cui Pulikali e Kathakali e processioni di elefanti avranno luogo nei centri culturali più importanti del Kerala, per dar vita ad una delle feste più colorate dell’India intera. Un trionfo di sacralità nell’India più autentica, nell’India più pura, nell’India più India!

Vallamkali

Vallamkali

Danza Pulikali

Danza Pulikali

Danza Kathakali

Danza Kathakali

Per maggiori info visitate il sito www.onamfestival.org

Thiruvonam 2015: 28 agosto

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Dahi handi

Torri umane per il compleanno di Krishna

Torri umane per il compleanno di Krishna 900 522 Sonia Sgarella

Krishna, personaggio composito e dalla molteplice origine che vede tre figure del culto divino – Krishna Vāsudeva, Krishna Gopāla e Krishna Narayana – fondersi l’una nell’altra nel corso dei secoli e dare vita un unico Grande Dio, “Uno e Supremo”, conosciuto anche come l’ottavo avatara (discesa in terra) di Vishnu;

Krishna, gioioso e dispettoso bambino, adolescente ruba cuori, protagonista di amori adulteri ma anche capo del clan degli Yadava, nonché divino grande eroe del Mahabharata, dispensatore di consigli e dottrina;

Krishna, che oggi festeggia oltre 5000 anni!.

Gli studiosi indiani, così come quelli occidentali, sembrano ormai concordare sulle date in cui, secondo la tradizione, Krishna avrebbe vissuto sulla terra, in un periodo compreso tra il 3200 e il 3100 a.c., anni in cui, in coincidenza con la sua morte, viene fatta iniziare l’era cosmica della corruzione, il cosiddetto Kali Yuga. Trattasi di un’era oscura, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale e che, purtroppo per noi, durerà ancora per parecchi secoli.

Krishna nacque, secondo il mito, alla mezzanotte dell’ottavo giorno (Ashtami) di luna calante (Krishnapaksha) del mese di Shravan (agosto/settembre). Questo giorno di particolare auspicio prende il nome di Janmasthani o Krishnasthami.

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Racconta la leggenda che Krishna nacque da Devaki e Vasudeva, membri della famiglia reale di Mathura, nell’odierno stato dell’Uttar Pradesh. Kamsa, il sovrano in carica al tempo, udita la profezia che avrebbe ricevuto la morte per mano di uno dei figli della cugina Devaki, li fece uccidere tutti, uno ad uno, man mano che nascevano. Krishna tuttavia venne scambiato, appena in tempo, con un altro neonato e affidato di nascosto al pastore Nanda e alla moglie Yashoda, perchè lo crescessero.

Un bambino dispettoso, ghiotto di burro e cagliata e quindi avvezzo a rubarlo in continuazione dalla cucina materna; spese la sua infanzia nella campagna di Vrindavana, tra quelle mandriane che negli anni si innamoreranno follemente della sua bellezza, attirate dalla musica ammaliante del suo flauto.

Durante il giorno del suo compleanno l’India intera e in particolare gli abitanti della regione di Mathura e dello stato del Maharashtra, si riuniscono per celebrarne la nascita, organizzando danze (rasa lila) che ne rievochino la frivola adolescenza, e poi ancora giochi che ricordino invece il lato gioioso della sua infanzia.

Il Dahi Handi, oggi diventato una sorta di sport nazionale, è il gioco più popolare. Chiamato anche Govinda Sport da uno degli appellativi di Lord Krishna – Govinda (“il protettore delle mucche”) – il gioco consiste nel formare una piramide umana che permetta al più giovane della squadra di raggiungere un contenitore di terracotta, contenente burro o cagliata, sospeso per aria ad una altezza prestabilita. Il giovane atleta  incaricato di raggiungere la cima della piramide, dovrà rompere il coccio con l’aiuto di un bastone o di qualsiasi oggetto contundente e fare in modo che il liquido si rovesci sull’intera squadra al fine di consacrarne l’unione nell’impresa.

Dahi Handi

Dahi Handi

Dahi Handi

Grandi e bambini, uomini e donne possibilmente a digiuno dal mattino, rimarranno svegli oltre la mezzanotte, ora in cui si riuniranno per recitare canti devozionali rivolti al supremo e divino Signore. La prossima volta sarà il 15 agosto 2017. E allora che dire? Om nama Bhagavate Vasudevaya!

Festival di Hemis: si aprano le danze!

Festival di Hemis: si aprano le danze! 604 413 Sonia Sgarella

E’ il decimo giorno del mese (Tsechu) secondo il calendario lunare e, come tutti gli anni, tra maggio e luglio, il monastero di Hemis, il più grande e ricco del Ladakh, si prepara ad ospitare il festival più famoso della regione himalayana. Pellegrini provenienti da ogni angolo del paese, a volte anche a giorni di cammino di distanza, vestiti degli abiti tradizionali migliori, si riuniscono nel cortile principale del Gompa per assistere ai due giorni di celebrazioni volti a rievocare la vita e gli insegnamenti di Guru Rimpoche nel giorno della sua nascita.

Conosciuto anche con il nome sanscrito di Padmasambhava (il nato dal loto), Guru Rimpoche è considerato dalla tradizione il fondatore del buddhismo tibetano e colui che ne ha permesso la diffusone. Due giorni di danze scandite dal ritmo intenso di cimbali, trombe e tamburi; un momento di ritrovo e di divertimento ma soprattutto un’occasione per il popolo di entrare in contatto con la vita e la parola del grande Maestro che gli abitanti percepiscono presente all’evento insieme a loro.

Un’importante opportunità per apprendere i contenuti essenziali del suo insegnamento attraverso uno strumento accessibile a tutti. La danza è infatti il mezzo offerto dai monaci residenti ai fedeli per aiutarli a percepire l’essenza della dottrina e dargli uno stimolo per approfondire in seguito la propria ricerca personale. La sequenza delle rappresentazioni  così come i contenuti possono essere modificati per adattarsi al folklore locale purché non vengano mai omessi gli eventi relativi alla vita del grande Guru.

Si dia inizio alle danze quindi! Non sarà difficile farsi trasportare dal coinvolgimento collettivo. Sono tutti presenti, grandi e piccoli, uomini e donne, monaci e laici, perché la sola partecipazione, si dice, predisporrà le condizioni karmiche che favoriranno il raggiungimento più veloce della liberazione(Nirvana).

E’ fondamentale aprire la cerimonia con le danze di purificazione del luogo in cui si terrà l’evento, uno spazio circolare, riproduzione terrena di un sacro mandala, che deve essere ripulito da ogni possibile presenza negativa. L’obiettivo è quello di creare una dimensione pura dove possano manifestarsi le entità divine impersonate dalle maschere. Il danzatore, attraverso la meditazione e le visualizzazioni, entra infatti in un rapporto diretto con la divinità che rappresenta e con cui ha stabilito un rapporto profondo. “Lui” è la divinità stessa. Le forze negative verranno spinte verso il centro del mandala dal vortice delle danze e convogliate in un oggetto simbolico( un feticcio, una scatola metallica o altro) che verrà possibilmente distrutto alla fine del rito.

Entrano quindi in scena i Durdag, i guardiani degli 8 luoghi di cremazione posti intorno al monte Meru secondo la cosmologia buddhista e che indossano maschere bianche aventi le sembianze di un teschio. A loro seguono gli Sha-na, i danzatori dai grandi cappelli di feltro nero e dall’abito di broccato colorato. Nessuna maschera gli copre il volto perché loro rappresentano degli Yogi, grandi maestri spirituali in grado di uccidere i demoni destinandoli però ad una rinascita in una Terra Pura dove possano ricevere gli insegnamenti di un buddha e rientrare quindi nella schiera degli esseri protettori della fede. Un’altra sequenza possibile è la danza delle divinità terrifiche (Tungam) che vede maschere dall’aspetto terrificante uccidere gli spiriti del male per mezzo del Purbha, il pugnale tantrico con tre lame.

Una volta purificato il campo di azione potrà avere inizio il Guru Tshen Gye, la rappresentazione delle 8 manifestazioni di Guru Rimpoche che faranno il loro ingresso in processione accompagnate dal grande Maestro stesso. Caratterizzato da una maschera d’oro, è sempre protetto da un parasole e spesso accompagnato dalle due consorti Mandarava e Yeshe Tsogyal. Per riconoscere le diverse manifestazioni basterà guardarne la fisionomia, l’abito e gli attributi che recano in mano.

  1. Tshokye Dorje: maschera color petrolio dall’aspetto pacifico, abito di broccato blu, nelle mani vajra e campana.
  2. Shakya Senge: maschera dall’aspetto di Buddha, abito monacale rosso e giallo, nelle mani una ciotola per le elemosina.
  3. Loden Chogsey: maschera bianca o arancio dall’aspetto pacifico, abito di broccato bianco decorato o rosso, nelle mani un tamburello e una ciotola.
  4. Padmasambhava: maschera bianca con copricapo rosso a punta, abito monacale rosso e giallo.
  5. Pema Gyelpo: maschera bianca o rosa con la barba, abito di broccato bianco decorato o rosso, nelle mani un tamburello e uno specchio.
  6. Nyima Yeozer: maschera gialla con bara blu, abito di broccato giallo, nelle mani un tridente.
  7. Sengye Dradrok: maschera dall’aspetto terrifico blu, abito di broccato blu. Di solito accompagnato dai suoi attendenti, anch’essi dall’aspetto terrifico.
  8. Dorji Drakpo: maschera rossa dall’aspetto terrifico. Di solito accompagnato dai suoi attendenti, anch’essi dall’aspetto terrifico.

La danza si conclude con una processione finale e con l’uscita di scena di tutte le figure. Seguiranno altre danze e rituali. La purezza del sito dove sorge il monastero è stata così rigenerata e rimarrà tale fino al prossimo Tsechu. Allora gli abitanti del Ladakh si rimetteranno in cammino  e si riuniranno di nuovo nel Gompa per assistere all’evento più atteso dell’anno.

Date dei prossimi Festival di Hemis:

7-8 luglio 2014

26-27 giugno 2015

Durga, la Grande Dea

Durga, la Grande Dea 738 960 Sonia Sgarella

Come già vi raccontavo qualche mese fa nel post Kirtimukha, il “volto di gloria, nella mitologia hindu capita spesso che la furia di un dio venga esteriorizzata sotto forma di un essere divino autonomo che, nella maggior parte dei casi, assume un aspetto mostruoso. E’ successo tuttavia che l’emozione violenta degli dei, in un momento di particolare bisogno, si sia proiettata nella figura di una sublime fanciulla, l’invincibile guerriera meglio conosciuta con il nome di Durga, “colei che difficilmente si può avvicinare”, la Grande Dea, di cui  le altre divinità femminili delle tradizioni locali ne sono sue manifestazioni. Durga venne creata per sconfiggere  Mahishasura, il demone-bufalo contro il quale neppure Shiva e Vishnu potevano sperare di vincere. Come spesso accade infatti, Mahishasura ottenne da Brahmā, in virtù di straordinarie pratiche ascetiche, la grazia di non poter essere ucciso da nessun maschio, né umano né divino. Di fronte a tale minaccia gli dei tutti si riunirono in cerchio e, gonfi di collera, emanarono le loro energie sotto forma di distese e fiumi di fiamme. I loro fuochi si fusero insieme e assunsero l’aspetto di Durga, provvista di molteplici braccia, simbolo della sua potenza, incarnazione dell’ energia creativa femminile (Shakti). Gli dei consegnarono nelle mani della Dea Suprema le loro armi, gli strumenti e gli ornamenti contenenti le loro caratteristiche e le loro energie particolari: Shiva il tridente, Kāla, il dio del tempo, una spada e uno scudo, Vishnu il suo disco luminoso e Himālaya, il dio delle montagne nonché padre di Parvatī, la tigre (o leone a seconda dell’iconografia), etc. Resa così onnipotente, Durga sconfisse il demone-bufalo spesso raffigurato in forma antropomorfa, sembianze che assunse nel tentativo di sedurre la Dea. (Fonte: Devī Māhātmyam –  Markandeya Purana)

Durga

Nell’India del Sud, a Mahabalipuram, all’interno della grotta Mahishamardini (“che uccide il demone-bufalo”), è conservato uno stupefacente bassorilievo raffigurante Durga, armata di arco e frecce e accompagnata da una schiera di Gana e Yoginī , nell’attimo prima di uccidere Mahishasura che indietreggia ormai senza speranza.

Durga_Slays_Mahisasura

Il festival di Durga (Durga Puja) che durerà per sei giorni fino al 14 ottobre, particolarmente onorato nel West Bengal, in Orissa, in Assam e nel Tripura, prevede alla fine del periodo di grande devozione, l’immersione in acqua degli idoli di argilla raffiguranti la Dea, lasciando che si riunisca con Shiva, suo consorte. Nel particolare caso della moderna Calcutta, la Durga puja è oggi diventata una sorta di carnevale d’oriente dove gente di ogni provenienza, indipendentemente dal credo religioso si riunisce per divertirsi e per fare pandal-hopping, ovvero passare in rassegna tutti gli stand e i padiglioni di Durga realizzati da studenti locali di arte e architettura. So che questo potrebbe essere ben lungi dall’idea di spiritualità che ognuno di noi dovrebbe avere in mente dell’India, ma l’India, ahimè, è anche questo, e per tanti aspetti assolutamente un paese kitsch tendente al trash! 

Molto interessante sarebbe andare a Calcutta qualche giorno prima dell’inizio delle celebrazioni per ammirare gli artisti mentre finiscono di decorare i pandal. Poi però forse sarebbe meglio spostarsi verso qualche centro minore alla ricerca della spiritualità perduta!

Durga puja 2014: 30 settembre-4 ottobre

!!! Happy Durga Puja !!!

Kirtimukha, il “volto di gloria”

Kirtimukha, il “volto di gloria” 1770 1875 Sonia Sgarella

Quante soglie ho attraversato senza mai preoccuparmi della sua presenza e quante, forse, ne avrete varcate anche voi, incuranti del suo sguardo terribile. Eppure lui era li, attento ad osservarvi e a permettervi l’accesso nei luoghi sacri di India, Nepal, Bhutan, Cambogia, Cina e non solo. Lui, il macabro e terribile guardiano della soglia, conosciuto con il nome sanscrito di Kirtimukha, il “volto di gloria“, protezione per i pii, feroce contro i demoni. Racconta il mito che il grande re titano (asura) Jalandhara, eterno nemico degli dei, in virtù di straordinarie pratiche ascetiche, avesse sviluppato in sé poteri irresistibili. In un terribile eccesso di superbia, Jalandhara inviò Rāhu, suo demone messaggero, per sfidare e umiliare il grande dio in persona, Śiva, il creatore, sostenitore e distruttore del mondo. La sfida prevedeva che Śiva rinunciasse al suo splendido gioiello, alla sua futura sposa, Pārvatī, la “bella fanciulla dei tre mondi”, e che la consegnasse immediatamente al re titano. Nel momento in cui Rāhu annunciò la pretesa di Jalandhara,  Śiva, dal terzo occhio situato fra le sue sopracciglia, fece si che la sua potenza prorompesse in un’esplosione tremenda e che da questa prendesse forma un demone raccapricciante, il cui corpo inquietante, sottile ed emaciato, annunciava una fame insaziabile. Rāhu, consapevole del proprio inevitabile destino, si affidò allora alla benevolenza del grande dio affinché lo risparmiasse. La supplica fu accolta, Rāhu fu graziato lasciando così la mostruosa creazione di Śiva  con una fame terribile e nessun cibo in grado di saziarla. Il grande dio suggerì quindi al mostro di nutrirsi della carne del proprio corpo, cosicché la creatura vorace mangiò e mangiò sino a che di lui non rimase che il volto. ” Che tu sia conosciuto come volto di gloria” -dichiarò benevolmente Śiva- “e che tu rimanga sempre davanti alla mia porta. Chiunque trascuri di adorarti non otterrà mai il mio favore”.

Ben presto il “volto”, da emblema particolare di Śiva che era, cominciò ad essere usato indiscriminatamente nei luoghi dove la fede induista e buddhista ( che con la prima condivide numerose tradizioni e simboli) si diffusero nei secoli. Il devoto che varca la soglia di un tempio, di un monastero o di una casa, oggi saluta il “volto” con fede e fiducia perché sa che il Kirtimukha “è un segno e un agente della collera della divinità protettrice che distrugge i demoni e ci difende dalle forze tiranniche del mondo vorace”(Heinrich Zimmer).

La prossima volta che vi capitasse di incontrarlo sullo stipite di una porta, raffigurato nell’atto di “ingoiarsi”, dunque soffermatevi, salutate con riverenza, chiedete “permesso” e, se il permesso vi verrà concesso, solo allora procedete; vi sentirete meglio sapendo di rientrare nella cerchia degli esseri da proteggere piuttosto che dei demoni da combattere!

Hijra: creature meravigliose

Hijra: creature meravigliose 513 750 Sonia Sgarella

…e fu così che Rama, per volontà paterna, partì verso la foresta dove avrebbe trascorso i successivi 14 anni in esilio. Lo seguirono in molti, uomini e donne, il fratello Lakshmana e la moglie Sita. Quando il principe si accorse della moltitudine, li radunò tutti e disse: “uomini e donne, devoti fedeli, non preoccupatevi per me  e fate ora ritorno ad Ayodhya. Attendetemi nella pace e serenità del regno”. Così fecero. Trascorso il tempo previsto, dopo anni di imprese e avventure, il grande Dio vittorioso si rimise in cammino verso il palazzo e lungo il percorso si imbatté in una comunità di fedeli che era rimasta ad aspettarlo nello stesso luogo in cui li aveva congedati  14 anni prima. Erano gli hijra, né uomini né donne, i leggendari eunuchi dalla storia antichissima.  Impressionato dalla devozione dimostratagli e dispiaciuto per non averli menzionati nel suo discorso, Rama conferì loro il potere di benedizione in occasione dei due momenti più importanti della vita di ogni indiano, nascita e matrimonio.

La parola hijra è alquanto complessa da decifrare: se di derivazione araba, potrebbe voler dire “persona che non ha un luogo di appartenenza, né identità o personalità”. Popolarmente si sostiene che significhi “terzo sesso”, termine dalla connotazione dispregiativa per la maggior parte degli indiani, ma utilizzato con orgoglio dai membri stessi delle comunità in cui si riuniscono. Ogni comunità è guidata da un guru e formata per lo più da giovani ragazzi (chela) allontanati o cacciati di casa dalle loro famiglie. La presenza di un hijra tra le mura domestiche è infatti considerata una maledizione da estirpare. Vengono accolti adulti con conformazioni genitali ambigue (storicamente definiti “ermafrodita” in modo impreciso) e maschi che si sottopongono a trattamenti ormonali per assumere un aspetto più femminile. Il cambiamento di sesso tramite castrazione non è determinante per accedere al gruppo e quindi il termine “eunuco” non è applicabile a tutti gli hijra. Per entrare a far parte della comunità i giovani devono sottoporsi a un rituale di iniziazione, la cui natura rimane ancora oggi ignota e potrebbe, secondo alcuni, estendersi a pratiche chirurgiche illegali.

Nel corso dei secoli la comunità ha mantenuto rigide regole di comportamento le quali, unite alla negazione di educazione e lavoro da parte della società, gli permette di svolgere solo determinate “professioni”: consapevoli di incutere timore per via della segretezza  dei rituali di iniziazione, sono soliti estorcere denaro proprio in occasione di nascite e matrimoni, così come vuole la tradizione. Chi si rifiuta di dare soldi agli hijra viene messo pubblicamente in imbarazzo con gesti osceni, linguaggio profano e avance sessuali. Chi accetta viene invece ricoperto di benedizioni. Questa tradizione prende il nome di badhai, letteralmente “congratulazioni”. Ancora, possono elemosinare (mangti) per le strade, sui treni o in altri luoghi pubblici e infine prostituirsi (dhanda) rischiando, in questo caso, maltrattamenti e violenze fisiche da parte dei clienti. I più fortunati ed intraprendenti lavoreranno come ballerine nei bar arrivando a mantenere con i guadagni non soltanto il loro guru, ma anche la famiglia di origine.

La maggior parte di loro si definisce di religione mussulmana per ovviare alla discriminazione della casta, purtroppo ancora viva nella società hindù.  Nonostante questo, la maggior parte degli hijra pratica un sincretismo religioso che unisce aspetti dell’Islam e dell’induismo e rituali propri sia degli uomini che delle donne. La loro natura sessuale viene spesso vista come potenza spirituale tanto che alcuni li venerano come manifestazione del grande dio Shiva nella forma Ardhanari che lo vede ritratto come metà uomo e metà donna, sintesi delle energie maschili e femminili dell’universo, radice di tutta la creazione.